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GLI ANGELI ED I SANTI NEL DICIOTTESIMO SECOLO Di don Marcello Stanzione PDF Stampa E-mail
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martedì 14 aprile 2026

GLI ANGELI ED I SANTI NEL DICIOTTESIMO SECOLOUno dei più grandi santi del diciottesimo secolo, San Paolo della Croce, fondatore dei Padri Passionisti fu devotissimo ai santi angeli. Mente egli predicava, si sentiva una voce celeste che gli suggeriva quello che doveva dire. Un giorno che camminava, stanco di fatica, fianco a fianco con suo fratello Giovanni Battista che fu per molto tempo il suo unico compagno, allo stremo delle forze, egli si raccomandò ai santi angeli e, in un batter d’occhio egli si trovò trasportato al termine del suo viaggio. ...

Allora egli pensò a suo fratello che era rimasto sul cammino e questi, con un secondo prodigio, fu subito riunito a lui. Un anno prima di morire, padre Paolo della Croce incontra per la prima volta la sua figlia spirituale Rosa Calabresi, giunta a Roma in occasione del Giubileo del 1775.

Una profonda amicizia si snoda tra il vecchio sacerdote – egli ha più di ottant’anni – e la contadina d’una trentina d’anni, che si fa dovere di visitarlo per quanto sovente le è possibile per trarre profitto dal suo insegnamento e scuotere un po’ la solitudine nella quale egli sovente si ritrova, essendo i suoi religiosi presi dal loro ministero. Accade che, durante i loro colloqui spirituali, ella sia testimone di fatti straordinari, di cui custodirà fedelmente il ricordo e di cui testimonierà alcuni anni più tardi nel quadro della procedura in vista della canonizzazione del santo fondatore. Così, ella lo vede talvolta in estasi, col viso raggiante, ed anche sollevato da terra a due riprese. Inoltre, ella è ammessa a condividere le visioni e le apparizioni da cui è favorito: allora ella si china a fianco suo, e guarda, ed ascolta. Un giorno, ella lo vede venir meno al termine d’una estasi, sostenuto e rialzato da san Michele e da un altro angelo, che si mostrano visibilmente a lei: essi lo installano dolcemente sulla sua poltrona, poi scompaiono senza dir parola. Un’altra volta, ella lo vede conferire con due angeli, così splendenti ch’ella non può fissare i suoi occhi su di loro. Il sacerdote chiede ad uno di essi di prendere sotto la sua protezione la sua anima e la sua famiglia religiosa, e questi – nel quale Rosa Calabresi ha riconosciuto san Michele – gli risponde che continuerà a farlo, come lo ha fatto fino ad allora: Io ho ben compreso che erano due angeli; ma l’uno aveva un aspetto più maestoso, era vestito come un guerriero, come lo rappresentano i pittori. Ma d’una bellezza così splendente ch’essa non ispira che riverenza e fervore. E’ per questo che ho pensato che fosse San Michele. Pertanto, non fidandomi di me stessa e dei miei pensieri, io interrogavo dopo la visione il venerabile servo di Dio, che mi rispose che era ben quello che avevo pensato; egli mi impose allo stesso tempo un rigoroso silenzio.

Obbediente, Rosa si tacerà fino al giorno in cui – sempre per obbedienza – ella dovrà render conto sotto giuramento degli eventi di cui era stata testimone. Sono numerose infatti durante tutta la sua vita le testimonianze che attestano la grande devozione di Paolo nei confronti degli angeli, in modo particolare verso gli Angeli custodi e l’arcangelo Michele.

Questa devozione personale, condivisa dal fratello, il venerabile Giovanni Battista, è stata trasmessa anche alla congregazione dei Passionisti da lui fondata, soprattutto come consuetudine di preghiera agli spiriti celesti ed al loro principe.

Già dalle prime battute della fondazione dei Passionisti si riscontra questa presenza angelica. Nel 1724, Paolo con Giambattista, si trova nella zona di Gaeta. I due santi fratelli dimorano nel romitorio presso il santuario della Madonna della Catena. Paolo si ritirava spesso in una grotta nella zona Fontanìa per pregare tutto solo e fare penitenza. Visitavano spesso anche il santuario della SS. Trinità alla Montagna spaccata (che secondo la tradizione si era scissa al momento della morte del Redentore). Qui il Signore gli mostrò, sull’esempio dell’apostolo Paolo, quanto avrebbe dovuto soffrire per il suo nome (cfr. Atti, 9,16), e la preziosità del patire. Gli apparve, infatti, un giorno un angelo con una croce d’oro nelle mani, che lo precedeva invitandolo a seguirlo. Questa visione, egli racconterà, durò una intera giornata, ed alla fine della stessa sentì dirsi: “Ti voglio fare un altro Giobbe”.

