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Evagrio Pontico e l'Enneagramma
L’AMORE DI DANTE ALIGHIERI PER GLI ANGELI Di don Marcello Stanzione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Amministratore   
mercoledì 22 luglio 2026

L’AMORE DI DANTE ALIGHIERI PER GLI ANGELIIl 2021 è stato un anno speciale per la cultura italiana e per la cultura cattolica. Abbiamo celebrato i settecento anni dalla morte del suo più famoso poeta: Dante Alighieri. Numerose le iniziative che hanno scandito le celebrazioni dedicate a “l’astro più fulgido della letteratura italiana”, come lo aveva definito papa Paolo VI nel 1965 nelle celebrazioni per il settimo centenario dalla nascita. Dante fu un grande uomo, che certamente può fregiarsi in modo eminente del titolo di “scrittore di Dio”. Papa Francesco, nella sua Lettera Apostolica “Candor Lucis Aeternae” (Splendore della luce eterna), dedicata proprio a Dante e pubblicata il 25 marzo2021 in occasione del Dantedì, ha suggerito di “ leggere la Commedia come un grande itinerario, un vero pellegrinaggio, sia personale e interiore, sia sociale e storico”. ...

 
Infatti secondo il papa argentino, ma di origini italiane, la Divina Commedia rappresenta “il paradigma di ogni autentico viaggio in cui l’umanità è chiamata a lasciare quella che Dante definisce: “l’aiuola che ci fa tanto feroci” (Paradiso XXI-151) - cioè il mondo plasmato dall’egoismo di ciascuno) - per giungere ad una nuova condizione, segnata dall’armonia, dalla pace e dalla felicità”. Dante dunque, secondo papa Francesco, diviene “profeta di speranza, annunciatore della possibilità del riscatto, del cambiamento profondo di ogni uomo e donna e di tutta l’umanità”.   Una particolare simpatia sembra rivelare Dante Alighieri nelle sue opere al riguardo degli angeli; non solo quanto al numero di essi introdotto nella sua opera, ma particolarmente quanto al tono affettuoso col quale ne parla, come se un’ultima corrispondenza di sentimenti, in tal quale affinità di pensiero, lo riconducesse d’istinto al ricordo di essi. Se non fosse stato il “Divino Poeta”, Dante sarebbe stato un grande mistico, ma fu certamente l’una e l’altra cosa insieme, per quella misteriosa legge d’assimilazione spirituale, che fa ogni artista, d’ogni cuore sensibile al tocco del bello, un’anima assetata di trascendente, di divino. Già nella “Vita Nuova” è narrata una scena dell’Empireo. Un angelo chiede a Dio fervidamente il ritorno di Beatrice al reale della pace. Si ripete il vecchio concetto medioevale d’amore e morte, per cui la gioia dell’amore, turbata dal timore di perderlo, è fonte di perenne amarezza e di pianto. Ed eccolo una notte a sognar la morte di Beatrice, prima che la dura realtà ve lo abbia condotto. E’ malato, e nella morbosità di quello stato, il Poeta assiste in spirito a strani fenomeni fisici e metereologici. Un particolare però nel racconto rimane soave e leggero: l’anima dell’amata è una chiara nuvoletta che ascende negli spazi infiniti, scortata da una moltitudine di angeli. Sembra naturale questa concezione, tuttavia era necessario che lo spirito di Dante fosse astratto completamente dalla materia, che la sua natura d’uomo fosse interamente dominata, perché, trattandosi dell’oggetto del suo grande amore, potessero qui intervenire gli angeli. Un altro amante avrebbe pianto le adorate sembianze, il riso prezioso; egli sogna la trionfale ascesa della diletta, fra lo stuolo degli angeli. Poi Beatrice muore davvero e il Poeta è stordito dalla perdita del suo bene: “Quomodo est civica plena populo! Facta est quasi vidua Domina gentium” ( La Vita Nuova – XXVIII). L’accorato lamento del Profeta Geremia (Lam. Jer. I) sulla