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Corso di ANGHELOSOPHIA primo livello
La sublime concezione degli Angeli in Giovanni Crisostomo Di don Renzo Lavatori PDF Drucken E-Mail
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lunedì, 09 dicembre 2019
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La sublime concezione degli Angeli in Giovanni CrisostomoPer poter comprendere in modo adeguado e completo la concezione sul angeli del grande pastore Giovanni Crisostomo, Arcivescovo di Constantinopoli, occorre tener presente le moltiplici riflessione ed espressione teologiche, bibliche, pastorale, dei Padri del IV secolo, che rivelano una straordinaria profondità di pensiero e di spiritualità intorno all’ essere e all’agire degli angeli. ...


1.La dottrina sugli angeli nei Padri del IV secolo.

I Padri del IV secolo hanno evidenziato alcuni aspetti fondamentali sulla realtà degli angeli, che poi sono stati inseriti nel patrimonio dottrinale, liturgico e spirituale della Chiesa. Fra di essi assumono un ruolo di rilievo l’affermazione ormai chiara delle gerarchie angeliche, della loro lode a Dio e della conoscenza beatifica, della funzione ministeriale che gli angeli svolgono sulla terra in riferimento specifico alla custodia degli uomini. Si insiste anche sul giusto culto dovuto agli angeli e della differenza con la adorazione spettante solo a Dio.

1.1. Le gerarchie angeliche.

E’ opportuno un cenno alle gerarchie angeliche, cioè alla diversità e ai gradi dei molti gruppi di angeli. La dottrina comune è che esistono molti tipi di angeli, secondo anche le testimonianze bibliche, ma è difficile precisare la natura e le caratteristiche in forza delle quali un gruppo si distingue dall’altro. Gerolamo, sulla scia di Origene, ammette che la differenza é data dalla diversità dei meriti, di potere e di autorità: arcangeli, potestà e dominazioni esercitano le loro funzioni servendosi degli angeli subalterni. Per Ilario la gerarchia è data dagli incarichi diversi che Dio affida loro. Secondo Gregorio di Nissa la diversità deriva più dalle attività che svolgono, che non dalla loro natura, mentre per Metodio di Olimpo sono proprio la natura e il luogo all’origine della distinzione. Cirillo di Gerusalemme, come anche Atanasio e Gregorio di Nissa, afferma che non è possibile conoscere la natura dei cherubini e determinare la differenza tra una gerarchia e l’altra; si può dire solo che la diversità deriva dal grado di conoscenza del mistero di Dio.

1.2. Lode a Dio e conoscenza beatifica.

Sempre nel IV secolo, periodo in cui la liturgia cristiana veniva adattata ai culti misterici e i riti assumevamo la solennità delle cerimonie imperiali, i vescovi e i predicatori si compiacevano di sottolineare la presenza attiva degli angeli nella liturgia. Gli angeli rappresentano, per loro natura, la liturgia del cielo; in particolare nel canto del trisagio biblico i serafini, e con essi tutti gli angeli, manifestano apertamente la loro sottomissione e la loro subordinazione non solo al Padre, ma anche al Figlio e allo Spirito Santo. I cristiani prendono parte alla liturgia degli angeli durante i riti che essi celebrano; come, all’inverso, gli angeli partecipano alla liturgia della Chiesa in particolar modo in occasione dei sacramenti del battesimo e dell’eucaristia. La liturgia terrena si unisce a quella celeste in un’armoniosa unità, formando insieme una specie di liturgia cosmica.

In forza della lode rivolta a Dio, gli angeli partecipano alla beatitudine divina e sono inseriti nella visione continua del volto di Dio, concessa loro dalla partecipazione al Logos o per la grazia dello Spirito Santo. Tuttavia la profondità del mistero di Dio rimane  a essi sconosciuta. Mentre gli angeli buoni cantano la gloria a Dio nel più alto dei cieli (Lc 2,14), gli spiriti cattivi hanno rifiutato la verità di Cristo. Ciò sta a indicare, secondo il pensiero di Basilio, che “le potenze invisibili sono in possesso del libero arbitrio che le tiene in equilibrio tra la virtù e il vizio”, sempre in forza dall’aiuto dello Spirito Santo. Esse possiedono anche il carisma della profezia, dono dello Spirito. Quando l’angelo Gabriele, nell’annunciazione a Maria, predice la maternità divina e la nascita del Redentore, può fare questo “per la prescienza dello Spirito”, poiché “l’ascolto della rivelazione dei misteri di Dio è propria dello Spirito, secondo quanto è scritto: “a noi Dio li ha rivelati per mezzo dello Spirito”. (1 Cor 2, 10)”.

