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PADRE PIO: UNA VITA TRA TERRA E CIELO di ANNA MARIA MARAFFA PDF Stampa E-mail
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domenica 18 giugno 2017
PADRE PIO: UNA VITA TRA TERRA E CIELO di ANNA MARIA MARAFFAIn questa estate esce nelle edicole dei giornali abbinato a diversi quotidiani nazionali la biografia di san Pio da Pietrelcina intitolata “ Padre Pio: una vita tra terra e cielo” scritta da don Marcello Stanzione che si può anche acquistare su Amazon. Una cinica freddura ospedaliera recita: “Il paziente è ancora vivo soltanto perché ci siamo dimenticai di dirgli che era morto”. E’ esattamente ciò che viene di pensare leggendo le centinaia di pagine della cartella clinica di Matteo Pio Colella, un bambino di 7 anni d’età ricoverato  d’urgenza in ospedale per una sospetta infezione meningococcica, che drammaticamente divenne nell’arco di poche ore una insufficienza d’organo multipla complicata da una sindrome respiratoria acuta. Nato e residente a San Giovanni Rotondo, terra d’apostolato di padre Pio da Pietralcina, Matteo  Pio frequentava la seconda elementare nella scuola “Francesco Forgione” (il nome da laico del cappuccino). ...
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Intorno alle 9 del 20 gennaio 2000, come ha testimoniato la maestra Concetta Centra, il bambino “ha cominciato a manifestare brividi generalizzati: alla mia richiesta di riferire che cosa avvertisse, come se avesse difficoltà a sollevare il capo”. Poco dopo , venne a prenderlo a scuola il papà Antonio Colella, urologo nell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo, il quale rimase per tutto il pomeriggio a casa con lui e con il fratellino Alessandro. Pur se la febbre persisteva elevata, la situazione appariva sotto controllo, come confermò verso le 19.30 anche l’amico pediatra Michele Pellegrino. Per scrupolo ricordando una precedente esperienza professionale, quest’ultimo consigliò comunque di controllare periodicamente la pelle del piccolo per rivelare eventuali segnali di infezione meningococcica. Intorno alle 20.30, rientrando dal lavoro, la mamma Maria Lucia Ippolito andò nella stanza dei bambini e gli eventi cominciarono a precipitare: “Trovò Matteo con gli persi nel vuoto e che al mio richiamo non mi riconosce. Mi avvicino per dargli un bacio sul collo e, nell’abbassargli il colletto del pigiamino, mi rendo conto che ha delle macchie più o meno grandi, violacee”. Quando i medici del pronto soccorso di “Casa Sollievo” lo spogliarono per visitarlo, ha sottolineato il papà durante l’inchiesta diocesana sul miracolo “mi rendo conto della tragedia che si sta consumando davanti ai miei occhi”. Le petecchie, macchie emorragiche che in genere segnalano la fragilità dei capillari dovuta a una malattia infettiva, aumentavano con estrema rapidità. La mamma , anch’ella esperta di medicina, ha aggiunto: “Sono sempre più consapevole dell’irreversibilità della tragedia che si sta compiendo. Sto perdendo mio figlio e non posso fare nulla, non c’è nulla da fare”. Dall’esame colturale del liquido prelevato tramite la puntura lombare emerge chiara la diagnosi: “ Neisseria meningitidis beta – lattamasi  negativa”. Il complesso delle analisi di laboratorio mise in luce una situazione estremamente preoccupante: febbre oltre i 40 gradi, tachicardia (120 battiti al minuto), ipoglicemia, carenza di piastrine, eccesso di bilirubina e di creatinina. Tutto faceva pensare a una meningite fulminante, evolutasi il sole dodici ore. Matteo Pio venne ricoverato nel reparto di Rianimazione e durante la notte le sue condizioni, nonostante il trattamenti intensivo, peggiorarono drammaticamente. Alle 10 del 21 gennaio si manifestò un edema polmonare. Nell’arco di un’ora il deterioramento delle funzioni vitali giunse a un punto tale che il primario Paolo De Gaudio si arresero, considerando “una cattiveria il proseguire nei tentavi di rianimazione”: la dilatazione delle pupille era fissa in ambedue gli occhi, la saturazione dell’ossigeno nel sangue giunse a un picco del 18% , il cuore batteva soltanto 23 volte al minuto e non si  riusciva più a rivelare la pressione arteriosa. Al termine di quei concitati minuti, ha ricostruito l’infermiera Angela Maria Frattaruolo, “il dottor Del Gaudio disse: “Ragazzi, non c’è più nulla da fare, il bambino non si riprende”. Si tolse i guanti, si lavò le mani e si fermò al fianco del bambino a osservarlo impotente”. Con drammatica partecipazione la Frattaruolo ha confidato: “Mi atterriva il pensiero di dover proprio io provvedere al lavaggio del cadavere , prima del trasferimento nella camera mortuaria”. Dal punto di vista clinico, gli organi collassati erano nove: il sistema nervoso, il fegato, il sangue e la coagulazione, la cute, gli apparati cardiovascolare, respiratorio, gastrointestinale, endocrino e urinario. “Era del tutto naturale ipotizzare che queste condizioni avrebbero determinato o il decesso o, nella migliore delle ipotesi, dei danni irreparabili agli organi nobili”, ha sostenuto il nefrologo Pietro Gerardo Violi,, dettagliando che “la letteratura internazionale,  valutando la percentuale di mortalità dell’insufficienza multi organo, si ferma nella casistica all’interessamento di cinque organi, perché subito dopo, cioè a sei, non si è mai descritta la sopravvivenza di nessun paziente, proprio perché la mortalità è del cento per cento”. Di fronte all’impotenza dei sanitari, intervennero però l’intercessione di Padre Pio e la forza della grazia divina. Lo documentano le parole rivolte ai genitori del bimbo da fra’ Modestino, considerato dai devoti di Padre Pio il custode del suo lascito spirituale: “Abbiate fede, non vi ribellate alla volontà di Dio. Io l’ho detto a Padre Pio: prega per Matteo, fa’ che questo sia il miracolo per la tua santificazione. Ti hai bisogno di un miracolo per diventare santo, aiuta Matteo, Sali sull’altare con lui”. La sera del 21 mamma Maria Lucia venne riportata di prepotenza a casa: “Ebbi solo la forza di sedermi sul mio letto e di aprire a caso, come faccio sempre, uno degli epistolari di Padre Pio. Mi capitò la sua lettera a Raffaelina Cerase, in cu diceva a proposito della sorella Giovina: “Fu strappata alle fauci della morte: ella era stata condizionatamente destinata a raggiungere i genitori lassù. Solo le molte preghiere ne sospesero l’esecuzione”. Interpretai questo passo come un segno di speranza che Padre Pio mi dava”. Per molti giorni Maria Lucia Ippolito si recò a pregare nel santuario, sulla tomba del frate e all’interno della sua cella, aperta appositamente per lei dal padre guardiano. Come ella ha scritto nel suo memoriale, “ero entrata nella cella di Padre Pio il giorno del mio matrimonio per chiedere al suo cuore immenso di proteggere e benedire la famiglia che stava nascendo. Ora gli chiedo di non distruggerla, di portare le nostre misere preghiere al Signore, di condurre a Lui onnipotente il nostro pianto, di non portarmi via il mio angelo”. All’improvviso una visione: “Nel pregare col viso schiacciato sul granito freddo vedo a occhi chiusi, il bianco e nero, un frate con la barba che si avvicina deciso a un letto e con tutt’e due le mani solleva di scatto il corpicino rigido di un bimbo per metterlo in piedi. E’ un attimo! Apro e richiudo gli occhi nella speranza di veder proseguire quella scena. Ma la mia mente non riesce più a produrre immagini, è il buio, mentre il mio cuore incomincia a battere forte. Realizzo che quel frate  è Padre Pio e che forse mentre stavo lì, proprio sulle spogli, abbandonata al mio dolore di madre, vicino a lui, ha voluto dirmi: “Aiuterò Matteo ad alzarsi”. Quasi come conferma, al risveglio dal coma il piccolo racconterò alla mamma di essersi visto da lontano, nel