| DON DOLINDO: “O’ SANTARIELLO E NAPULE” Di Antonio Ferrisi |
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| Scritto da Amministratore | |
| mercoledì 04 febbraio 2026 | |
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Negli ultimi quindici, vent’anni anni la popolarità del sacerdote partenopeo don Dolindo Ruotolo è in netta ripresa in tutta Italia dopo anni di oblio, perché lo conoscevano solo nella diocesi di Napoli. Specialmente in Polonia il prete napoletano gode di una immensa popolarità tra i cattolici di quel paese dell’Est. ...
Don Dolindo (1882-1970) quinto degli undici figli di Raffaele Ruotolo, matematico, e di Anna Valle, nobildonna proveniente da una famiglia decaduta di origini spagnole, nacque a Napoli nel popolare quartiere Forcella. Napoli allora era una città particolarmente ricca di contrasti, accanto a bellezze artistiche e paesaggistiche vi era pure una grande miseria economica e morale. Il matrimonio dei suoi genitori non resse a lungo e sfociò ben presto in una dolorosa separazione a causa dell’asprezza del carattere del padre e della sua proverbiale avarizia che si scontravano con le abitudini signorili della madre e la sua dolcezza. In una poderosa autobiografia di due volumi, don Dolindo ha raccontato come il suo nome, che significa “dolore” venne coniato dal padre e come “profeticamente” la sofferenza (per le numerosissime umiliazioni, ma anche per le ristrettezze economiche e la fame) fu l’elemento che contraddistinse tutta la sua esistenza, compreso il periodo del seminario e quello sacerdotale. Conobbe san Pio da Pietrelcina al quale spesso fu assimilato, ma se quest’ultimo mostrava visibilmente sul suo corpo i segni del Calvario di Cristo, Don Dolindo li serbava nell’animo e per questo venne anche identificato come “un novello apostolo del dolore interiore”. Entrambi i sacerdoti subirono a più riprese le indagini del santo Uffizio con l’impedimento di celebrare la Messa in pubblico per un certo tempo, entrambi ebbero il dono della profezia, il carisma della massima ubbidienza alla Chiesa ed accettarono in tutto e per tutto la Volontà Divina nella più profonda umiltà. Con lo pseudonimo di Dain Cohenel fu un instancabile e raffinato letterato (si ricorda soprattutto il suo voluminoso Commento alla Sacra Scrittura di ben 33 volumi), inoltre fu pure un brillante musicista, cantore e organista, un ascoltato predicatore, un servo di Dio che spese tutta la sua vita in povertà a vantaggio del prossimo, privilegiando i ceti meno abbienti soprattutto di una città tanto problematica come Napoli dove trascorse la maggior parte della sua esistenza, portando avanti il suo ministero sacerdotale in quasi tutte le parrocchie dove fu invitato a predicare. Le sue giornate cominciavano alle 2,30 del mattino per terminare verso la mezzanotte, scandite da tanti rosari e preghiere, dallo studio della Sacra Scrittura, dall’immancabile sostegno a tutti quelli che glielo chiedevano tra cui molti poveri e ammalati dai quali correva anche in piena notte con qualsiasi condizione climatica, dimentico spesso dei suoi stessi mali cronici o passeggeri. Fondò L’Apostolato Stampa che ancora oggi, tramite i frati francescani dell’Immacolata, si occupa della divulgazione dei suoi scritti e formò diverse figlie spirituali con il compito di approcciare i soggetti più renitenti alla chiamata di Dio per invitarli alla conversione e con quello di educare alla fede le nuove generazioni. Noto soprattutto per “l’Atto di Abbandono in Gesù (contro le ansie e le afflizioni) e per aver profetizzato con largo anticipo l’avvento al soglio pontificio di Giovanni Paolo II, viene annoverato tra quei pochi che godettero del privilegio di un intimo rapporto con Gesù, la Madonna e alcuni santi come santa Gemma Galgani. Fu definito “il padre Pio napoletano”. Scherzosamente con il classico buon umorismo partenopeo egli si definiva uno “sciosciammocca” cioè una nullità di fronte alla potenza di Dio Padre, di Gesù e dello Spirito Santo. Innamorato della Madonna, sosteneva di aver ricevuto tramite la sua intercessione i doni dell’intelletto e della sapienza quando era al ginnasio, in seminario dai padri lazzaristi, disperato per le continue bocciature e privo delle necessarie basi culturali per poter procedere negli studi che si era intensamente manifestato in lui già in tenerissima età. Don Dolindo fu sempre uno scrittore cattolico militante, per lui la penna era un’arma di guerra contro il male. |
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