1.3. La ministerialità degli angeli.

Oltre a essere destinati alla lode di Dio, gli angeli hanno anche la missione di assistere gli uomini. Essi infatti sono stati creati “ad ministerium”, mentre gli uomini “ad imaginem”. I Padri di questo periodo alludono spesso agli angeli custodi. Per Giovanni Crisostomo  è naturale che gli angeli siano a servizio degli uomini, poiché sono a servizio di un Maestro che si è umiliato fino  all’incarnazione e la morte per aiutare gli uomini. Essi sono vicini a tutti i cristiani, ma in modo particolare vengono in aiuto a coloro che vivono una vita autenticamente evangelica, come i monaci. Il movimento monastico infatti si stava diffondendo in tutte le chiese dell’impero romano e oltre, riprendendo le opinioni antiche sul ruolo degli angeli nella lotta ascetica e nell’ascesa spirituale dei monaci. Anzi si cominciava a paragonare esplicitamente la vita perfetta a quella angelica, soprattutto si considerava la verginità vissuta per amore di Dio un’imitazione della virginità degli spiriti celesti; la vigilanza continua e la lode perenne a Dio, praticate dai monaci, costituiscono una partecipazione alla santità e alla lode degli angeli in cielo.

Una documentazione palese della credenza sugli angeli custodi appare nelle Visiones de sanctis angelis, uno scritto dello Pseudo Macario in cui racconta, durante la prima visione, che ogni uomo possiede, dal giorno del suo battesimo, un angelo custode che lo accompagna e lo guida senza tuttavia costringerlo a fare il bene, poiché l’uomo è stato fatto libero. Egli può scegliere fra le due strade: quella angusta e impegnativa che porta alla beatitudine eterna e quella larga e facile che conduce alla dannazione eterna. Inoltre l’angelo custode intercede presso Dio affinché il cristiano, a lui affidato, sia liberato dalle seduzioni del demonio e possa convertirsi dai propri peccati per essere perdonato e giustificato da Dio.

Nella seconda visione viene indicata la missione angelica di portare le anime dei morti verso il trono di Dio. Durante il tragitto dalla terra al cielo gli angeli tenebrosi e neri cercano di strappare le anime dagli angeli buoni in una lotta spirituale, nella quale gli angeli vincono sui demoni e li contrastano nelle loro false pretese. Di particolare efficacia si dimostra la testimonianza dell’angelo custode, il quale assicura che l’anima si è pentita dei suoi peccati, si è confessata davanti al presbitero e si è riconciliata con Dio. Il tal modo il demonio si allontana e gli angeli conducono l’anima giusta in cielo. Tutte le potestà celesti si rallegrano e cantano gloria a Dio per ogni anima che viene salvata e giunge all’immortalità. Da notare che l’angelo custode è addetto alla sepoltura del corpo e alla custodia del sepolcro.

1.4. Il culto agli angeli

Per quanto riguarda il culto degli angeli, Origene distingueva tra la venerazione, dovuta agli angeli, e l’adorazione, riservata unicamente a Dio. I Padri del IV secolo reagiscono contro un culto eccessivo agli angeli, secondo quanto Atanasio rileva: gli angeli sono posti tra coloro che adorano Dio e non devono prendere il posto di coloro che sono adorati. Agostino usa un’espressione felice in proposito, affermando che non si deve offrire il sacrificio agli angeli, ma bisogna venerarli con amore. Per tale ragione è consentito, anzi raccomandato, invocare gli angeli e avere devozione per essi, ma non sostituirli a Dio. Il can 35 del concilio di Laodicea in Frigia, convocato sotto Teodisio il Grande, tra il 343 e il 381, condanna il culto reso agli angeli in forma d’idolatria, a discapito dell’adorazione dovuta a nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio.

