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San Charbel parla al cuore di Napoli PDF Stampa E-mail
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martedì 03 marzo 2026

San Charbel parla al cuore di NapoliLazzaro Maria Celli

Uscendo dalla vivacissima via Toledo, allo sguardo del turista si apre Piazza Trieste e Trento a cui fa seguito uno scorcio dell’ampio largo di Piazza del Plebiscito. Quasi nascosta da un telo per ponteggi, come per un velato pudore, c’è la chiesa di san Ferdinando di Palazzo.

La scena sembra richiamare un messaggio: oltre la bellezza dei luoghi, cerca la bellezza della fede che non passa. Una bellezza sicuramente più nascosta ma profondamente incisiva poiché riempie l’anima.  ...

 

 

Varco la soglia dei gradini per entrare nel luogo sacro e trovo Monsignor Pasquale Silvestri, don Lino per chi lo conosce da tempo, che mi fa accomodare nella rettoria.

Mi accorgo di essere di fronte ad un uomo semplice e pratico.

La storia del prodigio dell’olio del 24 luglio parte da lontano.

Monsignor Silvestri precisa che fino a pochi mesi fa non conosceva affatto san Charbel; gliene parlò per la prima volta il suo collaboratore e assiduo frequentatore di Medjugorje, Leo. Gli disse che lì c’era una cappella dedicata al culto di san Charbel e aggiunse che era considerato il padre Pio del Libano.

Si documentò in modo «piuttosto superficiale» sulla vita del santo, come lui stesso asserisce, ciononostante si sentì attratto da questa figura perché uomo di preghiera, umile, silenzioso. Incarnava un’ideale di santità molto vicino al suo, fatto di cose ordinarie, di doveri quotidiani, senza schiamazzi e sensazionalismi. Decise quindi di scrivere alla Curia Maronita per chiedere un quadro del santo e un po’ dell’olio di san Chyarbel.

Quella dell’olio è una devozione che cominciò a diffondersi in Libano, la patria di san Charbel.  L’origine è collegata ad un liquido che trasudava dal corpo del santo dopo la sepoltura, vale a dire dal 1898. In seguito, invalse l’uso di distribuire il resto dell’olio usato per illuminare il luogo dove erano deposte le sue spoglie mortali e poi la devozione si è estesa oltre i confini della Terra dei cedri. 

La Curia Maronita tardava ad inviare quanto richiesto e Monsignore scaricò un’immagine da internet per farsi fare un quadro che poi ha esposto nella seconda cappella a destra rispetto all’ingresso della chiesa. «La notte stessa», qui gli lasciamo la parola, «sognai san Charbel. Feci fatica a riconoscerlo poiché lo avevo visto raffigurato con il volto austero, mentre nel sogno aveva un sorriso largo, aveva un cappuccio più alzato, rispetto alle immagini che si vedono solitamente. Mi svegliai ricordando perfettamente il sogno. Devo precisare che sono poco avvezzo a queste cose straordinarie. Se viene da me qualcuno e mi dice di aver sognato …, di aver visto…, taglio sempre corto e rispondo che non sono un mago. Quando arrivai in chiesa raccontai tutto a Leo e dissi: ma guarda un po’ che stupidaggine di sogno. Poi mi sono ravveduto anche su questo e ho chiesto perdono per la mia poca sensibilità. Però decisi comunque di dedicargli una messa l’ultimo venerdì del mese.

Intanto passa un po’ di tempo e arriva in Chiesa una persona di nome Vito che mi dice di aver ricevuto da padre Elias, il precedente postulatore di san Charbel, una reliquia ex ossibus. Gli chiedo se può portarla in chiesa e lui acconsente.

Avevamo notato che già dall’ultimo venerdì del mese di giugno arrivava molta gente per la messa di san Charbel. Giunge anche luglio e ci accorgiamo che il 24, il giorno prima dell’ultimo venerdì del mese, ricorre la memoria del santo. Decidiamo di anticipare la messa anche se di giovedì. Nei nove giorni precedenti abbiamo fatto una novena che ha guidato Leo.

Qualche giorno prima del 24 luglio viene in chiesa un uomo di nome Fabiano che si presenta come un devoto di san Charbel. Suona l’organo e dichiara di aver composto un inno a san Charbel; disse che gli avrebbe fatto tanto piacere suonare durante la celebrazione. Io non avevo né organista, né organo che nel frattempo si era rotto, quindi accettai volentieri».

A questo punto è lecito pensare che «Qualcuno» stia alla regia della solenne celebrazione? Io, confesso, l’ho fatto!

