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L'abito Ecclesiastico è sempre attuale e non è mai fuori moda PDF Stampa E-mail

L'abito Ecclesiastico è sempre attuale e non è mai fuori modaE’ evidentissimo che gli ecclesiastici della Chiesa Cattolica soffrono di una fortissima, anzi epocale, crisi di visibilità. Ricordo che quando ero ragazzo, (non tanto tempo fa) per le strade della mia città incontravo sempre tantissimi sacerdoti, ora trent’anni dopo, uno dei rari preti che si vedono in giro sono proprio io, non perché gli altri preti siano tutti morti o abbiano lasciato il ministero oppure perché in questi anni non ci sia stato un ricambio di nuove leve ma perché non sono più esteriormente riconoscibili come preti…Viviamo in un’epoca in cui qualsiasi gruppo o categoria, anche la più piccola, rivendica la propria visibilità ed identità e cerca di esporla pubblicamente. C’è chi, come i mussulmani, fanno battaglie legali per avere il diritto di mettersi il “burqua” a scuola o in piscina. Anche le commesse ed i cuochi dei McDonald hanno una divisa come le hostess ed i piloti di aerei. Per non parlare delle categorie professionali classiche:  i medici, gli infermieri, i volontari ...

...   dell’ambulanza, i magistrati, i poliziotti e i militari. Tutti, insomma, cercano un segno esterno per essere identificabili. E’ strano che mentre tutti valorizzano i loro segni di categoria e i loro simboli solo il segno esteriore del prete cattolico con il suo caratteristico abito ecclesiastico lungo deve essere tolto o abbandonato perché considerato arcaico ed obsoleto.

A che pro? Ebbene, i soli che in quest’epoca non tengono alla loro immagine sono specialmente alcuni uomini niente affatto illuminati del clero cattolico. Ovviamente durante la rivoluzione francese in tempi di ghigliottine giacobine era consigliabile ai sacerdoti cattolici travestirsi per non farsi riconoscere dai nemici come anche era opportuno per gli ecclesiastici mimetizzarsi durante la guerra civile messicana o spagnola, cosa che fece anche san Josemaria Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei, che fuggì da Madrid in borghese per non farsi uccidere dai miliziani comunisti. Ma oggi non si rischia la pelle, si rischiano tutt’al più fastidi di ben poco conto; che so, passi per una strada in cui ci sono giovinastri ideologicamente orientati che ti dileggiano con parolacce, gesti, bestemmie o sputi a terra. Oppure puoi venire assillato da mendicanti e zingari particolarmente petulanti o da qualche psicolabile.

Tutte cose che, però, vanno solo sotto la voce “fastidi”. Ma se uno temeva tanto fastidi di così poco conto, perché si è fatto poi prete? L’abito ecclesiastico è una “predicazione muta”, come la “predica silenziosa” di S. Francesco che girava con l’abito religioso per le vie di assisi senza pronunciare parola. E lo è in un tempo affamato di segni esterni. Se sono in strada nottetempo, ma vedo in giro dei poliziotti, sono più tranquillo. La loro divisa serve proprio a rasserenare gli onesti e a diffidare i malintenzionati.

Certo, il poliziotto talvolta si traveste per esercitare meglio la sua attività professionale ed investigativa; ma questo non vale per il prete: il poliziotto deve cercare i cattivi, invece il sacerdote dovrebbe avere tutto l’interesse a farsi riconoscere dai buoni come dai cattivi. In un’epoca secolarizzata in cui il cattolicesimo non è particolarmente “à la page” forse alcuni preti possano avere un certo imbarazzo, una certa esitazione, un certo timore a manifestare la propria appartenenza al clero. Ma si tratta di vigliacchi timorucci umani degni solo di un don Abondio di manzoniana memoria. Ed è singolare che debbano essere dei laici a tirare alcuni preti per i jeans e dire loro: rendetevi visibili chiaramente all’esterno per il vostro stato sacerdotale.