2.     Puntualizzazioni di Giovanni Crisostomo

La riflessione angelologica di Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli morto in esilio nel 407, fa parte del suo più ampio discorso intorno all’inconoscibilità di Dio. Infatti degli angeli parla soprattutto nelle Omelie sull’incomprensibilità di Dio e nelle Omelie su Ozia, anche se altrove troviamo riferimenti all’angelo custode, agli angeli delle nazioni, alla lotta degli angeli contro i demoni. Per tanto la sua angelologia va compresa in chiave eminentemente teologica. Il pensiero di Crisostomo si rifà ai dati già consolidati nella tradizione cristiana, ma insieme offre aspetti originali e interessanti, ai quali attingeranno numerosi autori posteriori, tra cui anche Pseudo-Dionigi.

2.1. Gli angeli e la sublimità di Dio.

Per difendere la trascendenza divina contro gli eunomiani, che pretendevano di scrutare il mistero di Dio, Giovanni Crisostomo s’impegna a dimostrare che neanche le virtù celesti, ossia gli angeli, hanno accesso all’essere intimo di Dio: “Se voi volete, abbandoniamo Paolo e i profeti ed eleviamoci nei cieli, se vi siano degli spiriti che possano vedere Dio nella sua essenza. È vero che vi si trovano degli spiriti dotati di conoscenza, che non hanno nulla in comune con noi, poiché grande è la distanza che separa gli angeli dagli uomini. Tuttavia affinché tu sappia chiaramente che nessuna potenza creata possiede questa visione, ascoltiamo gli angeli. Che cosa dunque? S’intrattengono forse sull’essenza divina o ne discutono tra loro? Niente affatto. Ma allora cosa fanno? Essi glorificano, adorano, elevano incessantemente i loro canti trionfali e mistici con profonda reverenza. Alcuni dicono: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli” e i serafini a loro volta: “Santo, santo, santo”, mentre distolgono gli occhi, poiché non possono sopportare la potenza di Dio, anche quando si adatta ad essi. E i cherubini esclamano: “Benedetta sia la gloria, dal luogo ove egli dimora”. Crisostomo contrappone gli angeli agli eunomiani: “Quelli rendono gloria, questi cercano di soddisfare la propria curiosità; quelli adorano, questi si occupano di pensieri superflui; quelli distolgono i loro sguardi, questi si sforzano di fissare impunemente i loro occhi nella gloria ineffabile”.

In effetti Dio è assolutamente ineffabile, invisibile e incomprensibile; egli sorpassa tutte le capacità dell’intelligenza creata, “neanche gli angeli possono scoprilo né i serafini contemplarlo né i cherubini comprenderlo, poiché egli è invisibile ai principati, alle potenze, alle virtù e tutte le creature senza eccezione; solo il Figlio e lo Spirito lo conoscono”. Tale incomprensibilità di Dio appare più chiaramente nelle virtù celesti che nell’uomo, poiché essi sono superiori alla natura umana per la loro purezza, sapienza e perspicacia. Come il cielo si rende poco conto della luminosità dei raggi solari, così l’uomo non si avvede del carattere incomprensibile dell’essenza divina. La differenza tra un cieco e un vedente è inferiore alla differenza tra l’intelligenza angelica e quella umana. Per Crisostomo dunque, “il silenzio degli angeli insegna allo spirito avido di sapere che il non-sapere è per essi la sola scienza”. Infatti quanto più gli angeli sono sapienti e più vicini all’ineffabile e beata essenza divina, tanto più si rendono conto che essa è incomprensibile. Anche quando Dio si adegua alla loro capacità intellettiva, cioè accondiscende alla loro debolezza, essi non possono sopportare la sua luce.

Questo pensiero corrisponde alle due tendenze della teologia nella tradizione cristiana. La prima si chiama”teologia apofatica”, propria della tradizione orientale greco-bizantina, secondo la quale si afferma l’inconoscibilità di Dio, per attestare la sua infinita distanza con l’intelligenza delle creature umane, salvaguardando in tal modo la sua assoluta trascendenza. Il suo essere profondo resta nascosto agli occhi umani e a quelli angelici. La mente non può comprendere la totalità del mistero divino né lo può descrivere o decifrare: esso resta ineffabile e irraggiungibile. Si può dire di lui ciò che non è rispetto alla creature piuttosto che ciò che lui è. Le creature assumono ne suoi confronti un triplice atteggiamento: adorazione, contemplazione, silenzio.