Altro momento importante della preparazione della fondazione è rappresentato dal pellegrinaggio che i due compiono al Monte Gargano probabilmente nel 1725, in occasione del loro incontro con mons. Cavalieri, vescovo di Troia e zio di sant’Alfonso M. de’ Liguori, il fondatore dei redentoristi, che diede loro ottimi consigli sulla fondazione. Andarono, dunque, sul Gargano e restarono tutta la notte nella grotta dell’arcangelo Michele. Durante la preghiera Giovanni Battista sentì una voce interiore che gli disse: “Visitabo vos in virga ferrea et dabo vobis Spiritum Sanctum” ed ancora queste misteriose parole: “Crux venit, Crux mundi, Crux tua”.

Molte volte Paolo e Giambattista raccontarono questo episodio ai loro confratelli Passionisti; il secondo, con una certa auto-ironia aggiungeva: “La virga ferrea l’abbiamo veduta e provata ma lo Spirito Santo ancor non si vede”.

Il Cioni, il biografo del santo, si sforza di interpretare la triplice locuzione sulla croce, applicando la croce come flagello, come castigo non lontano nei confronti del mondo. Ed aggiunge: “Egli (Giambattista) prevedeva e sentiva li travagli della santa Chiesa più assai che se fossero stati suoi proprî e vi versava incessanti lagrime nelle sue mai interrotte orazioni; e supplicava continuamente il Signore a disarmare dal flagello la sua destra vendicatrice, ed a rimirare con occhio pietoso la santa Chiesa e il mondo tutto”.

Questa locuzione angelica è come un lampo nel buio perché ci aiuta a comprendere, tra l’altro, il livello di preghiera profonda a cui erano giunti i due fratelli ed il destino di sequela del Cristo povero a crocifisso a cui erano chiamati per voce angelica nel santuario dedicato all’arcangelo protettore della Chiesa.

Giambattista, quando la congregazione fu costituita nel 1741, adottò il cognome religioso devozionale “di san Michele Arcangelo” (Paolo quello di riferito alla croce). E morì nel ritiro di san’Angelo in Vetralla (VT), dedicato allo stesso arcangelo nel 1765, dieci prima del fratello fondatore.

Quando finalmente ebbero il permesso di fondare il primo ritiro sul Monte Argentario trovarono opposizioni molto tenaci ed aggressive. Si allearono preti e laici per far fallire il progetto. Ricorsero ad amici influenti presso le autorità ecclesiastiche che avevano giurisdizione sul luogo e soprattutto sull’esercizio del culto. Alcuni tra i più facinorosi pensarono a una spedizione punitiva e decisero di salire sul Monte e demolire le poche fondamenta che si stavano mettendo su con tanta fatica. Un intervento angelico impedì ai violenti di fare danni alle persone ed alle cose. Giovanni Battista aveva raccomandato il costruendo ritiro alla protezione dell’arcangelo Michele. E questi mise in fuga i malintenzionati: videro l’arcangelo con la spada sguainata che li minacciava e girava torno torno alle povere mura. Di questo fatto prodigioso furono testimoni sia alcuni tra i non benevoli protagonisti, come pure Agnese Grazi, santa donna, figlia spirituale di Paolo. Paolo stesso ricorderà ancora il fatto nel 1767, quando la nuova congregazione aveva spiegato le vele dall’Argentario al basso Lazio. Per ringraziamento all’arcangelo protettore fu eretto un altare in suo onore nella nuova chiesa intitolata alla Presentazione di Maria SS.

Una notte Agnese Grazi ed i familiari videro alzarsi alte fiamme dal ritiro della Presentazione. Chiamarono aiuto pensando ad una disgrazia. Saliti in cima videro che non c’era nessuna traccia di fuoco. Tutto era placido e tranquillo. Era, insomma, un segno straordinario del fuoco serafico che ardeva in quelle benedette mura. Lo stesso prodigio si verificherà nel ritiro di sant’Angelo di Vetralla, alle pendici del Monte Fogliano, ultima dimora, abbiamo già detto, di Giovanni Battista.

Più di un testimone ricorderà nei processi di canonizzazione che Paolo quando era in viaggio e non sapeva quale strada prendere davanti a un bivio si raccomandava all’angelo custode e sceglieva la strada che poi si rivelava quella giusta.

Nella vita comunitaria dei primi Passionisti dispose che le ore di ricreazione comune iniziassero  con l’invocazione agli angeli custodi (Sancti Angeli, custodes nostri). La recita del rosario in comune si concludeva con l’invocazione al Principe delle milizie celesti (Princeps gloriosissime….), che scelse come protettore della congregazione

Nei viaggi e nelle passeggiate comunitarie si invocava la protezione degli angeli custodi con l’antifona  propria. Andando per strada, poi, se Paolo incontrava qualcuno, salutava in silenzio l’angelo del viandante. Lo stesso faceva quando saliva sul palco prima di iniziare a predicare le missioni. Si raccomandava agli angeli degli uditori perché potesse svolgere al meglio il suo ministero. In convento incrociando qualsiasi persona si inchinava e ossequiava il suo angelo custode.