letto, attraverso un buco tondo: “Io ero vicino ai macchinari e un vecchio con la barba bianca e il vestito lungo e marrone mi ha dato la mano destra e mi ha detto: “Matteo, non ti preoccupare, tu presto guarirai”, e mi sorrideva. Dall’altro lato ho visto tre angeli che avevano le ali, uno bianco con le ali gialli, due rossi con le ali bianchi: non ho visto i loro visi perché erano luminosi”. La signora Maria Lucia ha descritto così la propria reazione: “Ho capito che Matteo doveva  aver visto qualcuno di eccezionale e immaginavo chi, ma non osavo crederci. Così ho preso l’immaginetta di Padre Pio che Matteo aveva stretta fra le mani (peraltro senza mai vederla) e gliel’ho messa dinanzi non proferendo verbo. Lui l’ha osservata attentamente per un po’, poi con gli occhi illuminati e con una gioia inaspettata mi ha detto: “E’ lui mamma, è lui, è Padre Pio: era Padre Pio vicino a me”. Intanto, alle 11 di quel 21 gennaio 2000, il dottor Del Gaudio tornò sui propri passi, su sollecitazione della dottoressa Rosa Salvatore che lo invitò a compiere un ultimo tentativo. A Matteo Pio furono iniettate in vena cinque fiale di adrenalina, una dose che non viene usualmente somministrata nemmeno ad un adulto, e nel bambino si manifestò qualche segno di ripresa. Ma, come ha documentato un accurato studio del professor Violi, la terapia adottata durante l’intera degenza, compresa quella dose straordinaria dia adrenalina “poteva agire sulla eziologia della meningite e di qualche altra patologia presente nel paziente, ma non poteva in alcun modo arrestare il processo che si era innescato”. Nel corso di qualche giorno, le condizioni di Matteo Pio segnalarono costanti segni di miglioramento, sbalordendo i medici che avevano pronunciato la diagnosi infausta. Gli esami clinici accertarono che il prolungato arresto cardiaco e l’edema polmonare acuto non aveva causato lesioni permanenti, contrariamente a ogni previsione. Io 6 febbraio, aderendo a una richiesta del bambino, gli venne concesso di vedere la televisione e persino di farsi portare il suo giocattolo elettronico. Si può dire che Matteo Pio è stato il primo paziente al mondo ad aver giocato con la playstation in un reparto di rianimazione, sfidando perfino i medici a competere con lui nelle gare di abilità. Perciò, come hanno affermato i consulenti sanitari, si può parlare di una duplice guarigione miracolosa: la prima è quella dalla morte che era attesa a ventiquattro ore dall’inizio della malattia; la seconda è quella di ciascuno dei nove organi interessati. Il 25 febbraio, dopo poco più di un mese di ospedale fu dimesso e dopo un altro mese di terapie riabilitative poté riprendere la frequenza scolastica. La maestra Centra ha successivamente recuperato il compito natalizio di Matteo Pio: “Stranamente nella circostanza del Natale 1999 ha scritto solo poche parole lui che solitamente faceva composizioni lunghe”. E in quella paginetta, rispondendo alla domanda: “Anche tu ricevi regali per Natale? Quali doni vorresti ricevere?”, c’era come il presagio di quanto sarebbe accaduto soltanto una ventina di giorni più tardi: “Si, io ho sempre ricevuto regali da Babbo Natale. Per quest’anno vorrei conoscere Gesù vero”. Ho ricevuto il dono desiderato per intercessione del santo che forse più di ogni altro ha vissuto “di” e “in “ Gesù. “Non sono più io che vivo, ma è Gesù che vive in me”, diceva il frate stimmatizzato. E Pio XII commenterà anni dopo: “Io rappresento Cristo, Padre Pio lo vive il Cristo”. Nel 2018 ricorrono i 50 anni dalla morte di padre Pio da Pietrelcina per prepararsi a quella celebrazione con questo suo libro  don Marcello Stanzione  ha messo in evidenza alcuni aspetti mistici del santo cappuccino particolarmente rilevanti della sua spiritualità come la devozione alle anime purganti e i santi angeli di Dio.
 
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