La seconda tendenza si chiama “teologia catafatica”, espressa principalmente dalla riflessione teologica latino-occidentale, secondo la quale l’intelletto umano e angelico possono penetrare nell’essenza divina, sebbene non in maniera esaustiva e completa, perché sussiste una sostanziale differenza tra l’intelligenza limitata delle creature razionali e la suprema verità di Dio. Tale conoscenza teologica è concessa anche per la illuminazione dello Spirito Santo, che accresce le capacità intellettive naturali e le rende disponibili all’accesso nei divini misteri attraverso tre atteggiamenti: proclamazione, comprensione, effusione. Tra le due tradizioni non esiste una contrapposizione ma una complementarietà. Per cui sarebbe auspicabile che i due modi di conoscere e di parlare su Dio si congiungessero in modo che l’inconoscibilità non sia ristretta al fideismo con la negazione della ragione; d’altra parte la conoscibilità non cada nella strettoia del razionalismo con la sottovalutazione della fede. Fede e ragione sono le due ali con cui l’intelletto creato può elevarsi fino a Dio.

 Crisostomo afferma inoltre che gli angeli non conoscono il disegno salvifico di Dio, se non dopo che esso si è realizzato: “Infatti molte cose dell’economia divina non conoscono né le virtù celesti né i principati, le potenze e le dominazioni”. Anzi le potenze celesti hanno appreso alcune verità divine non solamente nel medesimo tempo in cui sono state comunicate agli uomini, ma anche grazie alla manifestazione attuatasi tra gli uomini. Per dimostrare ciò Crisostomo si serve del testo paolino di Ef 3,5 ss., in particolare dei versetti 9-10: “E di far risplendere agli occhi di tutto qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai principati e alle potestà la multiforme sapienza di Dio”, che commenta con queste parole: “Lo capisci tu? Solamente adesso e non prima le virtù hanno appreso questo. Il re non comunica al suo cavaliere i progetti che egli medita. Affinché i principati e le potestà che sono nei cieli conoscano adesso per mezzo della Chiesa la multiforme sapienza di Dio. Ecco quale onore è dato alla natura umana: e con noi e per mezzo di noi le virtù celesti hanno conosciuto i segreti del re”.

Se gli angeli non possono conoscere l’essenza divina, tanto meno lo possono gli uomini, i quali non hanno neanche la capacità di cogliere l’essenza angelica, che rimane nascosta all’intelligenza umana. Crisostomo insiste nel sottolineare la superiorità degli angeli rispetto agli uomini, sebbene non sia molto grande: “Benché l’intervallo sia piccolo, dal momento che esso esiste, noi non conosciamo perfettamente l’essenza degli angeli e, anche a prezzo di lunghe speculazioni, a noi è impossibile di penetrarla”. Egli ripetutamente porta l’esempio del profeta Daniele, il quale, pur essendo un uomo giusto e santo, ricco di vita spirituale, rimane intimorito e sbigottito di fronte alla presenza dell’angelo, secondo quanto viene detto in Dn 10, 5-12: “Daniele, che nel suo corpo aveva una potenza sovrumana, non poteva sopportare la presenza di questo altro servitore di Dio e rimase senza fiato” . Esiste dunque una grande differenza tra l’angelo e l’uomo, anche se essa è inferiore rispetto a quella tra l’angelo e Dio stesso.

2.2. L’incorporeità degli angeli.

Gli angeli vengono indicati col nome generico di virtù (δυνάμεις) o di virtù dall’alto (ά̀νω δυνάμεις). Queste potenze celesti formano molti gruppi o cori, che vengono connotati secondo l’elenco comune alla Scrittura e alla liturgia e che saranno codificati dallo Pseudo-Dionigi. Crisostomo parla di angeli, arcangeli, troni, dominazioni (κυριότητες), principati (άρχαί), potestà (έξουσίαι), virtù (δυνάμεις), cherubini e serafini. Essi formano una gerarchia, nella quale gli angeli e gli arcangeli sono al grado inferiore, poi vengono i serafini e i cherubini dei quali Crisostomo afferma: “I cherubini sono superiori ai serafini, poiché i primi sono in piedi davanti a Dio, mentre i secondi servono a lui da trono”. Seguono subito dopo i troni e le dominazioni, i principati e le potestà e infine le virtù. I cherubini e i serafini sono posti in basso rispetto alla tradizione liturgica e alla classificazione dionisiaca.

