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27-28 febbraio-1 marzo 2026  - Convegno di Crescita e Formazione alla Vita Cristiana
SANTI PELLEGRINI ALLA GROTTA DI SAN MICHELE AL MONTE GARGANO Di don Marcello Stanzione PDF Stampa E-mail
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giovedì 18 dicembre 2025

SANTI PELLEGRINI  ALLA GROTTA DI SAN MICHELE AL MONTE GARGANOFrancesco d’Assisi visita Monte Sant’Angelo recandosi in Terra santa. Nella sua umiltà, egli passa la notte in preghiera alla porta del santuario, giudicandosi indegno di varcarne la soglia. Un secolo più tardi, la beata ORINGA (+1310) fa il pellegrinaggio con due amiche. Allorché attraversano la fitta foresta Umbra, che copre il monte Gargano, le ragazze sono intercettate da dei briganti che si propongono di servire loro da guide. Come esse si interrogano, non senza inquietudine, un bellissimo uomo di grande statura aureolato di luce, dal volto radioso e dagli occhi scintillanti come delle stelle, si mostra e si rivolge ad esse: “Ragazze, lasciate questi miserabili che vogliono condurvi nel loro rifugio per rapire i vostri beni e la vostra virtù!”. ...

 

Alla sua vista, i maramaldi spariscono, nel mentre che lo sconosciuto invita le pellegrine a seguirlo fino ad un chiarore, vicino ad una sorgente: egli le fa sedere nell’erba e presenta loro un delizioso dolce,così come anche un fiasco di vino squisito, improvvisando un picnic sotto la copertura degli alberi. Poi le riporta sulla strada fino ad un albergo dove passano una notte tranquilla. L’indomani, esse raggiungono senza ingombro il santuario e riconoscono, nell’effigie del grande arcangelo, il loro obbligante compagno della vigilia. Rientrata nella sua natale Toscana, Oringa vi fonda sotto il nome di Cristina della Croce un monastero di religiose agostiniane, dove beneficia di molteplici apparizioni di San Michele: egli la incoraggia nelle sue preghiere, pone in fuga i demoni che la tentano e la molestano, la conforta con soavi profumi che riempiono la sua cella. Per umiltà. Ella rifiuterà sempre di essere superiora della comunità e condurrà una vita nascosta, tutta dedita alla preghiera, alla penitenza ed al servizio dei poveri. Due secoli dopo la sua morte – precisamente nel 1514 – si ritroverà il suo corpo incorrotto.

Nell’autunno del 1753, fra GERARDO MAIELLA (1726-1755), religioso presso i Redentoristi di Melfi, intraprende il pellegrinaggio al monte Gargano con dieci giovani confratelli. Egli è incaricato della cura della piccola truppa, che dispone di due asini per portare i bagagli, e della somma derisoria di dieci carlini. Dopo la prima tappa a Foggia, non rimane molto denaro e le montature sono esauste. Gerardo li lega ad una carriola di noleggio e, avendola fatta inforcare da due dei suoi compagni, ordina loro in nome della Santissima Trinità, di trasportare la piccola truppa al galoppo fino a Manfredonia, dove le bestie giungono a spron battuto, tutte gagliarde. Nella città, essi sono accolti da un canonico generoso che è impressionato da quell’entrata spettacolare: per ringraziarlo, Grado guarisce sua madre ammalata. Infine, si raggiunge il Monte Sant’Angelo: nel santuario, folgorato da un’estasi, il santo religioso ha un’apparizione del grande arcangelo, a cui confida il pellegrinaggio. Sotto il suo patrocinio, egli moltiplica i pochi soldi rimasti – il che permette di comperare del pane – e fa apparire un piatto di pesce deliziosamente cucinati, con cui tutti si saziano. Infine, come il padrone dell’albergo dove trascorrono la notte presenta loro una somma astronomica, Grado gli annuncia che le sue mule stanno per crepare: subito, gli animali si rotolano per terra, in preda a delle convulsioni, non rimettendosi sulle loro zampe che quando l’albergatore propone una nota più ragionevole. Nel corso del viaggio di ritorno, un vecchio tirchio avendo loro rifiutato dell’acqua del suo pozzo, il santo taumaturgo glielo asciuga. Ma l’acqua risorga alla sua preghiera, quando il buonuomo si è pentito ed accetta di dissetarli. Gerardo è stato canonizzato nel 1904.

 San PIO DA PIETRELCINA (1887-1968) nutriva una particolare devozione all’arcangelo, ed egli portò più d’una volta a Monte Sant’Angelo gli allievi del collegio serafico di cui aveva la carica a San Giovanni Rotondo. Egli si compiaceva nel raccontare loro la storia delle apparizioni: Essendo un toro sfuggito da una mandria, lo si ritrovò inginocchiato davanti ad una caverna. Anziché chiedersi perché pregava, le persone vollero catturarlo e, non pervenendovi, gli scoccarono una freccia; ma essa ritornò contro di essi. Quando si prega, nessuno può farci del male. Allora essi andarono ad informare il vescovo, che ordinò loro quello che il toro insegnava loro: pregare per tre giorni, e digiunare, per conoscere la volontà di Dio.

L’animale non era tenuto al digiuno, il che è un precetto evangelico. Ma inginocchiandosi, egli rendeva senza saperlo omaggio al suo Creatore. Dio voleva con ciò richiamare a quella gente – ed a noi – che il nostro primo dovere, a noi che siamo le sue più belle creature, è di adorarlo.

In capo a tre giorni, l’arcangelo è apparso al vescovo per dirgli che Dio prendeva la regione sotto la sua protezione e che la confidava a lui, San Michele, la custodia. Allora il vescovo ed il popolo andarono in processione alla caverna. Poi dimenticarono. Anche noi, dimentichiamo sovente le promesse ed i doni di Dio. E’ stato necessario che il Signore inviasse l’arcangelo due altre volte al vescovo perché questi elevi l’attuale santuario. Vi si adora Dio, e si prega San Michele di proteggerci.

Dalla legenda, che poggia su di un fondo storico, il santo cappuccino estraeva questa lezione: questa è la ragion d’essere delle leggende.

 

 

 

 
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