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SALMODIARE CON GLI ANGELI Di don Marcello Stanzione PDF Stampa E-mail
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domenica 18 settembre 2022

SALMODIARE CON GLI  ANGELIUna sentenza di San Gerolamo, che dice: “I monaci fanno in terra quello che fanno gli angeli in cielo”; però, come si nota persistentemente, questo è un pensiero estraneo alla regola benedettina. In effetti, San Benedetto si esprime con tutta chiarezza, visto che si riferisce proprio a questo punto. “In presenza di angeli in adorazione” dice il salmo 138,1 citato dal legislatore monastico, il quale conclude logicamente: “Consideriamo in che modo andremo ad assistere davanti alla presenza della Divinità e dei suoi angeli, e partecipando alla salmodia, in una maniera tale che la nostra mente concordi con le nostre labbra”. ...

 
Il pensiero del santo non può essere più trasparente e neppure può esserlo il testo biblico su cui si fonda: nel coro, i monaci non solo imitano i celesti cortigiani di Dio, ma salmodiano in loro presenza. Cassiodoro è dello stesso parere: le melodie monastiche non accarezzano solo l’udito umano, ma dilettano anche i santi angeli del cielo.

Tale convinzione non è esclusiva di San Benedetto e del suo contemporaneo Cassiodoro, ma è molto più antica, e fu molto vivace fra i monaci del Medioevo. Si conoscono le parole di San Beda il Venerabile, che riporta Alcuino, scrivendo ai religiosi di Wearmouth: “Non ignoro che gli angeli visitino il coro dei monaci durante le ore canoniche. Che cosa succederebbe se non mi trovassero tra i fratelli? Per fortuna non direbbero: dov’è Beda? Perché non viene con i fratelli all'orazione prescritta?”. Queste gioiose frasi di San Beda il Venerabile si trovano d'accordo con la regola benedettina. E lo stesso si dice di una certa visione che si attribuisce a San Bernardo, la cui narrazione doveva impressionare profondamente i religiosi che la leggevano o l'ascoltavano. In effetti, si racconta che una notte, durante le veglie, il santo abate di Chiaravalle vide assieme ad ognuno dei monaci un angelo che scriveva ciò che il religioso andava salmodiando; alcuni scrivevano con oro, altri con argento, altri con inchiostro, altri con acqua, e alcuni infine non scrivevano nulla, secondo l'impegno e le diverse disposizioni con cui i monaci cantavano nelle funzioni.

Questa considerazione che il culto cristiano svolge in presenza degli spiriti celesti, si incontra già nei primi secoli della Chiesa. Origene ad esempio insegnava: “Ciò che riguarda gli angeli si deve dire: sì, l'angelo del Signore è vicino a coloro che lo temono [Ps. 34, 8], è naturale che quando questi si trovano ufficialmente riuniti per tributare gloria a Cristo, l'angelo assegnato ad ognuno è al lato di ognuno di quelli che lo temono e che è stato incaricato di custodire e indirizzare; di modo che, quando i fedeli sono riuniti, nelle assemblee sono presenti sia gli uomini sia gli angeli.” Ma gli angeli non si limitano ad essere semplici ‘spalle’ del culto che i fedeli tributano a Dio, ma intervengono in esso. Tutta l'orazione della comunità cristiana, tutta l'azione liturgica, si realizza con la loro partecipazione attiva. “Esulti già l'angelica moltitudine dei cieli; esultino già gli angeli di Dio!”, esclama con entusiasmo il diacono nel cominciare l'elogio del cero pasquale. E tutta la sacra liturgia è piena di simili inviti diretti agli spiriti celesti, perché si uniscano alla voce della Chiesa e vibrino al ritmo dei loro sentimenti. Nei salmi, negli inni, nelle antifone, nei responsori, la liturgia li invita ad unirsi ai fedeli nella lode che elevano fino al trono di Dio. La sposa di Cristo non opererebbe così se non fosse pienamente convinta di questa comunità di culto dove si riuniscono uomini ed angeli.

Testimoni precedenti, principalmente di origine monacale, vengono a confermare questa asserzione. Nella Chiesa, secondo San Giovanni Crisostomo, ci troviamo fra i cori angelici e con loro cantiamo inni al Signore: “Chi ti ha chiamato, ti ha invitato a diventare uguale agli esseri spirituali” - dice Filosseno di Mabbug, rivolgendosi ad un pubblico monastico – “sei stato creato cantore del Trisagio in compagnia dei Serafini”. L’Alleluia è, per Sant’Isidoro, un mistero di lode (laudis mysterium); se lo cantiamo con una fede e devozione, la nostra voce si unirà a quella degli spiriti celesti.

Nella vita di San Benedetto, abate di Clusa leggiamo che, quando si trovava nel coro, sembrava che stesse lodando Dio con gli angeli. Tale attitudine corrisponde ad una convinzione che attraversa tutta la storia monastica. Già San Gregorio Nazianzeno affermava che gli spiriti angelici rispondono ai canti dei religiosi, alternando la salmodia cenobitica con quella celestiale. Durante le funzioni divine, i monaci si uniscono gli angeli del cielo nella comune glorificazione di Cristo; uniscono le loro voci alla grande lode eterna, per questo hanno un posto fisso nel coro degli spiriti puri; la castità perfetta conferisce loro il diritto di cantare il “cantico nuovo” e li introduce fra i principi celestiali: super aethera reges. In questa atmosfera, non c'è nulla di strano nel fatto che l'abate Gervino (+ 1075) e molti monaci di San Riquier udirono come gli angeli univano i loro canti, di una soavità davvero celestiale, alle voci del coro monastico. Da questa magnifica realtà, anche se invisibile, si nota che i religiosi devono metterci un vero impegno per non essere troppo indegni dei loro celestiali e perfettissimi compagni di coro.

È ciò di cui San Bernardo ammoniva i suoi monaci: “Intonando lodi insieme con i cantori del cielo, quali concittadini dei santi e familiari di Dio, cantate saggiamente”. Nonostante ciò, alcuni religiosi si lasciavano vincere dal sonno durante le funzioni notturne, e il santo abate di Chiaravalle sentiva vivamente che sembravano “come morti” in presenza delle potestà celesti, che tanto si dilettano nel prendere parte alla salmodia monastica.

 
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