Questi nove cori non esauriscono la moltitudine angelica. Per Crisostomo esistono altre potenze celesti che non si conoscono e che non possono essere enumerate: “Vi sono popoli infiniti di virtù incorporee e di tribù innumerevoli”. Paolo ce lo indica quando dice di Cristo: “Lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione, e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro” (Ef 1,20-21), secondo quanto commenta Crisostomo: “Vedete che esistono in alto dei nomi che saranno conosciuti più tardi e che sono attualmente ignorati”. E dopo aver elencato i principati, le potestà e le dominazioni, aggiunge: “Questi popoli non sono i soli che abitano i cieli, dove esiste ancora un numero infinito di nazioni e di tribù innumerevoli, che nessuna parola saprebbe rappresentare”. Va anche notato che all’interno di ogni coro il numero degli angeli è sconfinato.

Crisostomo espone anche il significato dei nomi angelici: l’angelo è chiamato così perché annuncia agli uomini la volontà di Dio; l’arcangelo è tale perché comanda sugli angeli; le virtù indicano la sapienza e la purezza. Il termine cherubino significa “conoscenza perfetta” e serafino “bocca di fuoco”, nei primi si manifesta la sapienza e nei secondi la purezza. Pare che i serafini siano anche intesi come il trono di Dio, non nel senso che Dio abbia bisogno di sedersi, ma per mostrare la loro dignità, in quanto Dio si posa (άναπαύει) su di essi.

Per quanto riguarda la natura angelica, Crisostomo è forse uno dei Padri del IV secolo più espliciti nell’affermare l’incorporeità. Infatti parla spesso di “potenze incorporee”. Inoltre egli intende in modo simbolico le caratteristiche fisiche degli angeli come le ali: “Esse manifestano la sublimità di una natura; per questo ci viene rappresentando Gabriele alato, non perché gli angeli abbiano le ali, ma perché tu sappia che essi lasciano le regioni superiori e il soggiorno più elevato per avvicinarsi alla natura umana; così le ali attribuite a queste potenze non hanno altro senso che indicare la sublimità della loro natura”. Similmente si può dire dei loro occhi, che “vogliono significare la profondità della loro visione; della loro vicinanza al trono divino e dei loro inni incessanti, che mostrano la loro vigilanza continua, non interrotta dal sonno”. Crisostomo, ripete chiaramente che per gli angeli la visione vuol dire conoscenza, poiché essi non hanno pupille né occhi né palpebre: “Quando tu senti dire che i serafini distolgono gli occhi e coprono il loro viso come con un muro, e che i cherubini fanno lo stesso, non credere che essi abbiano occhi e palpebre, poiché queste sono caratteristiche degli esseri corporei; intendi invece che il profeta vuole designare con ciò la loro facoltà di conoscere”. E conclude: “Guardare fissamente equivale a conoscere”.

 L’affermazione più esplicita viene fatta nelle Omelie su Ozia, quando Crisostomo descrive l’atteggiamento di pietà, di timore e di adorazione dei serafini verso il loro Creatore e Maestro: “È quello che avviene per queste potenze incorporee. Esse provano un grande desiderio di venerazione verso il loro Creatore e si sforzano di manifestarlo in tutti i modi, e poi, quando esse non raggiungono lo scopo desiderato, nascondono l’impotenza del loro desiderio sotto un velo. Ecco perché si dice che esse coprono gli occhi e i piedi […], non perché affermiamo che hanno un viso e i piedi secondo quanto viene indicato dal profeta. In effetti esse sono incorporee come la divinità. Ma ciò è per lui un modo per mostrare che sono totalmente raccolti in se stesse, che servono il Maestro con venerazione e timore” In questo testo Crisostomo afferma, senza equivoci, che l’incorporeità degli angeli è come quella di Dio; ciò significa che sono puri spiriti e non possiedono un corpo neppure sottile. Questo era ammesso dagli altri Padri, proprio per distinguere la natura angelica da quella divina. In tal modo la concezione del Crisostomo si distacca notevolmente dall’opinione dell’epoca e pone le premesse chiare per lo sviluppo successivo di tale prospettiva.