«Oltre l’organista arrivò anche l’olio dalla Curia Maronita, ma il contenuto era talmente irrilevante che non sarebbe bastato neanche per una ventina di persone. Fu così che decisi di far acquistare una bottiglia di olio extra vergine di oliva e benedirlo con la reliquia ex ossibus di san Charbel. Facciamo due ampolle per l’unzione in chiesa e poche altre bottigline piccole per i malati che non avrebbero potuto partecipare alla funzione e null’altro. Dico ciò perché il giorno dopo l’avvenuto miracolo si sono presentati in chiesa dei Libanesi. Io non c’ero, li ha ricevuti Leo e hanno chiesto di vedere la bottiglina. Uno di loro ha chiesto di annusarla e gli hanno detto che l’odore era quello dei cedri del Libano. Ma io, sono certo era olio extra vergine di oliva acquistato qui.

E arriviamo al 24 luglio con la chiesa gremita; si sono presentate cinquecento e più persone. Iniziai a confessare e non smisi fino al momento della celebrazione della messa. C’era gente giunta in chiesa con grosse necessità e con il desiderio di pregare seriamente. Nello stesso giorno in mattinata arriva un ex voto. Si tratta di una mammella in argento. Era per una grazia ricevuta di guarigione da un tumore al seno, verificato, in procinto di essere operato e poi scomparso con grande meraviglia dei medici. Il giorno del prodigio avevamo messo sull’altare l’icona del santo e l’ex voto accanto. Poi quando è arrivata la reliquia è stata posta sull’altare davanti alle altre cose.

La messa del 24 è stata seguita con una grande partecipazione di preghiera. Noi sacerdoti avvertiamo quando la gente prega veramente. Distribuisco la comunione e non riesco a darla a tutti perché mi finiscono le ostie. Terminata la messa faccio l’unzione e il resto l’ho dichiarato nella memoria che è pubblica».

Interviene anche Leo che aggiunge: «qualche giorno fa si è presentata una dottoressa in chiesa per dire che l’olio benedetto e distribuito, quello benedetto con l’ex ossibus di san Charbel, è stato posato su una ragazza in coma che si è risvegliata».

Chiedo a Monsignore: «Quale significato ha dato al segno che si è verificato nella sua chiesa il 24 luglio»?

«Credo ai miracoli del Vangelo, a Fatima, a Lourdes che sono approvati dal Bureau Médical che dà una certezza assoluta. Il segno di san Charbel è stato una conferma di ciò in cui credo».

La sua risposta è un attestato di fede, che proviene da un uomo razionale. Un aspetto comune a molti che convivono con quella parte incredula di san Tommaso. Mi ricorda lontanamente la perplessità del Vescovo di Civitavecchia, monsignor Grillo, quando diffidente sulla veridicità della lacrimazione di sangue della statuina della Madonna di Medjugorje, si ripeté il prodigio proprio mentre la teneva tra le mani per mostrarla alla sorella.

La prudenza è comprensibile quando si ha la responsabilità di guidare una comunità, mai completamente libera dal rischio di fanatismo o di imprigionare l’evento miracoloso tra le maglie della superstizione. Napoli, poi, è anche questo! Un groviglio di sacralità e neopaganesimo. Basta fare un giro nei vicini vicoli dei Quartieri Spagnoli per vedere quanto l’ignoranza abbia fatto di un campione del calcio, Maradona, quasi un dio, con tanto di raffigurazioni con corona di spine e altri simboli sacri.

E poi, in fondo, chi di noi non ha il bisogno di crescere nella fede. Del resto, Gesù non dice che se avessimo fede quanto un granello di sabbia sposteremmo le montagne?

Incalzo e gli chiedo: «Qual è il significato per i fedeli che hanno assistito al prodigio»?

«È voler dare ai suoi figli, [da parte di Dio] una possibilità in più in questo mondo che va secolarizzandosi. Tra questi c’è chi li accoglie con fede autentica, chi con un po’ di diffidenza, chi con superstizione. Allora il compito del sacerdote è quello di educare la comunità a comprendere il vero significato del perché Dio compie i miracoli».

«Secondo lei c’è attinenza tra il prodigio dell’olio e il contesto storico attuale»?

«Si, siamo in un momento molto triste per l’umanità intera. Continuiamo a registrare guerre, sopraffazioni, criminalità diffusa. Questo miracolo di san Charbel ci fa pensare al momento storico più delicato del Medio Oriente. Credo che la volontà degli uomini renda difficile la pace, ma Dio è Onnipotente».

«È stato difficile per lei decidere di pubblicare una memoria del prodigio»?

«Affatto. È stato difficile rendermi conto di quello che stava succedendo al momento che è successo. Quando ho ritrovato l’ampolla piena e l’ho sentita anche materialmente più pesante, ho acceso una luce per verificare meglio e ho visto che c’era di nuovo l’olio dopo che era terminato. Mi sono fermato e mi sono detto: “Ma veramente non c’era l’olio”? Allora ho dovuto fare mente locale e ricordare che avevo visto l’ampolla vuota. Ricordavo la mia preoccupazione per il fatto che l’olio che stavo usando per ungere i fedeli non fosse sufficiente. Ricordavo l’apprensione che provavo per le persone ammalate presenti che non avrebbero potuto ricevere l’unzione e pensavo: “povera gente proprio loro, gli ammalati presenti”. Ricordavo perfettamente che nell’amministrare l’olio capovolgevo completamente l’ampollina, - in realtà una bottiglia di plastica- per ricavare le ultime gocce. Poi tutti questi pensieri sono svaniti e così, senza sapere come, sono arrivato alla fine.

