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FATIMA: LE VISIONI DELL’ANGELO DELLA PACE Di don Franco Manzi PDF Stampa E-mail
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venerdì 31 maggio 2019
FATIMA: LE VISIONI DELL’ANGELO DELLA PACESei incontri. Mentre pascolava il gregge presso il villaggio di Fatima, a circa cento chilometri da Lisbona, una bambina, di nome Lucia de Jesus dos Santos, vide, per la prima volta, un essere angelico. Non si è certi sul periodo in cui la piccola ebbe questa prima visione angelica. Stando al resoconto dell’interrogatorio del 19 ottobre 1917, fatto ai veggenti dal teologo don Formigao, pare che Lucia, circa un anno prima dell’interrogatorio – dunque, nell’ottobre 1916 - , avesse visto, insieme ad «altri bambini», «una figura avvolta in una specie di lenzuolo che non lasciava vedere il volto». ...
 
Parlandone nella Quarta memoria, suor Lucia, non senza qualche incertezza, fa precedere le tre visioni angeliche del 1916 da altre tre, che colloca tra l’aprile e l’ottobre del 1915, quando lei aveva 8 anni. più precisamente, racconta che, con tre compagne – Maria Justino, Teresa Matias e sua sorella Maria Rosa - , aveva visto aleggiare su un alberello, nella località chiamata Cabeço, «una specie di nuvola, più bianca della neve, un po’ trasparente, con forma umana», ovvero «una figura simile a una statua di neve, che i raggi del sole facevano un po’ trasparente».

«Mio Dio! Io credo, adoro, spero e Vi amo!». Nel suo racconto Lucia si sofferma più in dettaglio sulle tre visioni angeliche del 1916, condivise con i suoi cugini Giacinta e Francesco Marto. Leggendone il racconto, colpisce che alcuni particolari riecheggiano le angelofanie delle narrazioni evangeliche dell’Annunciazione a Maria e della risurrezione di Cristo, ma anche verte visioni dell’Apocalisse di Giovanni. La somiglianza è evidente quando Lucia descrive la fisionomia dell’Angelo che si fece vedere per la prima volta a lei, a Giacinta e a Francesco, nella primavera del 1916, mentre stavano pascolando le pecore: «Un giovane di 14-15 anni, più bianco della neve, che il sole faceva diventar trasparente come se fosse di cristallo, e d’una grande bellezza. Arrivando presso di noi, disse: “Non abbiate paura! Sono l’Angelo della pace. pregate con me”». Poi, inginocchiatosi, l’Angelo insegnò loro una breve preghiera di adorazione e di richiesta di perdono a favore dei peccatori: «Mio Dio! Io credo, adoro, spero e vi amo! Vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano». Forse perché Lucia era già stata presa in giro in famiglia per le tre visioni angeliche del 1915; o forse perché, per alcuni giorni dopo quella prima visione del 1916, sia lei che Giacinta e Francesco erano rimasti affaticati e senza energie, anzi come assenti dalla realtà, sta di fatto che i tre bambini profeti non se la sentirono di confidarsi con nessuno sull’accaduto.

L’Angelo del Portogallo
Dopo «lungo tempo», durante l’estate, essi videro di nuovo la stessa creatura angelica, presso un pozzo situato nell’orto dei genitori di Lucia. In quel secondo incontro, l’Angelo della pace anzitutto si presentò loro con un altro titolo, dal sapore biblico-apocalittico (cf Dn 10,9-21) e ben noto nella spiritualità popolare portoghese: «Angelo Custode [del Portogallo]» o «Angelo del Portogallo». La creatura angelica raccomandò ai bambini molte preghiere e sacrifici per la pace e per la riparazione dei peccati degli uomini, spiegando loro anche il modo. Così essi cominciarono a farne di continuo, quasi con lo stesso entusiasmo gioioso con cui prima giocavano insieme. Senza però dire nulla a nessuno, nemmeno ai genitori.

«Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo…». La terza visione si verificò a ottobre – se non già alla fine di settembre – del 1916. Si trattò di una visione molto più articolata delle precedenti: il medesimo Angelo mostrò ai veggenti un calice i vino con un’ostia, da cui stillavano e cadevano nel calice alcune gocce di sangue. Inoltre, la creatura angelica insegnò loro una preghiera eucaristica rivolta alla Trinità: «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi chiedo la conversione dei poveri peccatori».

La “traduzione” del messaggio interiormente percepito dall’Angelo
Di primo acchito, si potrebbe restare colpiti dalla profondità teologica delle parole dell’adorazione, molto diverse dalle preghiere infantili. D’altra parte, al teologo gesuita Karl Rahner (Visioni e profezie. Mistica ed esperienza della trascendenza, Vita e Pensiero 1995, pp. 93-94 e nota 71) non è sfuggita una certa incongruenza teologica della frase secondo cui i credenti dovrebbero offrire a Dio Padre non solo il corpo e il sangue di Cristo eucaristico, ma anche la sua anima e la sua divinità. Per intuire il processo psichico implicato in visioni del genere, ci sembra importante aggiungere che la formula «corpo e sangue, anima e divinità del nostro Signore Gesù Cristo» ricorre, all’interno del catechismo portoghese dell’epoca, nella risposta di matrice tridentina alla domanda su che cosa ci sia nell’Eucaristia. Non è da escludere, allora, che questa formula fosse stata ben memorizzata da Lucia, che, per accedere nel 1916 alla prima Comunione, aveva già dovuto apprendere le conoscenze fondamentali del catechismo a riguardo dell’Eucaristia. Forse sarebbe stata lei a “tradurre” la preghiera percepita interiormente dall’Angelo, ricordando questa formula catechistica. Se così fosse, però, come spiegare che anche Giacinta diceva di aver appreso dall’Angelo la stessa preghiera?

Comunque sia, sono preghiere spirituali, «frutto dello Spirito» (Gal 5,22), suscitate, tramite l’Angelo della pace, nei cuori di tre bambini profeti! A loro volta, essi le hanno donate ai credenti. Possiamo dunque recitarle durante la giornata e specialmente durante la giornata del Santissimo, imitando così i “pastorelli”, ai quali, dopo aver pregato, l’Angelo diede, sempre in visione, la “Comunione”: a Lucia l’ostia, mentre a Giacinta e a Francesco – che peraltro non avevano ancora fatto la prima Comunione – un sorso del calice. Poi, l’Angelo scomparve, mentre i veggenti rimasero fino al tramonto in uno stato contemplativo, avendo forse perso la nozione del tempo.
 
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