2.3. Gli angeli nell’eucaristia.

Un aspetto particolarmente sottolineato da Crisostomo è la presenza attiva degli angeli nell’eucaristia. Sono essi che donano alla messa una solennità misteriosa: “Pensa a fianco di chi tu ti poni, in compagnia di chi tu invochi Dio: in compagnia dei cherubini! Considera coloro che formano questo coro con te e ti sarà sufficiente per impegnarti alla vigilanza di ricordarti che, rivestito d’un corpo e legato alla carne, tuttavia sei stato giudicato degno di celebrare con le potenze incorporee il Maestro comune di tutti”. Il tema ritorna più volte nelle opere di Crisostomo: “Gli angeli attorniano il prete. Tutto il santuario e lo spazio attorno all’altare è riempito dalle potenze celesti per onorare colui che è presente sull’ altare”. Tale presenza angelica introduce l’eucaristia nel cielo e la rende un vero mistero sacro. Essa inoltre fa della messa una partecipazione alla liturgia celeste, cioè al culto reso a Dio da tutte le creature spirituali.

Gli angeli intervengono attivamente, presentando a Dio l’offerta posta sull’altare, che è il corpo immolato di Cristo: “Non solamente gli uomini fanno sentire i loro clamori timorosi e sacri, ma anche gli angeli si gettano ai piedi del Signore e gli arcangeli lo pregano: è il momento favorevole (καιρόν) che combatte per loro, poiché l’oblazione li aiuta”. In tal modo gli angeli insieme agli uomini formano un’ unica assemblea che offre. Spiega ancora Crisostomo: “Come gli uomini tagliano i rami di olivo e li agitano davanti ai re per muoverli alla pietà e alla bontà, ugualmente gli angeli , presentando, al posto dei rami d’olivo, il corpo stesso del Signore, invocano il Signore per la natura umana, dicendo pressappoco così: Ti preghiamo per coloro che tu stesso hai giudicato degni di accogliere il tuo amore fino a donare la tua vita; per essi versiamo le nostre preghiere, come tu, per essi, hai versato il tuo sangue; noi ti invochiamo per loro, in favore dei quali tu hai offerto il sacrificio il tuo corpo qui presente”. Il corpo di Cristo, realmente presente nei santi misteri, viene offerto solennemente al Signore dagli angeli adoranti.

Per Crisostomo tutta la liturgia terrena della Chiesa è vista in unione con la liturgia celeste degli angeli, come sua imitazione: “Voi offrite senza posa al Creatore i canti degli inni a imitazione del coro angelico. Quali doni di Cristo! Lassù le legioni degli angeli rendono gloria; quaggiù gli uomini, che formano i cori nelle chiese, recitano la medesima dossologia a loro imitazione. Lassù i serafini fanno risuonare l’inno trisagio; quaggiù la folla degli uomini fa salire il medesimo inno; uniti insieme, gli esseri celesti e gli esseri terreni formano un assemblea di festa: è una sola eucaristia, un solo tripudio, un solo coro festoso”.

La preghiera umana raggiunge una perfezione maggiore, in quanto essa può toccare il mistero divino, presente nell’eucaristia, ciò che non è stato concesso agli angeli. Dice Crisostomo: “ Tu canti con i serafini, tu stai in piedi con i serafini, con essi stendi le ali dello spirito, con essi voli attorno al trono regale. E cosa c’è di più sorprendente che a te, ritto coi serafini, Dio ha donato di fare con sicurezza ciò che precisamente i serafini non hanno osato toccare? “Uno dei serafini fu inviato verso di me, è detto, con una brace che aveva preso con le pinze da sopra l’altare” (Is 6,6) . Quell’altare è il tipo e l’immagine di quest’altare, come quel  fuoco lo è di questo fuoco spirituale. Il serafino non ha osato toccarlo con la mano, ma con le pinze, mentre tu lo ricevi nella mano. In effetti se tu consideri la dignità delle offerte, esse sono troppo grandi per essere toccate anche da un serafino, ma se tu tieni presente l’amore di Dio per gli uomini, egli non si vergogna di scendere con la sua grazia sulle offerte verso la nostra miseria”.

