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Il Curato d'Ars e la missione di evengelizzare PDF Stampa E-mail

Il Curato d'Ars e la missione di evengelizzareAlbert Bessiéres scriveva nel 1943 a riguardo di san Giovanni Maria Vianney: “Questo curato che non lasciò la sua parrocchia d’Ars fu uno dei più grandi missionari dei tempi moderni”. In cosa Giovanni Maria Vianney (1786-1859), curato del piccolo villaggio di Ars per 41 anni fu quello straordinario missionario? Un cuore da pastore, preoccupato dalla salvezza.Il Curato d’Ars aveva un vero cuore da pastore, cosciente di essere configurato a Cristo, inviato dal Padre nel soffio dello Spirito. Quest’amore delle anime si manifestò fin dalla sua infanzia; egli precisava a sua madre il giorno in cui manifestò il suo desiderio di diventare sacerdote: “Voglio guadagnare delle anime al Buon Dio”. La sua formazione sacerdotale, sotto la vigilanza dell’Abate Balley, curato d’Ecully, forgiò la sua anima di pastore, quella di un uomo tutto dato a Dio e zelante per l’annuncio della Buona Novella. “Essere missionario è lasciar fuoriuscire il proprio cuore”, preciserà un giorno. Il santo Curato fece ...

...  allora del suo prossimo vicino una terra di missione, egli aveva ben cosciente che la missione cominciava intorno a lui; è contemplando il Santissimo Sacramento e lasciandosi abitare dallo Spirito che si sveglia la vocazione missionaria. L’adorazione gli permise di comunicare coi sentimenti di Cristo: “Io sono venuto a portare il fuoco; come vorrei che infuochi la terra”. Giovanni Maria Vianney era così felice in presenza di Dio che si sarebbe quasi accontentato di quella felicità sulla terra: “Io mi riposerò in Paradiso. Sarei ben da compiangere se non vi fosse il Paradiso! Ma vi è tanta felicità nell’amare Dio in questa vita che mi basterebbe, anche quando non vi fosse il Paradiso nell’altra vita”.

Come pregandolo come fece avrebbe potuto rimanere insensibile a quell’immensa porzione dell’umanità che manca al Corpo di Cristo? Come avrebbe potuto rassegnarsi nel constatare quell’immensa folla di uomini e di donne che non sanno che Gesù ha bisogno di loro per essere le membra del suo Corpo? Come avrebbe potuto rassegnarsi nel vedere il Corpo di Cristo mutilato in tal modo? Egli diffidava sempre di quella tentazione della rassegnazione che provano molti sacerdoti che fanno del loro meglio per accrescere la comunità dei fedeli e che la lassezza paralizza: “Ciò che costituisce una grande disgrazia per noi curati è che l’anima si accartocci. All’inizio, si era toccati dallo stato di quelli che non amavano il Buon Dio. Dopo si dice: “Ve ne sono che fanno bene i loro doveri di stato, tanto meglio! Eccone altri che si allontanano dai sacramenti, tanto peggio! E non si fa né in più né in meno…”.

Egli fu, si potrebbe dire, preoccupato dalla salvezza, la sua e quella degli uomini; tutto il suo zelo missionario si spiega così: far gustare ad ognuno la gioia di essere figli di Dio!

Le missioni diocesane

Durante la prima metà del XIX secolo, l’episcopato francese cercò di rievangelizzare la Francia a seguito della rottura della Rivoluzione francese: fu la grande epoca delle missioni parrocchiali. Una squadra apposita veniva ad annunciare la Buona Novella in una parrocchia, proporre i sacramenti, mettere in opera una vita liturgica, fortificare la vita cristiana, far conoscere Gesù Cristo… dare un colpo di frusta ad una vita parrocchiale sovente poco sviluppata. Per circa una settimana questa squadra “investiva” la parrocchia ed i curati circostanti erano invitati a partecipare alle confessioni.

