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GLI ANGELI ED I SANTI NEL XIII SECOLO Di don Marcello Stanzione PDF Stampa E-mail
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domenica 17 maggio 2026

GLI ANGELI ED I SANTI NEL XIII SECOLONel primo inizio del tredicesimo secolo, viveva in Belgio Santa Maria d’Oignies che ebbe come biografo il cardinale Jacques de Vitry che la conosceva molto bene e che dice di lei; “Non passò quasi giorno e notte ch’ella non era stata visitata dagli angeli e dai santi che facevano la sua abituale conversazione”. Essi la incantavano con un dolce musica durante i suoi pasti ch’ella prendeva a pane ed acqua oppure durante le sue insonnie. Ella godeva normalmente della vista del suo angelo custode, che esigeva che lei prendesse un po’ di riposo e che la svegliava nell’ora della preghiera; ella gli obbediva in tutto come al sua abadessa.  ...

 

 

La sua contemporanea, la beata Yvette, reclusa a Hut, di cui Ugo di Floreffe scrisse la meravigliosa vita, fu anch’ella in grande familiarità con gli angeli.

Allo stesso modo la vergine cistercense Ida di Lovanio fu comunicata da una mano angelica. Simile favore è accordato a Santa Lutgarda, che è un’altra seguace dell’ordine di Citeaux.

L’ordine dei frati predicatori è chiamato a buon diritto l’ordine angelico, in ragione della bianca tunica che le diede la Santa Vergine.

La vita di San Domenico, suo glorioso fondatore, racchiude molti segni incantevoli, denotando una frequentazione abituale con gli spiriti celesti. Un primo segno si riferisce al soggiorno del santo a Roma.

“Egli era andato a visitare le suore di San Sisto; si faceva tardi, si mise in dovere di rientrare al suo convento di Santa Sabina sull’Aventino. Si volle trattenerlo, ma egli disse: “Il Signore vuole che me ne vada, ci invierà il suo angelo”. Prendendo con lui fra Tancredi e fra Odone, egli uscì. Alla porta, essi trovarono un bellissimo giovane, in tenuta da viaggio, con un bastone in mano, che si mise a camminare davanti ad essi. Il santo fece passare i suoi compagni tra la guida e lui stesso, di modo che egli camminava per ultimo. Essi giunsero al convento le cui porte erano chiuse. Il giovane si diresse verso uno dei battenti della porta principale che si aprì da sé stessa; entrò, introdusse i due frati ed il santo, riuscì e la porta si ritrovò chiusa come precedentemente. Fra Tancredi interrogò il santo: “Chi è quel giovane che ci ha accompagnati?”. Il santo rispose: “Figlio mio, è un angelo che Dio ha inviato alla nostra custodia”.

Un secondo segno ci mostra il santo nelle sue corse apostoliche e che soggiorna presso il vescovo di Faenza. “Quando si alzava col suo compagno per cantare il mattutino, si constatò a diverse riprese che due giovani d’una grande bellezza si avvicinavano alle loro stanze con delle fiaccole accese e li guidavano tutti e due fuori dal palazzo episcopale le cui porte restavano chiuse, poi ritornavano in capo a qualche tempo. Il fatto fu riportato al vescovo che volle rendersene conto coi propri occhi. Avendo visto i due giovani portatori di fiaccole che accompagnavano il santo fuori, egli andò la mattina a trovare il suo ospite e, con grande rispetto, gli chiese chi fossero quei giovani che lo scortavano la notte. Il santo parve non comprendere. Infine, pressato dal vescovo, gli dichiarò che erano degli angeli e che il luogo dove essi lo guidavano ogni mattina era una certa chiesa di Sant’Andrea, situata nelle vigne, dove aveva saputo per rivelazione che doveva edificarsi un convento del suo ordine. Profondamente toccato, il vescovo si affrettò a concedergli quella chiesa per far erigere al suo fianco un convento”.

Nessun dubbio che San Domenico non avesse avuto durante la sua vita ben altri rapporti con gli angeli che sono rimasti sconosciuti. Un angelo gli annuncia la sua preziosa morte dicendogli: “Vieni, mio benamato, vieni alle gioie eterne”.

Uno dei suoi primi successori come maestro generale dei frati predicatori, San Raimondo di Peñafort, era, dice il suo biografo, così familiare con gli angeli, a causa della sua grande purezza e santità, che uno di quegli spiriti veniva sovente a svegliarlo quando era giunta l’ora della preghiera.

Nessuno ignora la grazia insigne conferita a San Tommaso d’Aquino dal ministero degli angeli. Egli veniva dal respingere una infelice prostituta pagata dai suoi parenti che aveva teso delle trappole alla sua castità; egli aveva pregato Dio con lacrime di preservarlo per sempre dal vizio impuro; si era addormentato. Durante il suo sonno, egli vide due angeli che gli stringevano le reni con una cintura dicendogli che la sua preghiera era esaudita. Ora, il dolore che risentì in quel momento fu così vivo che cacciò grandi urla. Egli confidò più tardi a fra Reginaldo, suo compagno e segretario, il favore che aveva ricevuto; e vicino al morire, dichiarò al suo confessore la meravigliosa immunità con cui Dio lo aveva gratificato. In sé stessa, la visione potrebbe essere stata immaginativa; ma l’azione esercitata dagli angeli fu incontestabilmente fisica poiché il santo testimoniò con alte urla il dolore che sentiva.