2.4. Gli angeli creati da Dio e rivelatori di Cristo.

Per scoprire l’infinita potenza e sapienza di Dio creatore, non basta considerare la bellezza e la grandezza del cielo, della terra, del mare e del genere umano, occorre elevare la nostra mente al di sopra del cielo per giungere nella sfera angelica. Crisostomo dichiara che un solo angelo vale più di tutta la creazione visibile o piuttosto che egli da solo è superiore ad essa. La santità e la giustizia degli angeli supera di molto quella degli uomini; essi sono stati creati in numero sconfinato, con lo scopo preciso di magnificare l’immensa gloria e ricchezza della volontà divina e del suo grandioso progetto creativo. Sono proprio gli angeli a rivelarlo: “C’è lassù in alto diecimila miriadi di angeli e mille  migliaia di arcangeli, e i troni, le dominazioni, i principati, le potenze, popoli infiniti di virtù incorporee e tribù innumerevoli, e tutte queste virtù sono state create da lui con una tale facilità che nessuna parola può far comprendere. In tutte le cose per lui è stato sufficiente volerlo, e, se l’atto di volontà non causa alcuna fatica, tanto più senza alcuno sforzo egli ha creato così eminenti virtù. Lo scrittore sacro lo ha detto: ‘Tutto ciò che egli ha voluto, lo ha fatto nel cielo e sulla terra’ (Sal. 134,6). Ciò si riferisce non solamente alla creazione delle cose terrestri, ma anche a quella delle virtù eccelse per le quali è stata sufficiente in tutto solo la sua volontà”.

Per Crisostomo gli angeli sono posti accanto al Verbo incarnato, durante la sua vita sulla terra, per mostrare la sua signoria divina, in quanto servono il Cristo e sono a lui sottomessi quali suoi ministri e collaboratori della sua opera salvifica. Nel suo Commento al vangelo di Giovanni lo dichiara esplicitamente quando tratta dell’incontro di Natanaele con Gesù, il quale gli rivela non solo il proprio carisma profetico ma anche la sua divinità: “Vedete come sollevi gradualmente da terra il suo discepolo e lo trasporti in alto, affinché questi non lo ritenga più soltanto un uomo? Colui al cui servizio sono gli angeli e su cui gli angeli salgono e scendono, come può essere un semplice uomo? Per tale ragione disse: ‘Vedrai cose ben più grandi di queste’, cosa che egli spiega descrivendo gli angeli intenti a servirlo. Come se dicesse: ‘Questa, o Natanaele, ti è sembrata una grande cosa e perciò hai dichiarato che io sono il re d’Israele; ma cosa dirai, quando vedrai gli angeli salire e scendere sopra di me?’. E con queste parole lo convince a proclamarlo anche Signore degli angeli”.

In tal modo le parole di Cristo fanno capire a Natanaele che lui ha di fronte non un semplice cittadino di Nazareth ma, più profondamente, può contemplare nella figura di Gesù il vero Figlio di Dio, che è adorato e servito dagli angeli stessi. Mostra così la sua superiorità e signoria rispetto agli spiriti celesti. Ma questi sono a servizio di Dio e fedeli esecutori dei suoi comandi, suoi umili adoratori. Per tanto Cristo è posto sulla medesima dignità di Dio, come osserva Crisostomo: “In effetti, questi servitori della corte celeste, scendevano e salivano sopra il vero Figlio del loro Re, sia in occasione della sua crocifissione, sia in occasione della sua resurrezione e ascensione e anche prima, cioè quando gli si avvicinarono per servirlo, quando annunziarono la sua nascita, quando cantarono: ‘Gloria a Dio in cielo e sulla terra pace’ (Lc. 2,14); quando si presentarono a Maria, quando apparvero a Giuseppe”.

Conclusione: Rapporto  tra gli angelici spiriti e gli esseri umani.

Crisostomo si sofferma di preferenza a contemplare i serafini, quasi fossero l’espressione massima della vicinanza a Dio, dell’amore e dell’adorazione del suo mistero. Per questo essi offrono al cristiano l’esempio e lo stimolo per elevarsi al medesimo livello spirituale, nella consapevolezza della propria incapacità di conoscere l’essenza divina: “Così fra le potenze incorporee queste sono le più splendenti poiché sono più vicine al trono. Ecco perché il profeta trascura di parlare della dignità della loro natura per farci capire anzitutto il posto d’onore che esse occupano, sapendo che in ciò consiste il loro principale ornamento, in cui risiede la bellezza di queste nature, in ciò la loro gloria, il loro onore, la loro sicurezza, nel fatto di apparire attorno al trono”.

