| IL CARDINALE PIETRO DE BERULLE E GLI ANGELI Di don Marcello Stanzione |
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| domenica 17 maggio 2026 | |
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E’ quello che comunemente viene chiamato il “teocentrismo” di Bérulle. Egli sottolinea una virtù essenziale da ristabilire nell’animo dei cristiani: la virtù di religione che consiste nel culto supremo di adorazione e di reverenza a Dio, poiché molti effettivamente vanno a Dio a motivo della sua bontà, pochi per l’adorazione profonda della sua grandezza e della sua santità. Ciò che innesca in Bérulle l’inizio dell’approfondimento cristocentrico è un episodio abbastanza singolare: l’esorcismo dell’indemoniata Marthe Brossier. Questo episodio gli fa capire che le possessioni diaboliche si oppongono come una specie di caricatura blasfema al possesso dell’anima da parte di Dio. Satana, “scimmia di Dio, si compiace di unirsi alla natura umana con una possessione che è l’ombra e un’idea del singolare possesso che Dio ha preso della nostra umanità in Gesù Cristo. Il desiderio di perfezione che arde nel suo cuore gli fa pensare di orientarsi verso qualche ordine religioso. Ma scopre, nel 1602, durante un ritiro a Verdun, attraverso l’analisi dei suoi sentimenti, che Dio non li chiama a cambiare strada, ma che deve “aprirsi a delle disposizioni interiori molto elevate”. Da quel momento si abbandonerà completamente nelle mani di Dio. Più tardi ma sempre partendo dalle intuizioni che aveva ricevuto a Verdun, capisce che Gesù Cristo solo è fine e mezzo, per cui l’uomo deve legarsi a lui e servirsi di lui come di un mezzo: Egli vedrà nell’annientamento del Verbo incarnato “ il modello dell’annientamento dell’io umano e della sottomissione a Dio alla quale aspira. Fu san Francesco di sales che permise al Bèrulle di conoscere l’Oratorio di san Filippo Neri. Spinto da questi esempi il Bérulle lancia un movimento per rinnovare lo stato di perfezione nello stato clericale, senza separazione dal corpo ecclesiastico. Fu l’11 novembre del 1611, festa di san Martino di Tours, che il Bérulle decise di stabilirsi in comunità con cinque confratelli. Il nascente Oratorio si prefiggeva questi obiettivi per il rinnovamento della vita sacerdotale: 1) Intensificare la vita di preghiera, tanto quella liturgica in comune, che quella privata. 2) Formazione permanente del clero, soprattutto biblica, patristica e teologica. 3) Intensa vita di apostolato che prevedeva: missioni popolari, predicazioni, confessioni, catechesi. 4) Formazione dei futuri candidati al sacerdozio. Il Bérulle metterà tutto il suo impegno nella formazione e nello sviluppo degli oratori a cui darà sempre più un orientamento mistico. Infatti l’8 settembre 1614 fa loro emettere il voto di schiavitù alla santissima Vergine; poi, il 28 febbraio 1615 “solennità di Gesù”, il voto di schiavitù a Gesù e alla sua umanità divinizzata. Questi voti di schiavitù a Gesù e a Maria gli furono causa di dissidi sempre più aspri che sfociarono addirittura nella pubblicazione di libelli anonimi volti a diffamare il Bérulle e a farlo passare addirittura come un eretico. Da questo scontro nasce quello che è stato definito il capolavoro del Bèrulle: Il Discorso sullo stato e le grandezze di Gesù, che apparve nel 1623. Con la competenza teologica che lo contrastingueva egli chiarì i voti di schiavitù si ponevano nella linea esatta degli impegni battesimali. Due anni prima della sua morte che avverrà il 2 ottobre 1629, il papa Urbano VIII nominò il Bérulle cardinale. Questo atto poneva fine alle tante polemiche suscitate contro di lui e manifestava tutta la fiducia e l’ammirazione che il papa aveva nei suoi conforti per l’opera di rinnovamento spirituale avviata in Francia. De Berulle aveva anche una grande devozione agli angeli Come leggiamo in diverse pagine delle sue opere: Riguardo all’arcangelo Gabriele scrive: Il nome e le qualità dell’Angelo inviato alla Vergine. Quest’Angelo inviato per quella commissione, grande e straordinaria, si chiama Gabriele, dice San Luca, ossia si chiama nella nostra lingua: Forza di Dio. Poiché egli annuncia il mistero in cui Dio ha messo la sua forza e la sua potenza nel salvare gli uomini, nel dominare i diavoli, nello stabilire la sua grazia sulla terra, la sua gloria nel cielo e il terrore del suo nome negli inferi. Vi sono anche alcuni grandi e antichi dottori che dicono, negli atti del