| APPARIZIONE DI SAN MICHELE AL GARGANO Di don Marcello Stanzione |
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| Scritto da Amministratore | |
| domenica 30 novembre 2025 | |
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Ed è precisamente all’entrata d’una caverna che la piccola truppa scorge il giovane toro, in una posizione perlomeno strana: è come inginocchiato sulle sue zampe anteriori, e, malgrado gli sforzi del conte e dei suoi aiutanti, esso rifiuta ostinatamente di rialzarsi, muggendo con collera quando lo si scuote. Scocciato, tanto più che la notte scende, Elvio prende il suo arco e scocca una freccia all’animale. Ora, prodigio, il dardo sembra ribattere sul fianco del toro e ritorna per conficcarsi nel braccio del tiratore. Più impressionato che sensibile al suo dolore, questi decide di lasciare il toro sul posto e di ritornare in città, poiché la notte cala. Evidentemente, i testimoni dello stano incidente parlano e, essendo la notizia pervenuta agli orecchi del vescovo Lorenzo, questi prende le misure che s’impongono: tre giorni di digiuno e di preghiera per tutta la popolazione, al fine di sapere che cosa significhi quella fantasia taurina. Il terzo giorno, un cavaliere bianco, circondato di luce appare al prelato: Io sono Michele, l’autore del prodigio della grotta. Oramai, essa sarà il mio santuario su questa terra. Per impressionato che sia dalla visione, Lorenzo non fa granché, tanto più che il toro, compiuta la sua missione, ha saggiamente riguadagnato la mandria. Ma l’angelo non se ne lascia conto: egli vuole il suo santuario – perché Dio lo vuole – e lo avrà. Poco dopo la sua apparizione, navigli barbareschi puntano le loro vele sul mare: una flotta immensa trasportante delle truppe che vorrebbero saccheggiare la regione. Di nuovo, Lorenzo ordina ai suoi fedeli un triduum di digiuno e di preghiere. Il terzo giorno, allorché una pioggia provvidenziale spazza come fuscelli di paglia i bastimenti nemici, l’arcangelo appare, rivendicando la vittoria. Questa volta convinto, il vescovo scrive al papa Gelasio per sollecitare l’autorizzazione di consacrare la grotta e di dedicarla a San Michele. Ma, stimando che si è perduto molto tempo, l’arcangelo viene una terza volta a visitare il vescovo: inutile complicarsi l’esistenza, la grotta è stata consacrata da lui stesso! Ad ogni modo, la risposta del papa sarà favorevole. Molto presto s’innalzerà, sontuosa, la basilica dedicata al grande arcangelo, sul sito chiamato da allora Monte Sant’Angelo. Essa sarà, nel Medio Evo, una delle tappe più importanti del pellegrinaggio verso la Terra Santa, e vi si mostrerà per molto tempo lo splendido paludamentum porpora – il mantello degli ufficiali della cavalleria romana – che vi avrà lasciato l’arcangelo come segno del suo passaggio. Michele manifesterà ancora la sua protezione sul paese al momento di un’epidemia di peste, nel 1656: mostrandosi a Giovanni Alfonso Puccinelli, vescovo di Manfredonia (l’antica Sipontium), il 22 settembre di quell’anno, assicurandolo che il flagello sarebbe scomparso dacché si sarebbe celebrato un triduum in suo onore, il che in effetti avvenne.
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