“Don Vianney, avendo rinnovato la sua parrocchia, dichiara il coltivatore Claude Villier, si recò su invito dei suoi confratelli a dare delle missioni nelle parrocchie vicine”. La prima missione alla quale partecipò fu quella di Trévoux, dal 9 gennaio al 21 febbraio 1823. i confessori erano accorsi ed i testimoni si accordarono nel riconoscere che il più cercato tra di loro era il Curato d’Ars. Il Curato d’Ars fu ben sovente inquadrato in queste missioni diocesane, particolarmente quelle intorno ad Ars. In pochi anni, egli partecipò alle missioni di Trévoux, di Saint Trivier, di Rancé, Villeneuve, Saint Jean de Thurigneux, Chaneins. Caterina Lassagne ha potuto scrivere: “Il suo confessionale era sempre assediato, al punto che un giorno – penso che fosse un confessionale mal organizzato – la folla che si pressava prese il confessionale e quello che vi era dentro. E’ il Curato che raccontava quest’avventura: “Mi si portava via, egli diceva, col mio confessionale”. E tutti andavano da lui, popolino e magistrati, per accogliere il perdono e, anche, le esortazioni ad una vita più conforme al Vangelo: “Quel piccolo curato d’Ars, confessa il signor Sotto-Prefetto di Trévoux, è stato impietoso per le serate ed i balli sella sotto-prefettura. Del resto, ha ragione e mi farò un dovere obbedirgli”.

Nell’epoca in cui le parrocchie rurali della Dombes e delle rive della Saône avevano tanto bisogno di essere evangelizzate, il Curato d’Ars era rattristato nel sentire i suoi confratelli mettere avanti problemi di danaro per ritardare una missione. Per lui, l’urgenza pastorale doveva trionfare di tutti gli ostacoli! Così, quando non dovette più sostenere l’orfanotrofio de La Provvidenza, egli diede forti somme che gli venivano dai pellegrini: “Si trovano sempre abbastanza persone per comperare delle bandiere o delle statue, egli diceva, ma la salvezza delle anime attraverso le Missioni deve essere preferita”. Si fece dunque fondatore di missioni parrocchiali. Egli diceva dall’alto del pulpito: “Amo tanto le missioni che se potessi vendere il mio corpo per stabilirne ancora una, lo venderei!”. Egli si augurava anche di coprire i costi dei missionari che sarebbero giunti tra 7 o 10 anni ad annunciare la parola di Dio. Nel 1855, Giovanni Maria Vianney aveva procurato duecentomila franchi all’opera delle missioni decennali. Il confessore non nasconde la soddisfazione che gli procurano i missionari: “Non si conosce tutto il bene che le missioni operano. Per apprezzarlo, occorrerebbe essere al mio posto, occorrerebbe essere confessore”.

Missionario nella sua parrocchia

Molto presto, non gli fu più possibile “partire in missione” all’esterno. E’ nella preghiera e l’adorazione del Santissimo Sacramento ch’egli attingeva la sua attività missionaria. Gli si era data come consegna, inviandolo ad Ars. “non vi è molto amore di Dio in quella parrocchia, ve ne metterete!”. Ora non vi può essere vero amore laddove vi è irriconoscenza, ignoranza. San Giovanni Maria l’aveva ben compreso: preghiera ed insegnamento, approfondimento della fede, riconciliazione e misericordia, ecco i fondamenti della sua attività missionaria.

Amore di Dio. “Amare Dio ed essere amato da Dio, quale felicità!” esclamava un giorno. Egli non smise, durante i suoi 41 anni di ministero ad Ars, di annunciare quella gioia di essere figli di Dio e di viverne. Attraverso l’intimità della sua preghiera, attraverso la bellezza della sua amicizia con Dio, egli testimoniò instancabilmente la straordinaria vocazione di ognuno. Il suo modo di vivere in presenza del Signore, la sua preparazione al sacrificio eucaristico, tutto ciò era spontaneamente la sua missione e la sua testimonianza.

