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I miei Signori sono adesso, mentre scrivo, nelle stanze accanto, da dove sto scrivendo.
Siamo in uno degli ancora troppo pochi Hospice d’Italia.
Persino ancora poche persone ne conoscono l’esistenza di questi luoghi di cura, dove l’ospedalizzazione diviene famiglia; dove la famiglia di ciascun ricoverato si trova ad essere parte di una più grande; dove i bisogni e i diritti di ciascuno vengono riconosciuti e rispettati; dove si combatte, con professionalità ed amore, il dolore e la sofferenza, il lutto l’abbandono, le problematiche socio-economiche che si possono verificare al seguito di una dipartita; dove il problema eutanasia diviene una assurda questione dialettica che non si pone: viviamo insieme fino alla fine, cogliendo l’occasione di cogliere il significato di quello che accade… scoprendo che non è l’oggi l’incomprensibile ma che è difficile spiegarci come fino ad ora non abbiamo veramente colto e vissuto la Vita.
Mi ricordo di un giovane anestesista e psicologo che aveva appena iniziato il suo servizio.
Nell’arco di una sola notte di guardia, gli crebbe una “palla” di 20 cm sotto l’ascella destra… così grossa che per togliersi la divisa, al mattino, dovette tagliarla. Chiese immediatamente aiuto, ma anch’egli già sapeva di cosa si trattasse e che gli era destinato intervento, chemioterapia e radioterapia se… e quindi l’incognita del domani.
Ricordo che non capiva il perchè [già, si domandava ancora il perché]… proprio allora, che aveva appena iniziato a servire, dovesse andare via. I suoi superiori, in quello stesso periodo, lo incaricarono della terapia del dolore e cure palliative dell’oncologia pediatrica. Mentre eseguiva le terapie ingaggiò, con i suoi Piccoli Signori, un gioco-gara a chi le iniziasse e finisse per primo [in fila indiana a fare chemio e radio come un gioco…insieme]. Smise di contare quanti bimbi aveva accompagnato al 1387°, dopo Francesco. Francesco aveva sei anni ma pesava meno di diciotto chili. Un giorno era in braccio al giovane anestesista quando sopraggiunse il suo papà… gli corse in contro come poteva ma il papà quasi bruscamente lo scansò… raggiunse il medico e lo sollevò per il bavero del camice gridando: “…perché non fate nulla per mio figlio… perché deve andare così…!?!?!?...” . Ma Francesco, tirò per la giacca il suo papà e gli disse: ”…non è colpa di … è così perché Gesù non vede l’ora di abbracciarmi!!!”… il papà lasciò la presa e si pose in ginocchio a piangere ed i tre si strinsero in un lungo abbraccio… . Due giorni dopo Francesco stava in braccio a Gesù; il giovane medico era in remissione di malattia ed impostò tutta la sua vita per vivere con i suoi Signori; il papà di lì a poco, insieme alla mamma di Francesco divennero volontari dell’UNITALSI.
La domanda perché si trasformò nel cosa, come, dove, quando e quanto per amarTi Nostro Padre Signore…
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