Quando poi era giunto in vista di un paese o città si inginocchiava e mandava il suo angelo custode a salutare Gesù sacramentato nella chiesa del paese. Un altro testimone afferma che Paolo “ottenne moltissime grazie” dagli angeli.

“Predicando egli in una missione, testimonia fratel Francesco - Luigi di s. Teresa, si ruppe una tavola del palco e, cadendo, restò come a mezz’aria, sostenuto come egli si persuadeva, dal suo angelo custode, perché altrimenti, se la cosa fosse andata secondo il naturale, avrebbe dovuto batter la testa sopra una grossa pietra”.

“In quanto agli angeli custodi, egli ne esaltava con gran fervore la loro potentissima intercessione, massime a noi altri suoi figli…”.

In una missione parrocchiale era del tutto sfinito di forze e non riusciva a parlare. Paolo si raccomandò a Dio “ed agli angeli santi e ne ricevé pronto aiuto, poiché udì una voce simile alla sua, che proseguì la predica, mentre egli stava senza fiato per non poter più parlare. Il popolo non si accorse di questa mutazione ma egli però vide benissimo che vi era una grande commozione e che il popolo si disfaceva in lacrime”

Infine, come ho già riferito, Rosa Calabresi, altra figlia spirituale che raccolse le ultime confidenze del santo negli ultimi anni di vita, riposta un fatto singolare accaduto a Paolo ed al fratello Giovanni Battista. Raccontava Paolo, dunque, che in un rigido inverno di un anno imprecisato, dovevano fare un viaggio lungo e disastroso che lo sgomentava solo al pensarci. Le strade erano tutte gelate e i due fratelli camminavano a stento, scivolando ogni tanto. Allora Paolo disse al fratello di mettere i piedi dove era passato lui “onde quel poveretto andava a rocchio”, cioè non poteva fare un viaggio continuato, ma bisognava che sbalzasse or qua or là, secondo dove erano impresse le di lui pedate”. Lo stesso accadeva a Paolo per cercare un punto sicuro di appoggio e non scivolare. Ad un certo punto Paolo si rivolse con tutta fiducia ai santi angeli e si raccomandò per avere da loro qualche aiuto. All’improvviso si vide trasportato da mano invisibile al luogo dove doveva andare. Non vide il fratello accanto a lui, per cui pregò gli angeli di andare a prendere anche lui, “come di fatto di lì a poco se lo vide comparire davanti. Ed avendolo il servo di Dio interrogato come avesse patito per il viaggio, sentì rispondersi dal medesimo che, dopo la sparizione del padre Paolo, egli non patì più, perché da mano invisibile sentissi trasportato nel luogo ove stavano”. Sempre la stessa testimone asserisce che al padre Paolo apparvero più volte sia l’arcangelo Michele che il suo angelo custode, per aiutarlo e consolarlo nelle sue angustie. Asserì ancora: «Figlia, se non fossero stati li santi angeli, sarei morto». Mi raccomandava, perciò, che ancor io avessi una divozione particolare verso i medesimi con pregarli spesso, ed impetrare la loro intercessione ed aiuto”.

Analogo episodio, con protagonista solo Paolo, viene riportato anche dal suo primo biografo, san Vincenzo Maria Strambi. Paolo è in viaggio verso il Monte Argentario ed è sfinito dal lungo camminare (“con convulsioni e tremori per tutta la vita”). Si getta a terra e invoca l’aiuto del Signore perché non vuole morire senza l’assistenza dei suoi religiosi. “All’improvviso si sentì sollevare da terra da mano invisibile. Aprì gli occhi e vide due bellissimi angeli – ma belli – mi replicò. A questa vista esclamò con tutto il giubilo del suo cuore: «Oh, grande provvidenza del Signore». Col cuore pieno di gratitudine sostenuto da questi angeli seguitò il viaggio ed in brevissimo tempo senza accorgersi della strada, si trovò entro il recinto del ritiro.

Il celebre discepolo di sant’Alfonso Maria de Liguori, san Gerardo Maiella, un umile fratello laico converso, conobbe le divine familiarità che hanno con gli angeli le anime d’una limpida innocenza. Essendo già frate redentorista, egli si reca con alcuni giovani studenti del suo ordine, in pellegrinaggio al santuario del monte Gargano. Il viaggio è una successione di prodigi. Gerardo, che era la guida della pia carovana, vuota la sua borsa tra le mani dei poveri. Si giunge al santuario: egli vi sale e cade in estasi. Era quasi mezzogiorno, i giovani avevano fame, e Gerardo sempre in estasi non vi prestava attenzione. Improvvisamente si mostra un bel giovane splendente di luce celeste, il quale si avvicina al beato, depone nelle sue mani alcuni pezzi di moneta arrotolati in una carta, poi scompare come un lampo. I compagni di Gerardo si erano prostrati col volto per terra alla vista del messaggero celeste e non pensavano più a mangiare”. Questo aneddoto è tratto dal processo di beatificazione del beato Gerardo.