Insegnamento. La dimensione missionaria del Curato d’Ars fu anche di consacrare molto del suo tempo nel far conoscere il suo Signore, nel nutrire l’intelligenza quanto il cuore. Predicare, annunciare la Buona Novella… egli lo fece durante il catechismo che fece ogni giorno per più di 40 anni (che diverrà a partire dal 1845 “i catechismi delle 11”), durante le sue omelie e le prediche di ogni tipo, durante l’insegnamento pratico che dava attraverso la santità della sua vita.

Perdono dei peccati. Perdonare in nome di Dio, è invitare ognuno a lasciarsi immergere nella misericordia di Dio, nel lasciarsi abitare dalla grazia che purifica e santifica. La storia di Ars non può essere separata dalle confessioni; è anche in quel luogo che Giovanni Maria Vianney annunciò la Buona Novella della Salvezza ad ognuno. Fu il mezzo privilegiato che utilizzò per permettere ad ognuno di scegliere liberamente Cristo, di vivere la sua grazia e di aver parte alla vita eterna. La missione passava anche attraverso ciò per il Santo Curato.

Intercessione ed offerta. Teresa di Lisieux diceva, provata dalla malattia: “Io cammino per un missionario”. Se fu un confessore così noto, non fu senza dolore: dolore fisico di un uomo più portato all’attività che all’ascolto paziente che lo condannava all’immobilità in uno confortevole confessionale; dolore morale che consiste nell’ascoltare i peccati come le devianze di tutta la miseria umana; dolore dell’anima infine perché il peccato lo crocifigge col Cristo. Ecco quello che riporta l’Abate Stefano Dubouis, allora curato di Fareins: “Gli ho chiesto un giorno come potesse restare per sì tanto tempo nel confessionale col freddo rigoroso senza prender nulla per riscaldarsi i piedi?”. Egli mi rispose: “E’ per una buona ragione. Io la notte soffro per le anime del purgatorio ed il giorno per la conversione dei peccatori”. Là dove Dio è misconosciuto o respinto, il sacerdote è costretto a soffrire, “completando nella sua carne quello che manca alle sofferenze di Cristo per il suo Corpo che è la Chiesa”. Il suo primo obiettivo missionario fu prima di tutto la parrocchia che gli era stata confidata; solamente dopo, egli aprì il suo campo d’azione accogliendo ad Ars migliaia di pellegrini che venivano da ovunque e partecipando attivamente a tutte le iniziative missionarie di cui sentiva parlare all’esterno.

I Missionari di Ars

Non si può parlare dell’attività missionaria del Curato di Ars senza parlare dei missionari di Ars. Dopo il concordato del 1801, la diocesi di Belley fu riorganizzata. Il primo vescovo fu Monsignor Devie. Preoccupato di risvegliare la fede nella diocesi, il suo pensiero fu di fondare una società di sacerdoti missionari la cui funzione sarebbe stata di percorrere le parrocchie, diventando gli ausiliari dei curati per risvegliare la fede addormentata ed affermare le pratiche religiose. Questa missione fu confidata nel 1825 a 3 sacerdoti. Questo primo assaggio fu abbastanza presto interrotto per mancanza di fondi. Nel 1833, Monsignor Devie credette che il momento fosse favorevole per la creazione d’un nuovo corpo di missionari. Sotto sua ispirazione, M. Perrodin, superiore del Seminario Maggiore di Brou, si occupò di riunire i primi sacerdoti che sarebbero interessati alle missioni. L’abate Mury fu scelto per essere il superiore della comunità. Questi fu assistito fin dall’inizio dall’abate Convers che finiva i suoi studi teologici e diversi altri sacerdoti.