Una volta quando uno buttava la tonaca alle ortiche ed abbandonava la vita sacerdotale si diceva molto significativamente: quello si è spogliato. Oggi, paradossalmente, sono i sospesi “a divinis” o quelli ridotti allo stato laicale a tenerci di più, all’abito: quelli che per coerenza dovrebbero levarselo se ne fanno vanto di conservarlo; quelli invece in regola, si mettono in borghese “per essere come gli altri”, Ma non chiedono mai agli “altri” come vorrebbero che fossero; ma non hanno mai chiesto alla gente perbene come vuole che sia il prete. Se lo facessero, scoprirebbero, al contrario, che la gente saggia non vuole affatto che il prete sia “come gli altri” , perché un punto di riferimento fondamentale deve essere diverso per forza.

Padre Pio, quando sentiva di novizi o giovani frati che non volevano mettersi il saio, sbottava: “Cacciateli immediatamente. Ecché, sono forse loro a fare un piacere a San Francesco?”. Pio XII ricevendo in udienza gli operatori della moda esordì con questa stupenda frase: “Da come uno si veste si capisce che cosa sogna”. L’abito non fa il monaco (dicevano nel Medioevo, perché le università erano corpi ecclesiastici: gli studenti portavano l’abito clericale e ciò li sottraeva alla legislazione civile).

E’ vero, ma un buon monaco o prete o suora se lo mette, anche perché non ha alcun serio motivo morale per toglierselo. Il problema dell’ostilità odierna all’abito è anche di natura psicologica. C’è questo sordo muro di gomma, una resistenza passiva che l’ex cardinale Ratzinger, attualmente Benedetto XVI, conosce perfettamente. Benedetto XVI dovrebbe però sinceramente imporsi con maggiore forza su questo punto come anche su altri anche perché Lui è il papa e la logica è dalla sua parte.

E’ ridicolo iscriversi al club del bridge per poi pretendere di giocare a scopone perché le regole del bridge non mi piacciono. Tuttavia, i cosiddetti dissenzienti o sedicenti “progressisti” all’interno della Chiesa, visto che l’Inquisizione con l’osservanza tassativa delle sane norme non c’è più, usano il sistema dell’orecchio da mercante. Da questo papa, sapendo chi era, molti temevano una restaurazione che però non c’è stata. Ciò è interessante, perché quando si teme la restaurazione vuol dire che si ama la rivoluzione.

Ma “restaurare”, da vocabolario, è prendere un capolavoro rovinato dal tempo e dalla stupidità e riportarlo al suo antico splendore. Stiamo ora assistendo ad un cristianesimo mediocre, imborghesito che nessuno osa più chiamare col suo nome. Non ha contorni nitidi ma si manifesta in comportamenti variegati assai. E’ un cristianesimo molto “fai da te”, con dentro tutto quello che uno vuole. Infatti, viviamo una crisi non solo di strutture o di comando ma proprio di fede. Si tirano fuori una ad una le eccezioni ( e noi sappiamo, come dice il Vangelo, che se uno non è fedele nel poco non può esserlo nel molto).

E’ stato un gravissimo errore dopo il Concilio Vaticano II abolire la tonsura ed eliminare la vestizione della talare anche ai seminaristi come rendere facoltativo il velo alle suore Si comincia prima con l’abito, poi si prega un po’ di meno perché “ho da fare” finchè il breviario sparisce completamente, poi l’ “accoglienza” è molto meglio della lettura e dello studio, poi la “solidarietà” è molto meglio della meditazione; alla fine, dai e dai, non rimane più niente della vita spirituale ed intellettuale.

Poco alla volta, non ci si è nemmeno accorti di come si è fatto a perdere tutto e di essersi ridotti a “travet” del sacro, pur avendo cominciato con tanto entusiasmo il giorno della ordinazione. Comunque sarà opportuno ricordare che l’obbligo dell’uso dell’abito ecclesiastico non è una fisima conservatrice o reazionaria, né tantomeno un’esasperazione dei fedeli legati alla Tradizione. Il Codice di Diritto Canonico vigente (1983) al canone 284 così recita: “ I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali”. In questo senso, la Conferenza Episcopale Italiana, con delibera n° 12 del 23 dicembre 1983 ha stabilito che : “Salve le prescrizioni per le celebrazioni liturgiche, il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman”. Per quanto riguarda i religiosi, lo stesso obbligo è stabilito dal canone 669: 1) i religiosi portino l’abito dell’istituto fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà. 2) i religiosi chierici di un istituto che non ha abito proprio adottino l’abito clericale a norma del canone 284.