santa città non è una profanazione, in questo amore sciolto dai sensi, alieno da ogni materialità. “Lo giorno nel quale si compiea l’anno che questa donna era fatta de li cittadini di vita eterna” (La Vita Nuova – XXIV), lontano dal chiasso della moltitudine, Dante siede solo, triste, assorto in dolci e nostalgiche memorie. Tuttavia la piena delle immagini, che la mente di un poeta come lui genera ed alberga, non è inattiva; l’impeto di essa vuol tradursi in qualche modo. Le perdute sembianze di Beatrice sono ancora in lui, immateriali, luminose, sicure. Prenderanno forma all’esterno, e questa forma sarà quella di un angelo. La narrazione di questo episodio è incantevole, di semplicità ingenua e vera: “Io mi sedea in parte, nella quale ricordandomi di lei, disegnava un Angelo sopra certe tavolette” (La Vita Nuova – XXIV). “Ricordandomi di lei, disegnava un angelo”. C’è dunque una relazione tanto intima ad apparire necessaria tra quel ricordo e le angeliche figurazioni: gli angeli e Beatrice sono tutt’uno nella mente e nel cuore dell’appassionato Poeta, e le sembianze di questa sono tradotte dalla figurazione di quelli. “… e mentre io disegnava, volsi gli occhi e vidi lungo me, uomini alli quali si convenia di fare onore. Essi riguardavano quello che io facea, e secondo che mi fu detto poi, elli erano stati già alquanto senza che io me ne accorgesse” (Vita Nuova, XXXIV). Talmente assorto nel pensiero inconscio del disegno d’amore, non si sente neppur guardato, e continua inconscio il disegno di angeli! E’ quando li vidi, mi levai, e salutando loro, dissi: “Altri era testè meco, però pensava”. Onde partiti loro, ritornaimi alla mia opera, cioè del disegnare figure di angeli”. Quanta scioltezza, quale serena nobiltà d’espressione nella spiegazione ch’egli si crede in dovere di dare! E quale sobrietà di parole! Non ha egli certo nascosto per falso pudore il disegno che compiva; ma in una parola di efficacia sovrana, ne ha espresso  la causa: “altri età testè meco!”. Né intende spenderne altre a spiegare il perché di quelle figure; il seguito del ragionamento è incluso nella premessa, e due cose sono possibili: o coloro che ascoltano sono degne di intendere, e allora capiranno, o non sono degne di questo intendimento superiore, e allora le parole sarebbero inutili con essi. Quindi la conclusione rapida come uno sprazzo i meno letti, e particolarmente, che si sentono citati a memoria; il Nuovo Testamento, la dottrina dei Padri della Chiesa, tutto gli è famigliare e trova un’eco profondo nei suoi scritti. Ne sia prova la lunga dissertazione sul moto dei cieli e sugli angeli, che rilevo nei paragrafi III°, IV°, VI° del Convivio. Ne cito il tratto che più direttamente tocca la classificazione delle Gerarchie celesti e le loro attribuzioni nel moto dei cieli. Dice il Salmista: “I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento”. Poiché ragionevole è credere che li Novitori del Cielo della Luna siano delli ordini degli angeli; e quelli di Mercurio siano gli Arcangeli, e quelli di Venere siano i Troni, li quali naturati dall’amore del Santo Spirito, fanno la loro operazione connaturale ad esso, cioè lo movimento di quello cielo pieno d’amore. Dal quale prende la forma del detto cielo uno ardore virtuoso, per lo quale le anime di quaggiù si accendono ad amare secondo la loro disposizione” (Convivio, II, 6). Sono adombrate in questo tratto verità profonde sulla natura degli angeli, di Dio, dell’uno stesso. Per quanto riguarda gli angeli, esso mostra appunto la sicura conoscenza che Dante doveva avere della dottrina in materia. Ma non basta. Qui gli angeli sono ministri d’amore, e questo essere deriva da quello stesso