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Gli Angeli di Fratel Benildo Romancon delle Scuole Cristiane PDF Stampa E-mail

Gli Angeli di Fratel Benildo Romancon delle Scuole CristianePietro Romancon nacque il 14 giugno 1805 a Thuret in Francia. Da fanciullo rimase molto impressionato dalla figura di un religioso che passava per strada con il caratteristico abito talare nero e le facciole bianche sotto il mento. Gli fu detto che era uno dei Fratelli delle Scuole Cristiane, una congregazione fondata da S. Giovanni Battista De La Salle  a Reims nel 1684 per l’educazione gratuita di ragazzi, soprattutto figli di genitori poveri, che allora era una delle congregazioni di insegnanti religiosi più all’avanguardia della Chiesa di quell’epoca. Sebbene sacerdote, De La Salle aveva voluto che i suoi Fratelli non fossero chierici ma emettessero voti religiosi  e venissero preparati a insegnare diverse discipline utili per la vita a ragazzi di ogni estrazione sociale ma con uno sguardo preferenziale ai poveri. L’episodio del religioso con le facciole rimase impresso nelle mente di Pietro, che espresse ai suoi genitori la volontà di diventare anch’egli un Fratello delle Scuole Cristiane e, ... 

...   quando l’istituto lasalliano aprì una scuola a Riom, vi fu mandato a completare gli studi. A quattordici anni chiese di essere ammesso in quella  particolare congregazione laicale di religiosi insegnanti. La particolare consacrazione dei Fratelli come uomini dediti alla preghiera e alla scuola cattolica e i metodi eccezionalmente sapienti e adeguati ai giovani redatti dal De La Salle nella sua “ Condotta delle Scuole” si confacevano alla sua personalità. Era un buon studente ma dovette aspettare due anni per poter entrare in noviziato perché era ritenuto troppo giovane.

Nel 1820 iniziò il noviziato a Clermont-Ferrand e gli fu dato lo strano nome da religioso di Benildo, preso forse da S. Benilde, una martire uccisa dai mussulmani a Cordova, ricordata nel Martirologio il 15 giugno. Alla fine del noviziato Benildo ritornò a Riom per seguire un corso di preparazione all’insegnamento. Fu mandato presso varie scuole primarie nelle varie comunità lasalliane di Aurillac, Limoges, Moulins,Clermont per accrescere la propria esperienza, applicandosi nella didattica e in altre mansioni, come la cucina, e due anni dopo la professione divenne parte della comunità e della scuola di Billon. Si dice che fosse molto rigido ma giusto, che abbia sempre incoraggiato gli ultimi e che si sia interessato soprattutto all’educazione religiosa e catechistica.

Fratel Benildo si mostrò talmente all’altezza del compito che nel 1841, all’età di trentasei anni, fu mandato a dirigere la comunità e ad aprire una scuola a Saugues, nell’alta Loira, dove trascorse il resto della sua non lunga vita. I Fratelli erano ben visti nella città e fu loro chiesto di tenere corsi serali per adulti. Gli ispettori governativi gli conferirono una medaglia d’argento per il suo lavoro e i suoi ex alunni ricordavano con ammirazione il suo lavoro.  Fratel Benildo era particolarmente portato per l’insegnamento della religione: “Se per colpa mia questi ragazzi non crescono in bontà, che senso ha la mia vita? Se io muoio insegnando il catechismo, allora morirò compiendo il mio dovere”.

Si impegnò sempre molto per approfondire la teologia e altre materie ed era indubbiamente un insegnante molto dotato, con la rara capacità di toccare il cuore degli alunni. Diceva di lui un prete locale: “Benildo sembra un angelo non solo quando è in chiesa o quando prega, ma sempre e ovunque, perfino nei roseti in giardino”. Molti suoi alunni affascinati dal loro maestro entrarono nella congregazione lasalliana. Nel 1855  Fratel Benildo iniziò a soffrire di alcuni disturbi. Sei anni dopo fu colpito da una dolorosa artrite. Cercò di lottare contro la malattia e curarsi ma morì il 13 agosto 1862. Al suo funerale la chiesa era stipata e dal momento dell’interramento la sua tomba divenne una meta di pellegrinaggio.

Il 23 novembre 1899 a Le Puy  si iniziò il processo di beatificazione , che avvenne il 4 aprile 1948 ad opera di Pio XII. Fu canonizzato da Paolo VI  il 29 ottobre 1967. Gli Angeli avevano nel suo cuore e nella sua vita una parte considerevole di predilezione; ed erano le luminose idee della sana e tradizionale teologia che muovevano qui pure la sua pietà. Con i grandi maestri della vita spirituale iniziando dal suo fondatore San Giovanni Battista de La Salle, egli venerava nelle gerarchie angeliche la pura espressione delle divine perfezioni.  Vedeva  negli Angeli la divina ricchezza dello Spirito di Gesù Cristo e la lode eterna di Dio. In un suo trattenimento letterario sull’arcangelo S. Michele, egli esprimeva questi accenti di entusiasmo: “Come sono felice di rappresentarmi questo grande Arcangelo, pieno di fuoco per il servizio di Dio e di carità per gli Angeli suoi fratelli, in lotta vittoriosa contro la ribellione di Lucifero!”. “Il suo grido supremo – chi come Dio? – sarà in eterno la sua gloria, il terrore dei demoni e la fiducia dei veri servi di Dio…”. “Egli onora delle sue visite e della sua protezione la nostra Patria; ma specialmente alimenta la mia speranza il pensiero che egli è presente con la sua forza invincibile a tutti i combattimenti della gloria di Dio e della nostra salute”.

Nell’abitudine della preghiera continua, egli invocava spesso gli Angeli dei suoi Fratelli e dei suoi allievi, raccomandando a essi le loro anime e la loro salute eterna. Parlava al suo Angelo Custode come se realmente lo vedesse e lo udisse; usava non salutare alcuno senza aver prima riverito il suo Angelo invisibile. Confessava che molte volte aveva vinto le difficoltà e le resistenze incontrate nei suoi Fratelli e negli allievi ricorrendo direttamente ai loro Angeli. “Infatti, diceva, gli Angeli Custodi amano molto le anime a essi affidate, e usano presso Dio tutto il loro credito in favore di quelli che Egli ha commesso alla loro pietà”.

Vari testimoni ci informano poi che  Fratel Benildo usava non entrare mai né uscire da una casa senza salutarne i suoi Angeli; entrando in chiesa, dopo aver reso omaggio a Gesù nel tabernacolo e alla sua santa Madre Maria, salutava  quelli che egli soleva chiamare gli “Angeli dell’adorazione perpetua”, e uscendone faceva a essi una speciale riverenza col capo. Così pure faceva a riguardo degli Angeli della sua Comunità religiosa; e uno dei suoi Fratelli che per anni gli visse affianco affermò , con alta ammirazione, che “la fede viva di cui era animato lo faceva vivere abitualmente nella società degli spiriti celesti, come viveva in quella degli uomini”.

Don Marcello Stanzione

 
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