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La liberazione di Maso, segnale negativo. Aveva bisogno di cure PDF Stampa E-mail

I cattolici leggano maggiormente la Bibbia, con docilità allo Spirito Santo “La liberazione di Pietro Maso? Un grave, gravissimo errore. Concordo con il professor Crepet, aveva bisogno di cure che il carcere non può dare e non assicura per ragione di tempi e strutture”: il professor Francesco Bruno, noto criminologo, lancia il suo allarme. Professor Bruno, in Tv a  Porta a Porta un suo collega, il professor Mastronardi, ha in un certo senso giustificato il provvedimento di semilibertà, lei che ne pensa? “Intanto l’opposto di quello che dice quel signore. Sappia che non lo considero un collega, fa l’amico dei potenti e sotto il profilo della preparazione accademica nutro le mie perplessità sul suo conto”. Ci va duro.. “Ho detto solo la metà di quello che penso. Oggi mi hanno tolto, per un banale malinteso, il microfono di Porta a Porta, forse mi considerano eversivo”. Veniamo a Pietro Maso.. “Dunque. Maso è un malato di megalomania schizoide. Ora mi chiedo: in carcere lo hanno curato seriamente?

Nutro seri dubbi. Ma non per colpa di Maso, ma per le oggettive disponibilità dell’amministrazione penitenziaria. Insomma, Maso è un malato come lo era la Franzoni o Izzo. Dunque questi soggetti non hanno bisogno di carcere, ma di terapie”.

Maso vive una realtà tutta sua? “Al tempo di Lombroso rientrava nella categoria dei pazzi morali, oggi si direbbe un amoralr, cioè non è dotato del senso etico. Non sa discernere il bene dal male e ritiene che tutta la vita si riduca ad una bella macchina, alla discoteca, alla palestra, la cultura dell’effimero. Insomma vive una realtà tutta sua, dissociata”.

Ma crede alla sua… conversione? “Potrebbe anche essere vera, ma non la chiamerei conversione, parola grossa. Quanto mai, rientro alla realtà, anche se nutro qualche dubbio”.

Ora, con la semilibertà non correi rischi? “Ne vedo due imminenti. Da un lato soggetti come lui, malati patologici, rischiano o il ritiro in un eremo, metaforicamente parlando, cioè una vita chiusa e la depressione o al contrario, tentati e lusingati dai media, cadere in eccessi di euforia. Insomma dico a Maso e chi lo ha in cura, attenti al rischio mediatico”.

Con la sua semilibertà non si sarà mai lanciato un messaggio negativo? “Credo di sì, specialmente quando si predica rigore e senso della legalità. Ma se era malato l’errore fu alla base, dovevano internarlo in una struttura adatta, non nel carcere. Credo che Maso sia il segno dei tempi attuali in cui tutto, ma tutto si sacrifica sull’altare dell’apparenza e si è perduto il  discrimine tra permesso e vietato. Ma dire questo ti fa passare per eversivo e pontificano gli amorali dalle cravatte fosforescenti”.

Rubrica a cura di Bruno Volpe

 
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