che hanno nel concetto divino. Di luce, diretta precisamente a chi sa intendere. Ed io non so se fermarmi alla divina perfezione del linguaggio o non piuttosto all’altezza sovrana del senso ch’esso racchiude.. “Pensavo”; e questo pensiero unico, sovrano inalienabile alla sua mente, egli traduce come sa, come può. Gli angeli ben impersonano le sue idee, che dicono l’altezza, la sublimità, la non comune purezza del suo amore. E non meraviglia allora se, partiti quei signori degni d’onore, egli torni necessariamente alla sua opera, “cioè del disegnare angeli”. Non a tutti è forse accessibile la suprema bellezza di simili tratti, ma una volta inteso e gustato “lo stile che vien da essa”, non meraviglia più l’attributo di “Divino” che i secoli hanno conferito al poeta. E dopo che al poeta, al teologo, al filosofo; poiché tale egli fu ancora in sommo grado. Percorrendo le sue opere, la somma come le minori, si rimane sbalorditi della felicità con la quale cita la Scrittura santa. Citazioni che non denotano alcuno sforzo, come cose di cui lo spirito è nutrito e dà per propria abbondanza. L’Antico Testamento in tutti i suoi libri, i più noti come “si puote mirare la somma potenza del Padre, la quale mira la prima gerarchia… e puotesi contemplare la somma Sapienza del Figliuolo, e questa mira la seconda Gerarchia… Puotesi contemplare la ferventissima carità dello Spirito Santo, e questa mira la terza Gerarchia, la quale, più vicina a noi porge delli doni ch’essa riceve” (Sono gli attributi dello Spirito Santo, che è vincolo e pegno d’amore). Nel cielo di venere, li Troni inebriati della carità del Divino Spirito, influiscono sui mortali traendoli all’amore. Ma come ogni ottimo dono si guasta, passando per il cuore dell’uomo, troppo spesso corrotto, così quest’amore, che è carità divina negli angeli, diviene negli uomini profano, ed a volte vile passione. Onde lo stesso cielo mosso dai Troni, prende nome da Venere. Singolare e sintomatico miscuglio di bene e di male nella mente e nel cuore del Poeta, troppo cristiano nelle fibre più remote per cadere nell’aberrazione del paganesimo, troppo poeta per non risentirne in qualche modo l’influenza? Quanto all’azione degli angeli, essa rimane pura e divina: la loro influenza si esercita esclusivamente nel senso della celeste carità che l’inebria, e che è la loro stessa vita. Ciò non esclude un loro reale influsso sui cuori umani anche nell’amore profano, poiché quando non è volto in cieca passione di senso, questo pure è santo, ed è partecipazione all’amore di Dio, come se dal troppo pieno del suo Essere, che è carità, una stilla traboccasse ad ora sugli umani, ad elevarli a vita superiore. Quando dunque anche l’amore fra gli uomini è santo, è certo che gli angeli possono avere la loro parte in esso come ispiratori e custodi. Solo la corruzione viene tutta dall’uomo! Rimane tuttavia un arduo concetto, quello che Dante esprime nella canzone: “Voi che intendendo il terzo ciel movente” (Conv. II) e il poeta stesso ha impiegato molte pagine e lunghi ragionamenti per delucidarla. Ma appunto in ciò si rivela l’eccezionale facilità con la quale il suo pensiero evoca gli spiriti celesti. Che questi gli siano presenti nelle semplici effusioni amorose scaturite di getto dalla possa di un sentimento impetuoso, è comprensibile, è come l’effetto di una piega del cuore, originata da formazione e indole religiosa. Ma che anche i suoi concetti più astratti, i ragionamenti più rigorosamente scientifici e filosofici, poggino tanto sulla dottrina e l’azione degli angeli, è appunto segno di salda fede e di profonda conoscenza del Dogma cattolico.
 
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