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La caduta dell’impero romano: San Simplicio Papa PDF Stampa E-mail

La caduta dell’impero romano: San Simplicio Papa  Simplicio, papa durante il tracollo finale dell’impero romano, fu uomo giusto e pio, che visse con intensità e profondo dolore le tragiche vicende del suo tempo, e che seppe consolidare l’organizzazione della chiesa cristiana pur in tempi così difficili. Com'è noto, Odoacre, semplice soldato dell’esercito imperiale, poiché non venivano soddisfatte le richieste di terre da coltivare avanzate dai suoi Eruli,di cui era il rappresentante,  troncò ogni indugio: tolto di mezzo Oreste,generale a capo dell’ultimo esercito imperiale, ne depose il figlio Romolo Augustolo, ultimo rappresentante imperiale, che relegò in una villa napoletana con una rendita annuale di 6.000 libbre d'oro, e rinviò le insegne imperiali all'imperatore d'Oriente, Zenone. Fatta questa breve premessa, veniamo a descrivere le vicende terrene di San Simplicio papa. Fu il quarantesettesimo Papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Regnò dal 3 marzo ...

... 468 alla sua morte[1]. Secondo il Liber Pontificalis (ed. Duchesne, I, 249), Simplicio era figlio di un cittadino di Tivoli chiamato Castino. Dopo la morte di Papa Ilario, nel 468, in un'atmosfera molto tranquilla, fu eletto come suo successore.  Fin dall'assassinio di Valentiniano III (455) ci fu una rapida successione di imperatori insignificanti, che non furono in grado di contrastare le continue minacce di guerre e rivoluzioni che subiva l'impero. Anche se ariano, Odoacre, nel frattempo autonominatosi re d’Italia,  trattò la Chiesa cattolica con molto rispetto. Inoltre, conservò anche gran parte della struttura amministrativa, cosicché il cambiamento non produsse grandi differenze per Roma.

Durante la controversia monofisita, che ancora imperversava nell'Impero Orientale, Simplicio difese vigorosamente l'indipendenza della Chiesa contro il Cesaropapismo degli imperatori Bizantini e l'autorità della Santa Sede nelle questioni di fede. Il ventottesimo canone del Concilio di Calcedonia (451) aveva concesso alla sede di Costantinopoli gli stessi privilegi goduti dal vescovo di Roma, anche se il primato spettava comunque a lui. Poiché i legati papali, su ordine del Papa, avevano protestato contro questa elevazione del Patriarca Bizantino, Papa Leone I ne confermò solamente le delibere dogmatiche. Il Patriarca di Costantinopoli, in ogni caso, cercò di dare al canone forza di legge e spinse l'imperatore Leone II ad ottenere la sua conferma da parte di Simplicio. Questi, al contrario, respinse la richiesta dell'imperatore e, anziché dare forza di legge al canone, limitò i privilegi dei vecchi patriarcati Orientali. La ribellione di Basilisco che, nel 476, costrinse all'esilio l'imperatore Zenone e si appropriò del trono bizantino, intensificò la disputa monofisita. Basilisco cercò l'appoggio dei monofisiti, e permise ai loro patriarchi deposti, Timoteo Eluro di Alessandria e Pietro Fullo di Antiochia di tornare alle loro sedi. Contemporaneamente promulgò un editto religioso (Enkyklikon) scritto da Eluro, che imponeva di accettare solamente i primi tre sinodi ecumenici e rifiutava sia il Concilio di Calcedonia che la Lettera di Papa Leone I. Tutti i vescovi avrebbero dovuto sottoscrivere l'editto. Il Patriarca di Costantinopoli, Acacio (dal 471), vacillò e stava quasi per proclamare questo editto. Ma la ferma presa di posizione del popolo, influenzato dai monaci che erano rigidamente cattolici, spinse il vescovo ad opporsi all'imperatore e a difendere la fede minacciata. Gli abati ed i presbiteri di Costantinopoli si unirono a papa Simplicio, che fece ogni sforzo per difendere il dogma cattolico e le definizioni del Concilio di Calcedonia. In varie lettere indirizzate ad Acacio, agli abati, ai presbiteri ed all'usurpatore stesso, il papa li esortò alla totale aderenza alla vera fede. Allo stesso modo, patrocinò con l'imperatore la causa del Patriarca cattolico di Alessandria, Timoteo Salofaciolo che era stato sostituito da Eluro. Quando l'Imperatore Zenone, nel 477, scacciò l'usurpatore e riguadagnò la supremazia, inviò al papa una confessione di fede completamente cattolica. Allora, Simplicio (9 ottobre 477) si congratulò con lui per il suo reinsediamento e lo esortò ad attribuire la vittoria a Dio, che aveva desiderato ciò per restituire la libertà alla Chiesa.