Concilio di Efeso, che il nome di Gabriele vuol dire “Homo et Deus” (Uomo e Dio), come se il nome di questo grande Angelo fosse il segno della sua ambasciata, ed egli portasse in quella denominazione il segno perpetuo della più grande legazione che mai si avrà. Quest’Angelo è permanentemente grande e felice, e nella sua persona, e nei suoi uffici. Egli è uno degli Angeli assistenti davanti al trono di Dio: «Asto ante Deum» (“Sto davanti a Dio”), dice di sé stesso. Quello che è uno dei più grandi uffici del Paradiso, come l’ufficio che egli svolge sulla terra è il più grande che la terra mai riceverà dal cielo da parte dei suoi Angeli. Quest’Angelo è un Serafino, e uno dei più grandi tra i Serafini. Quel mistero d’amore, che contiene il più grande segreto dell’amore di Dio al di fuori di sé stesso, meritava bene un Angelo d’amore per annunciarlo, ossia un Angelo serafico, uno dei più grandi tra i Serafini. E se oso proporre i miei pensieri in un punto così segreto, direi volentieri che quest’Angelo è il più grande assolutamente dopo San Michele. Questi due Angeli sono i primi del Paradiso, e i più degnamente impiegati nelle funzioni angeliche: uno alla Chiesa di Gesù, e l’altro alla Madre di Gesù in condivisione; e questi in quella qualità è ora l’Angelo annunciante e servente Gesù sulla terra, dopo che è stato l’Angelo tutelare della Vergine destinata ad essere Madre di Gesù. È questo stesso Angelo che, in previsione di quel felice impiego, si prende cura nei profeti della liberazione del popolo di Dio con San Michele contro l’Angelo della Persia, poiché questo popolo è il popolo di Gesù. È quest’Angelo che rivela in Daniele le settanta settimane tanto memorabili nella Scrittura, poiché è il tempo limitato all’avvento di Gesù. È quest’Angelo che parla a Zaccaria, e gli predica la nascita di San Giovanni Battista, poiché egli è il precursore di Gesù. In breve, è l’Angelo di Gesù e di Maria, impiegato in ogni tempo in quello che riguarda il Figlio di Dio e la sua Santissima Madre, e lo sarà ancor più dopo. Grande e felice condivisione tra le commissioni angeliche. Che dobbiamo aspettarci da un così grande Angelo in un così grande soggetto, se non delle luci e delle parole tutte grandi e divine? Onorando dunque quest’Angelo e questo ufficio sulla terra, ascoltiamolo volentieri. Egli reca la migliore notizia che il cielo e la terra possano mai udire. (Pierre de Bérulle, Œuvres complètes, reproduction de l’édition princeps (1644), Maison de l’institution de l’Oratoire, Monsolut, 1960, vol. 1, Vie de Jésus, ch. 8, pp. 462-463).
Riguardo agli Angeli custodi scrive: Occorre onorare gli Angeli per comportarsi cristianamente nei viaggi e negli affari. Dopo questo pensiero [sulla nostra infermità], umiliandoci in noi stessi, e rialzandoci in Gesù Cristo Signore nostro, dobbiamo considerare che il luogo in cui andiamo appartiene a Gesù Cristo, che ne è il sovrano, che l’ha acquisito con il suo sangue, che è onorato nella sua presenza reale e visibile nell’Eucaristia. Gesù vi ha tutto, e noi non vi abbiamo nulla; e non dobbiamo cercarvi nulla e trovare che Gesù, il suo servizio e la sua gloria. Questa terra è stata abitata prima di noi, e coltivata da tanti santi che vi sono ancora onorati; noi dobbiamo invocarli e imitarli nei loro lavori. I buoni Angeli vi sono stabiliti da parte di Dio, e la fede e la pietà devono renderceli presenti e visibili. Sono i primi cittadini e i più onorabili della città, coi quali noi dobbiamo trattare prima di tutto, e il più sovente. Le nostre missioni e i nostri affari sono simili, e la nostra condotta deve essere similare. Noi dobbiamo essere degli Angeli visibili, associati a quegli Angeli invisibili. Abbiamo la stessa commissione e le stesse opere da fare. Essi vogliono aiutarci, e anche noi dobbiamo aiutarli secondo quella parola dell’Angelo di Macedonia che diceva a San Paolo: «Paule, adiuva me» (“Paolo, aiutami”[1]). I loro poteri e i nostri sono differenti, ma sono legati e subordinati l’uno all’altro. Noi serviamo uno stesso Dio, adoriamo uno stesso Gesù, capo degli uomini e degli Angeli. Noi lavoriamo in una stessa Chiesa per essere ricevuti un giorno in uno stesso cielo e in una stessa gloria. (Pierre de Bérulle, Œuvres complètes, reproduction de l’édition princeps (1644), Maison de l’institution de l’Oratoire, Monsoult, 1960, vol. 1, Vie de Jésus, ch. 8, pp. 462-463).
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