Nominato missionario nel 1835, M. Camelet divenne il secondo superiore nel 1841 e rimase alla testa della società fino al 1869. sotto l’impulso di Don Camelet, l’opera dei missionari si sviluppò malgrado difficoltà impreviste. La fiducia dei curati verso i missionari divenne ben presto totale e questi chiesero con insistenza delle missioni di cui all’inizio, almeno, ne supportavano interamente il carico. E’ allora che la Provvidenza si  incaricò di trarre dall’imbarazzo  e il Vescovo e il superiore dei missionari. Nella circostanza, la Provvidenza si servì dell’abate Vianney. Questo che la Chiesa stava per porre sugli altari nel 1905 e canonizzare nel 1925 aveva fatto della conversione dei peccatori la sua opera di predilezione. Procurare la conversione dei peccatori soprattutto nella sua diocesi, era il sogno del suo cuore di apostolo. Avendo lui stesso partecipato a delle missioni quando era giovane curato d’Ars, egli sapeva il bene che potevano fare in una parrocchia. E’ allora che ebbe l’idea di fondare delle missioni. Verso la fine della sua vita, questa sarà la sua unica preoccupazione e tutte le sue risorse saranno impiegate in quest’opera. Questo capitale di fondazione farà vivere la società ed aiuterebbe le parrocchie in cui si darebbero queste missioni. Il numero delle missioni fondate dal santo è abbastanza impressionante poiché si eleva a 97 con la somma di 201.625 franchi oro, una somma enorme per l’epoca.

Interessato alle missioni, egli s’interessò ai missionari e chiese di avere un missionario come ausiliario. E’ così che l’abate Toccanier, missionario, rimpiazzerà l’abate Raymond e più tardi diventerà il suo successore. Ormai vigilante custode della spoglia del santo, egli eresse fin dal 1862 la Basilica in onore di Santa Filomena di cui il santo aveva approvato il progetto ma di cui fu lui stesso il promotore. L’abate Toccanier non dimenticò l’opera preferita dell’abate Vianney, continuò a raccogliere dei fondi per stabilire altre fondazioni di missioni. Egli aiutò in ciò il terzo superiore, Don Descotes, a costituire una cassa detta delle piccole missioni per aiutare le piccole parrocchie che non avevano potuto beneficiare di un normale fondazione. In totale, 221 missioni furono fondate nella diocesi grazie al santo Curato ed ai suoi successori. Essendo assicurata la vita materiale della società e ormai esentata da pensieri finanziari per le parrocchie, i missionari non avrebbero più avuto che il pensiero di compiere il loro compito apostolico. Al momento della loro fondazione, i missionari risedettero a Pont-d’Ain dal 1835 e fino al 1909. pont-d’Ain essendo quasi il centro della diocesi, questa città permetteva loro di irradiare in tutte le regioni della diocesi. Il 25 maggio 1909, essi vennero ad installarsi al castello di Ars, quel castello in cui abitava Mlle d’Ars al tempo del Santo. Avendo desiderato di abitare di nuovo la loro dimora nel 1825, i discendenti della famiglia Des Garets, i missionari lasciarono, dunque, la loro residenza per installarsi a 5 chilometri da Ars, a Jassans, in una proprietà da loro stessa acquistata. L’11 agosto del 1925, essi s’installavano a Jassans. Erano in prossimità di Ars, cosa che permetteva loro soprattutto, ora grazie alle macchine, di essere costantemente a disposizione del pellegrinaggio di cui assicurano il servizio in collaborazione col curato d’Ars, rettore del Santuario.

Nella missione universale

Anche uscendo poco dalla propria parrocchia, la missione universale abitava il suo cuore di sacerdote. e’ forse alla scuola di Pauline Jaricot (1799-1862) che questo desiderio crescerà. Abbonato alla rivista La Propagation de la foi (La Propagazione della fede), egli sarà tutta la sua vita “preoccupato” da quest’annuncio della Salvezza: “Delle persone hanno pensato che Monsignore sarebbe scontento del fatto che avessi venduto il mio camallo. Io gli ho scritto dicendogli che mi mancavano ancora cinquanta franchi per completare una fondazione di missione e che non si sarebbe adombrato nell’avervi contribuito”.

Le sue predicazioni in favore dell’evangelizzazione a partire dall’esempio dei missionari di cui aveva sentito parlare testimoniano anche il suo amore della Chiesa. Il fatto che sia stato nominato, nel 1929, “patrono di tutti i parroci del mondo”, lo ricorda anch’esso.

di Don Marcello stanzione

 
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