I serafini diventano il richiamo per l’uomo ad elevarsi verso Dio, per condividere il loro medesimo posto d’onore. Essi posseggono una posizione onorifica, che dona loro il principale ornamento e dove risiede la bellezza della loro natura, la loro gloria, la loro stabilità. Tale privilegio sta nel fatto di apparire attorno al trono di Dio. Ma questa loro situazione altamente dignitosa, continua Crisostomo, è possibile che sia ottenuta anche dall’uomo: “Infatti Dio non sta solamente in mezzo ai serafini, egli è anche fra di noi, se noi lo vogliamo: ‘Là dove due o tre, è detto, sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro’ (Mt. 18,20); e ‘Il Signore è presso ai cuori contriti, egli salva gli umili in spirito’ (Sal. 33,19). Ecco perché Paolo scrive: ‘Aspirate alle cose più alte, dove sta il Cristo assiso alla destra di Dio’ (Col. 3,1). Tu hai visto come egli ci pone con i serafini, conducendoci presso il trono regale. Il profeta lo dice subito: ‘Sei ali erano per l’uno e sei ali per l’altro’ (Is. 6,2)”.

Offrendo la spiegazione del significato di queste ali, Crisostomo sottolinea che con due si coprono gli occhi per rafforzarli con una doppia parete, in modo di poter sostenere lo splendore proveniente dalla gloria divina; con le altre due coprono i piedi sotto l’impressione del medesimo timore riverenziale; con le ultime due essi volano. Questo è il segno che essi aspirano continuamente ad elevarsi senza mai riguardare verso il basso. Così gridano l’uno all’altro il trisagio: “Santo, santo, santo (Is. 6,3). Conclude Crisostomo: “Il loro grido è molto significativo per noi, perché manifesta la loro ammirazione, in quanto essi non solo cantano, ma gridano potentemente e lo fanno continuamente”. È un invito pressante ai suoi fedeli per stimolarli a vivere del medesimo stupore dei serafini, ad unirsi al loro canto di gloria al Dio tre volte santo e di prolungare tale sublime acclamazione per tutto il corso dell’umana esistenza. La nostra voce perciò si unisce a quella dei serafini, per lodare e ringraziare insieme a loro il Cristo che ha distrutto il muro divisorio e ha rappacificato  il cielo e la terra. Proprio lui, il nostro e loro Signore, ha compiuto questa mirabile opera di unire assieme noi, povere creature umane, con gli eccelsi spiriti serafici per formare un unico coro di amore e di beatitudine presso il trono divino. Niente di più spiritualmente elevante e magnifico.

D’altra parte, fa notare Crisostomo, è anche vero che gli angeli si abbassano fino a noi per condividere con noi la preghiera che si dirige a Dio dal profondo dell’animo, sopratutto nei momenti di dolore e di estrema sofferenza. Anche quella è un grido forte che va dalla bassezza terrena alla altezza del cielo. A quel livello umano di angoscia e di tormento si uniscono gli angeli, che si gettano ai piedi del Signore e gli arcangeli lo pregano, affinché vada in soccorso degli uomini che combattono e soffrono. Crisostomo scrive che gli angeli invocano il Signore a favore dell’essere umano, riferendo le loro parole: “Noi ti preghiamo per loro, che tu stesso hai giudicati degni di ricolmarli del tuo amore fino a donare la tua propria vita”.

Si attua un mirabile abbraccio tra le sfere angeliche anche le più sublimi e gli esseri umani, come per formare una meravigliosa sinfonia che sale dalla terra al cielo e che si dispiega dal cielo alla terra. Da una parte gli uomini sono invitati ad innalzarsi verso le schiere celesti per condividerne la santità, la verità, la dossologia divina; dall’altra parte gli angeli si abbassano fino a condividere con gli uomini la preghiera di soccorso e di aiuto fra le numerose tribolazioni. Un abbraccio questo che, se realmente vissuto, costituisce una muraglia insormontabile per tutte le forze avverse che vorrebbero invece dividere e separare la terra dal cielo.

Don Renzo Lavatori.

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