Il regno di Napoli nel diciottesimo secolo fu potentemente edificato dall’alta santità di una umile terziaria francescana, una monaca di casa, santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe. Ella nacque il 25 marzo 1715 e morì il 6 ottobre 1791 ed ebbe per direttore san Francesco Saverio Maria Bianchi, della Congregazione dei chierici regolari di San Paolo detti barnabiti. Ella lo teneva in altissima venerazione e diceva di lui giocando: “Noi abbiamo un santo “Neri”, avremo un santo “Bianchi”: dopo il santo “nero”, il santo “bianco”.

Su santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe ecco il seguente sunto dei piccoli Bollandisti. “Maria Francesca aveva una tenera devozione per i santi angeli. Così ella fu, durante tutto il corso della sua vita, favorito dall’assistenza visibile del suo angelo custode: è lui che la istruì della dottrina cristiana, lui che la protesse in tutti i pericoli spirituali e temporali. Poiché ella era abitualmente malata, piacque al Signore di confidarla in maniera speciale all’arcangelo Raffaele. Nel 1789, egli le apparve con uno splendore di bellezza straordinario; quella veduta causò una tale sorpresa a Maria Francesca ch’ella non aveva più soffio per parlare; vedendola in quel raccoglimento, l’arcangelo le annunciò ch’egli era inviato verso di lei per guarire la piaga del suo costato; in effetti, l’indomani, ella si ritrovò guarita (era una piaga misteriosa o stigmata profonda). Egli la assistette anche in un’altra circostanza in cui una vena del suo petto di era dilatata, il che le impediva di fare il minimo movimento. Un giorno, il beato Bianchi si trovava con lei, quando sentì un profumo tutto celeste; gliene chiese la ragione e lei gli apprese che l’arcangelo Raffaele era in mezzo ad essi”.

Ecco ora quello che il padre Bianchi depose sotto giuramento al processo di canonizzazione di quella santa monaca napoletana; la gravità d’una simile testimonianza non sfuggirà a nessuno. “L’amore al Santissimo Sacramento era in lei così eroico e così ardente, il suo desiderio di comunicare così straordinario, che Dio si degnò diverse volte di consolarla col ministero degli angeli durante le mie messe e coi sacrifici che io consumavo, fino a farla partecipare al prezioso Sangue che era nel calice; l’arcangelo Raffaele, prima della mia comunione, prendeva il calice dall’altare, e lo faceva bere alla serva di Dio nella sua casa (dove la tratteneva la malattia). Talvolta lei ne beveva pochissimo, appena tre gocce. Una volta che ella ne bevette quasi la metà, riconobbi da me stesso l’assenza molto manifesta e molto visibile d’una parte del prezioso Sangue nel calice, e ne fui estremamente sorpreso. Quando le chiesi su quel punto, ella mi rispose: “Padre mio, se non fosse stato l’arcangelo Raffaele che mi avvertisse che il sacrificio doveva completarsi, io l’avrei bevuto tutto”. Altre volte, la cosa accadeva diversamente. Ella riceveva dal ministero angelico la piccola porzione di ostia consacrata che io deponevo nel calice secondo il rito di nostra madre la santa Chiesa. Non me ne accorsi che molto raramente, non sentendo sulla mia lingua e nel palato quella porzione di ostia; io interrogavo allora la serva di Dio che mi assicurava che il Signore si era degnato di darglielo”. Il padre barnabita Bianchi ebbe anch’egli da constatare con un’esperienza personale il pronto soccorso degli angeli, testimone il fatto seguente, consegnato nel suo processo di beatificazione. Esso si produsse nel corso di una visita ch’egli intraprese nel 1779 col generale del suo Ordine. Ecco il resoconto di quel viaggio: “I due viaggiatori persero la loro strada nelle tenebre d’una tempesta notturna e la loro vettura rotolò in un largo fossato. Essi non sapevano come uscirne, rischiavano la loro vita quando, improvvisamente, apparve ai loro occhi, uscente dalla foresta vicina, un uomo con la torcia in mano; egli li trasse dalla fossa dove si era ammaccata la loro vettura e non li lasciò prima di averli ricondotti in luogo sicuro; dopo di che scomparve. L’inchiesta giuridica racconta le circostanze di quell’evento, che è ben permesso credere provvidenziale e miracoloso e, in quel caso, da attribuire sia ad un angelo, sia ad un’anima del purgatorio, apparente sotto forma umana”.

 
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