Terminata l’unzione, mi sono rivolto verso l’altare per prendere il cappuccetto dell’ampolla, l’ho chiusa e sono andato a rimetterla nella teca degli oli, ma era proprio così: la bottiglina era nuovamente piena. Allora l’ho presa e l’ho fatta vedere a Leo, che intanto attendeva vicino alla balaustra. Gliel’ho mostrata e ho detto: Guarda Leo. Anche lui è rimasto stupito vedendola piena. Nella chiesa c’erano circa cinquecento persone. Tutti i presenti hanno visto ciò che facevo e quando ho raccontato l’accaduto i fedeli hanno battuto le mani».

Il prodigio in san Ferdinando s’inserisce in un contesto esistenziale in cui l’uomo di oggi ha perso quasi completamente la fede. Essa dovrebbe essere l’ossatura di sostegno della vita, ma la secolarizzazione galoppante l’ha erosa.

Se consideriamo l’evento solo come un fatto straordinario, accaduto nel tempo, anche se prossimo, finirà tra i nostri ricordi e forse lascerà traccia nella nostra memoria, ma non inciderà nel nostro presente come dovrebbe.

Dobbiamo comprendere che la nostra esistenza è un miracolo perenne. È questo il senso più profondo dell’evento del 24 luglio. Come l’olio si è materializzato dal nulla, così la vita di Cristo in noi vuole materializzarsi ogni minuto secondo del nostro quotidiano.

Il miracolo dell’ordinarietà! Sembra un paradosso: un evento straordinario ci esorta a scoprire quanto la nostra ordinarietà possa essere straordinaria. Eppure è così! Abbiamo bisogno di destarci dal sonno spirituale, come ci ricorda l’Apostolo san Paolo: «È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché ora la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti». Abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza della fede, per riappropriarci del gusto della vita, ad ogni età, e a considerarla come un attimo dell’eternità, ammesso che l’eternità sia formata da attimi.

Abbiamo bisogno di scrollarci di dosso il vuoto di un’esistenza vissuta senza Dio, perché di fatto, anche quando ci dichiariamo cristiani, non tutte le scelte di ogni giorno sono guidate dagli insegnamenti di Cristo. Dobbiamo imparare a tornare nelle nostre case dopo la partecipazione alla santa messa con la stessa meraviglia di chi ha assistito a quel prodigio ed interrogarci su quanto ci sentiamo convolti perché, se prevale la freddezza, se restiamo ancora indifferenti, vuol dire che il nostro cuore è ferito dalla mondanità della nostra vita, e allora c’è bisogno di esercitarci nella fede nelle piccole cose ordinarie per aspirare alle cose del cielo.

Quel miracolo sta interpellando me e te.

Il Signore, attraverso la sua Mamma, alla quale nella chiesa di san Ferdinando di Palazzo è tributato un particolare culto, e san Charbel, vogliono dirci di alimentare la fede.

E forse la singolare posizione geografica che pone san Ferdinando nel cuore della città vuole, per analogia, ricondurci al nostro cuore, centro simbolico della nostra vita, dove attendiamo il miracolo più grande che possa mai verificarsi nella storia dell’umanità; il risveglio della fede.

Ma i casi di guarigione non finiscono qui. «In questa chiesa», continua Monsignore, «abbiamo un’immagine della Madonna delle Grazie dal 1800 che è considerata miracolosa. A quell’altare» mi mostra un altare laterale su cui troneggia un quadro di Santa Maria delle Grazie «è collegato un privilegio concesso da papa Clemente XIV: tutte le volte che si celebra una messa in suffragio di un’anima del purgatorio, sarà liberata. Poi il privilegio è passato all’altare maggiore, dopo il Concilio vaticano II.

Detto questo, quando ho deciso di dedicare alla Madonna delle Grazie la celebrazione di una messa, il primo venerdì del mese, ci è arrivato un altro ex voto, questa volta attribuito alla Madonna delle Grazie: è sparito un cancro bilaterale ai polmoni di una ragazza di 20 anni».

Poiché si sono verificate diverse altre testimonianze di guarigioni, tra cui quella raccontata da una signora con una bambina che soffriva di continue emicranie che ora non ha più, Monsignore ha deciso di ideare un modulo per mettere per iscritto le testimonianze, con le relative generalità del testimone.

Monsignor Silvestri ha dato disposizione di custodire l’olio e di non mostrarlo a nessuno per non alimentare sentimenti idolatrici ed è a disposizione della Curia di Napoli qualora decidesse di esaminarlo.

Per me, conclude, c’è stato un fatto miracoloso perché c’è stato produzione di materia, perché prima, non c’era olio e poi si è materializzato e questo fatto supera qualunque legge fisica.

 
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