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San Francesco Saverio partrono delle missioni PDF Stampa E-mail

San Francesco Saverio partrono delle missioniFrancesco de Jasu y Xavier poi tradotto in Saverio nacque nel 1506 in Navarra in Spagna. Suo  padre era un nobile molto colto, aveva studiato all’università di Bologna ed era il presidente del consiglio Reale di Navarra; anche sua madre, una donna molto ricca, apparteneva alla nobiltà.  I suoi genitori avevano su di lui grandi progetti per cui lo inviarono a Parigi per studiare, Ma fu proprio qui che nel collegio di Santa Barbara conobbe Ignazio di Loyola del quale divenne compagno di stanza e amico personale. Francesco Saverio lo scelse come suo maestro spirituale e sotto la sua guida divenne araldo del vangelo. Ignazio quale profondo conoscitore dell’anima umana, gli fece comprendere il senso delle parole di Gesù: “Che giova all’uomo guadagnare anche tutto il mondo se poi perde l’anima?” (Mc 8,36). Così il Saverio finì per prendere alla lettera le parole evangeliche e, nel 1534, seguì Ignazio divenendo uno dei primi membri della “Compagnia di Gesù”, l’ordine ... 

...   religioso fondato da Ignazio, iniziato in Francia nella chiesa di Montmartre e destinato ad incidere profondamente nella storia della Chiesa.

Ordinato sacerdote a trentacinque anni, partì missionario per l’estremo oriente e dopo un viaggio di circa tredici mesi giunse a Goa, nelle Indie orientali, in qualità di legato pontificio. In India scrisse un “Catechismo Elementare”, predicò e si dedicò all’assistenza dei malati. Si diresse in seguito nell’India meridionale, ottenendo molte conversioni anche tra i bramini, solitamente ostili ai missionari cattolici.

Francesco Saverio divenne il primo missionario cattolico sbarcato in terra nipponica, a Kaghoshima nel 1549. Dopo tre anni di permanenza erano già sorte ben tre comunità cristiane con millecinquecento membri. Nominato provinciale di tutte le missioni dei gesuiti d’oriente, Francesco Saverio scelse come nuova meta la Cina, ma, giunto all’isola di Sancian, venne colto dalla febbre e morì nel 1552 a soli quarantasei anni. Aveva amministrato il battesimo a trentamila convertiti. Nei dodici anni di permanenza in oriente il santo percorse oltre centomila chilometri.

Per san Francesco Saverio lo zelo per la salvezza delle anime fu in lui un’appassionata impazienza. Sentì nell’anima l’urgenza incontenibile della salvezza del mondo intero e fu disposto a dare la vita per guadagnare anime a Cristo. La santa impazienza che consumò il cuore di san Francesco Saverio gli fece scrivere, quando già si trovava nel lontano Oriente, queste parole che riassumono bene la sua vita: “I cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’alto se non che sono cristiani. Non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padrenostro…

Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali, come si dice, non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano né prendere cibo né riposare fino a che non ho insegnato loro qualche preghiera”. Il santo missionario gesuita contemplava il panorama immenso di tanti popoli che non hanno chi parli loro di Dio. Purtroppo dopo oltre duemila anni dalla nascita di Cristo continuano ad essere vere nel nostro secolo ventunesimo le parole del Signore: “ La messe è molta ma gli operai sono pochi!”.

Tutto ciò faceva scrivere al Saverio: “ Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh, se costoro, come si preoccupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti! In verità moltissimi di costoro, turbati a questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio.

Griderebbero certo dal profondo del loro cuore: “ Signore, eccomi: che cosa vuoi che io faccia?” Mandami dove vuoi magari anche in India”. In conclusione nel nostro cuore di cattolici deve ardere questo stesso zelo del Saverio. Ordinariamente, però, il Signore vuole che lo esercitiamo lì dove ci troviamo: in famiglia, nel lavoro, con i nostri amici e colleghi.

Don Marcello Stanzione

 
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