Il serafico San Francesco fu un grande amico degli angeli. Secondo le cronache francescane, un misterioso straniero dichiarò a sua madre ch’ella non lo avrebbe messo al mondo che in una stalla; poi, quando fu nato, un medicante non meno enigmatico lo prese dalle braccia della sua nutrice ed annunciò i suoi alti destini. A seicento passi da Assisi si trovava una chiesetta chiamata Nostra Signora degli Angeli; si diceva che Francesco aveva inteso spesso dei concerti angelici. Essa era quasi rovinata, nel momento in cui Francesco cominciava la sua nuova vita di assoluta povertà; egli la riparò con le sue proprie mani. Essa le divenne molto cara; i benedettini del Monte Subiaco, ai quali essa apparteneva, la cedettero al sublime “Poverello” col campo esiguo, “portioncula”, che la circondava. Una notte, San Francesco ricevette un avvertimento celeste a recarvisi; egli vi trovò Nostro Signore e Nostra Signora circondati da una moltitudine di angeli che coprivano i campi intorno. E’ allora che il Salvatore invitò il suo servitore a chiedergli qualche grazia: ed il santo implorò dalla sua divina bontà l’indulgenza detta della Porziuncola dal 1 al 2 agosto che fu ratificata dai pontefici lungo i secoli. L’apparizione miracolosa, che vi diede nascita, è stata consegnata in delle relazioni molto serie ed ha preso posto negli uffici della Chiesa. I Bollandisti la considerano come incontestabile, nella lunga e sapiente dissertazione che le consacrano.

Occorre dire altrettanto per il ricevimento delle stigmate a Francesco sul monte Verna. Il fatto stesso è posto sotto l’alta e solenne garanzia della Chiesa, poiché essa ha istituito una festa liturgica per celebrarne la memoria. La maniera con cui si è compiuta non è meno determinata con precisione. Così come l’ha raccontato San Bonaventura, riproducendo delle relazioni anteriori, il santo, pregando in alta montagna, vide discendere dal cielo e fermarsi a qualche distanza da lui un serafino che sembrava inchiodato ad una croce; egli aveva sei ali di fiamma, con due si sosteneva al di sopra della sua testa, due sbattevano ai suoi fianchi, e due coprivano i suoi piedi. Mentre che l’uomo serafico contemplava quella visione, il cuore ricolmo di dolore e d’amore, egli ricevette le stigmate sacre ai suoi piedi, alle sue mani ed al suo costato. Il serafino crocifisso gliele ha incise con dardi brucianti; e Francesco ridiscende lui stesso dalla montagna come un crocifisso vivente.

I fatti angelici abbondano nella discendenza spirituale di questo grande santo; è impossibile anche menzionarli rapidamente. San Bonaventura, ancora giovane, ricevette la comunione dalla mano degli angeli. La vita di Santa Margherita da Cortona, scritta dal suo confessore, offre un seguito quasi ininterrotto di apparizioni angeliche; basta citarne una. La notte precedente la festa di Santa Chiara, un angelo avente sei ali, apparve all’eroica penitente e le diede la sua benedizione; questa produsse nella sua anima un tale incendio d’amore, che un sorriso d’allegrezza scoppiava, suo ma grado, sulle sue labbra, e quel fenomeno si riprodusse diverse volte nella notte. Anche più tardi, la santa non poteva pensare a quella visione senza risentirne i meravigliosi effetti con una gioia ch’ella non poteva trattenere. La beata Umiliana de Cerchis, fiorentina, vedova del terz’ordine, era illuminata la notte da un angelo, e la nutrì una volta con un pane bianchissimo e profumato.

Termino questa breve rassegna delle apparizioni degli angeli ai mistici del tredicesimo secolo con un aneddoto tratto dalla vita di San Filippo Benizi, propagatore dell’ordine dei Serviti. In un suo viaggio, essendo con quattro compagni frati nelle aspre montagne delle Alpi, egli perde la strada, erra per tre giorni e, alla fine, soccombe di sfinimento e di fatica. Egli si pone in preghiera; subito delle voci umane si fanno sentire. Due uomini si presentano, vestiti da pastori, ma facendo apparire sul loro volto e nelle loro parole una amenità che contrasta con la rudezza di un pastore della montagna. Essi fanno entrare San Filippo ed i suoi compagni sotto un tetto rurale e servono loro piatti semplici ma ben preparati, pani d’un gusto squisito ed una bevanda rinfrescante. I religiosi si ristorano rendendo grazie a Dio. I due pastori li rimettono poi sul loro cammino. Quando il santo vuole ringraziarli, egli vede che sono misteriosamente scomparsi. Egli rimarrà persuaso che aveva avuto a che fare con degli angeli del Signore.

 

 

 
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