Zenone abrogò gli editti di Basilisco, bandì Pietro Fullo da Antiochia e reinsediò Timoteo Salofaciolo ad Alessandria. Non si occupò di Eluro a causa dell'avanzata età di quest'ultimo, che, infatti, morì poco dopo. I monofisiti di Alessandria, tuttavia, richiesero come suo successore Pietro Mongo, il primo arcidiacono di Eluro. Spinto dal papa e dai cattolici orientali, Zenone esiliò Pietro Mongo, ma questi riuscì nascondersi ad Alessandria, dove la paura del potere dei monofisiti scongiurò l'uso della forza da parte dell'imperatore. In un momento di debolezza, lo stesso Salofaciolo aveva permesso l'inserimento del nome del patriarca monofisita Dioscoro nel canone della messa. Il 13 marzo 478, quindi, Simplicio scrisse ad Acacio di Costantinopoli affinché esortasse Salofaciolo a cancellare il disonore che si era gettato addosso. Quest'ultimo, per giustificarsi di fronte al papa, inviò lettere e legati a Roma. Dietro richiesta di Acacio, che era ancora attivo contro i Monofisiti, il papa condannò per eresia Pietro Mongo, Pietro Fullo, Paolo di Efeso e Giovanni di Apamea. Inoltre, nominò il Patriarca di Costantinopoli suo rappresentante per questa problematica. Quando, nel 479, i monofisiti di Antiochia si rivoltarono contro il patriarca Stefano II e lo uccisero, Acacio consacrò Stefano III, e Kalendion come suo successore. Simplicio richiese vigorosamente all'imperatore di punire gli assassini del patriarca, e riproverò Acacio di eccedere le sue competenza nel compiere queste consacrazioni; contemporaneamente, tuttavia, il papa gli accordò la necessaria dispensa. Dopo la morte di Salofaciolo, i monofisiti di Alessandria scelsero nuovamente quale patriarca Pietro Mongo, mentre i cattolici scelsero Giovanni Talaia. Sia Acacio che l'imperatore, influenzato da questi, si opposero a Talaia, e favorirono Mongo. Costui, quindi, si recò a Costantinopoli a perorare la sua causa. Qui, con Acacio, si accordò su una formula di unione tra i cattolici ed i monofisiti, formula che fu approvata dall'Imperatore Zenone nel 482 (Henotikon). L'Henotikon fu la causa dello scisma acaciano, che durò fino al 519, quando l'imperatore d'oriente Giustino I di Bisanzio decise di abrogarlo. Nel frattempo, il papa ricevette sia gli ambasciatori inviati da Talaia per notificargli la sua elezione, sia una lettera dell'imperatore, nella quale Talaia veniva accusato di spergiuro e corruzione ed in cui c'era la richiesta di riconoscimento di Mongo. Simplicio, allora, differì il riconoscimento di Talaia e, contemporaneamente, protestò energicamente contro l'elevazione di Mongo al Patriarcato di Alessandria. Tuttavia, Acacio mantenne la sua alleanza con Mongo e cercò di far accettare ai vescovi orientali la sua decisione. Per molto tempo Acacio non inviò informazioni di alcun genere al papa, cosicché quest'ultimo, attraverso una lettera, lo rimproverò severamente. Quando finalmente Talaia giunse a Roma, nel 483, Simplicio era già morto.

Nonostante le difficili vicende della Chiesa durante i disordini causati dalle migrazioni, Simplicio esercitò una zelante cura pastorale anche in occidente. Prese decisioni sulle questioni ecclesiastiche, nominò Zenone vescovo di Siviglia vicario papale in Spagna, in modo che le prerogative della sede papale potessero essere esercitate nel paese stesso a beneficio dell'amministrazione ecclesiastica. Quando Giovanni vescovo di Ravenna, nel 482, designò Mutina come diocesi suffraganea della sua sede metropolitana e, senza averne il privilegio consacrò Giorgio vescovo di questa diocesi, Simplicio si oppose vigorosamente e difese i privilegi della sede papale. Simplicio eresse quattro nuove chiese a Roma stessa. Una grande sala di forma rotonda sul Colle del Celio fu trasformata in chiesa e dedicata a Santo Stefano; la parte principale di questo edificio, tuttora esistente, è nota come Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio. La Chiesa di Roma ricevette anche una bella sala vicino alla Basilica di Santa Maria Maggiore; Simplicio la trasformò in chiesa e la dedicò a sant'Andrea, facendovi aggiungere di un'abside adornato da mosaici (Giovanni Battista De Rossi, Bull. di archeol. Crist., 1871, 1-64). Il papa fece anche costruire una chiesa dedicata al primo martire, santo Stefano, dietro alla chiesa di San Lorenzo in Agro Verano, che non esiste più. Inoltre, fece costruire una quarta chiesa, ancora esistente, in onore di santa Bibiana, juxta palatium Licinianum, dove era la sua tomba.

Per assicurarsi del regolare svolgimento delle funzioni, dell'amministrazione del battesimo e della disciplina della penitenza nelle grandi chiese catacombali fuori delle mura urbane, vale a dire la chiesa di San Pietro (in Vaticano), di San Paolo sulla Via Ostiense e di San Lorenzo sulla Via Tiburtina, Simplicio ordinò che il clero di tre sezioni designate della città doveva, secondo un ordine predeterminato, farsi carico delle funzioni religiose che vi si svolgevano. Alla sua morte, Simplicio fu sepolto nel portico di San Pietro in Vaticano; in seguito, le sue spoglie furono traslate nel poliandro della basilica e, da allora, non se ne sa più nulla. Il Liber Pontificalis indica come giorno della sua sepoltura il 10 marzo. Dopo la sua morte Re Odoacre avrebbe voluto influenzare la nomina del nuovo papa, pertanto, il prefetto della città, Basilio, sostenne che Papa Simplicio aveva pregato il re di emanare l'ordine che nessuno avrebbe dovuto essere consacrato vescovo di Roma senza la sua approvazione. Il clero romano si oppose a questo editto che limitava il loro diritto di elezione e continuò a osservare l'editto emanato dall'imperatore Flavio Onorio su richiesta di Papa Bonifacio I, secondo il quale poteva essere riconosciuta vescovo di Roma solamente quella persona eletta secondo la forma canonica con l'approvazione Divina ed il consenso universale. Simplicio viene venerato come santo e la sua festa ricorre il 10 marzo.

di Claudio Modesti

 
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