La Congregazione per il Clero, in data 31 gennaio 1994, ha emanato il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri il quale, al n° 66, così recita: “In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di un ministero pubblico. Il, presbitero dev’essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento , ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa. Per questa ragione, il chierico deve portare “un abito ecclesiastico decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza episcopale e secondo le legittime consuetudini locali”. Ciò significa che tale abito, quando non è quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici e conforme alla dignità e alla sacralità del ministero.

La foggia e il colore debbono essere stabiliti dalla Conferenza dei vescovi, sempre in armonia con le disposizioni, le prassi contrarie non si possono considerare legittime consuetudini e devono essere rimosse dalla competente autorità. Fatte salve situazioni del tutto eccezionali, il non uso dell’abito ecclesiastico da parte del chierico può manifestare un debole senso della propria identità di pastore interamente dedicato al servizio della Chiesa”. Il 22 ottobre del 1994, il Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei testi Legislativi, ha emanata una precisazione circa il valore vincolante del n° 66 che abbiamo riportato prima, nella quale, fra l’altro, si afferma che: “N. 7. In ossequio al prescritto del can. 32, queste disposizioni dell’art. 66 del “Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri” obbligano tutti quelli che sono tenuti alla norma universale del can. 284, vale a dire i Vescovi e i presbiteri, non invece i diaconi permanenti coniugati.

I vescovi diocesani costituiscono, inoltre, l’autorità competente per sollecitare l’obbedienza alla predetta disciplina e per rimuovere le eventuali prassi contrarie all’uso dell’abito ecclesiastico. Alle Conferenze episcopali corrisponde di facilitare ai singoli Vescovi diocesani l’adempimento di questo loro dovere”. Il 27-01-1976 la Congregazione per i Vescovi invia una lettera a tutte le Conferenze episcopali del mondo in cui ricorda che l’autorizzazione ad un adeguamento dell’abito religioso non può in alcun modo trasformarsi in un abbandono di esso a favore di fogge laiche. La Congregazione per il Clero con lettera del 10-02-1996, riaffermava che né il solo colletto bianco, né una semplice croce bastano a rendere “ecclesiastico” un abito borghese.

Abbiamo voluto riportare per intero questi richiami perché si comprenda chiaramente che il mancato uso dell’abito ecclesiastico non riguarda disquisizioni di scarsissima importanza, ma attiene ad una evidente e grossa disubbidienza di preti che non hanno riguardo della Chiesa e delle sue leggi. Ma c’è anche purtroppo un’assenza grave dell’Autorità: perché chi ha la competenza in materia non si preoccupa di rendere il comportamento dei preti coerente con gli obblighi da essi stessi liberamente assunti, avallando di fatto una situazione anomala e un abuso? Ora, se nella Chiesa ognuno può fare come gli pare, e per primi i preti, come si potrà mai pretendere che i fedeli rimangano fedeli, appunto, alle leggi della Chiesa? E se i preti possono fare quello che più loro aggrada, come potranno mai pretendere di essere ascoltati con un minimo di autorevolezza quando predicano dai pulpiti? Se è normale non usare la talare o il clergy-man per andare a sciare o a nuotare , per un immersione subacquea, per un’escursione in montagna o per giocare una partita di calcio non si capisce per quale motivo quando si sta in parrocchia tutti i giorni a fare apostolato o quando si va a trovare dei parrocchiani per benedizioni o sacramenti, non si indossa l’abito ecclesiastico. Perché ordinariamente non ci si attiene alle disposizioni della Chiesa? E perché i vescovi ed i superiori religiosi stanno zitti davanti ai sacerdoti che vestono in borghese? E Perché il Diritto Canonico non prevede più sanzioni per gli ecclesiastici che non osservano le norme sul vestito clericale?

Don Marcello Stanzione

 
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