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Corso di introduzione all’ANGHELOSOPHIA
SAN GIOVANNI CRISOSTOMO E IL NATALE Di don Marcello Stanzione PDF Stampa E-mail
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lunedì 09 dicembre 2019

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO E IL NATALE San Giovanni Crisostomo che la Chiesa festeggia il 13 settembre, nacque in Antiochia nel 350 e morì a Comana il 14 settembre 407, fu  vescovo della capitale imperiale di Costantinopoli,  Primate della Chiesa d’Oriente, ed era un uomo dall’integrità morale assoluta. Integerrimo, dotto, brillante, le sue capacità oratorie lo hanno reso il  più perfetto ed elegante fra i Padri Greci. Giovanni Crisostomo è passato alla storia come l’uomo della Bocca d’oro, l’appellativo che i Bizantini gli hanno attribuito tre secoli dopo la sua morte. ...

 
Votato alla vita spirituale sin dall’infanzia, trascorsa insieme alla madre Antusa ad Antiochia, in Siria, Giovanni si lasciò sedurre dalla vita eremitica: trascorse sei anni nel deserto, di cui due all’interno di una caverna che gli provocò una malattia allo stomaco, ma la sua indole lo chiamò presto verso compiti più alti. La sua anima reclamava giustizia verso la parola di Dio che rischiava di essere avvelenata dalle eresie dilaganti, dalla bassezza dei costumi, dalle ipocrisie della corte. Per cinque anni si dedicò alla preparazione del sacerdozio e del ministero della predicazione, fino a quando il Vescovo Fabiano lo ordinò sacerdote. E’ a partire da questo momento che le sue doti oratorie hanno modo di mostrarsi. Giovanni si dedica costantemente alla predicazione, ma oltre a diffondere la parola di Cristo, il suo scopo è anche quello di difendere la moralità, rivolgersi ai fedeli per rafforzare il loro credo, allontanarsi dalle tante insidie del quotidiano. La sua fama si diffonde. I suoi sermoni sono lunghi (quasi due ore), complessi, appassionati, incantano gli ascoltatori e li obbligano a pensare. Nel 398, il Patriarca di Costantinopoli, Nettario, muore: Giovanni è chiamato a sostituirlo. La più alta carica ecclesiastica del tempo veniva conferita a un uomo che aveva cominciato ad avvicinarsi a Dio nel silenzio del deserto. Come guida e maestro di tutti i cristiani d’Oriente, la voce d’oro di Giovanni acquistò una risonanza anche maggiore: teologia, morale, politica, arte. Parole ardenti che tuonavano contro i vizi della corte e della Chiesa. Cominciarono le reazioni, non sempre positive. La perplessità può sfociare nell’invidia e da lì arrivare al rancore. Lavorando in segreto, un concilio sedizioso noto come Sinodo della Quercia, formato dai vescovi al seguito di Teofilo di Alessandria, riuscì a farlo deporre. L’imperatrice Eudossia, più volte censurata da Giovanni , dette l’aiuto decisivo e, nell’incontro di Calcedonia del 403, Giovanni fu condannato all’esilio. Subito dopo, Costantinopoli venne colpita da un terremoto. Coincidenza? Presagio di più funeste sventure? Fatto sta che il popolo reclamò a gran voce il ritorno del Patriarca e Eudossia non poté impedirlo. Ancora due mesi e una legione di soldati barbari fece prigioniero Giovanni, costringendolo nuovamente ad allontanarsi. Questa volta per sempre. La destinazione era il Mar Nero, ma il Santo non riuscì mai ad arrivarvi, perché si ammalò e morì durante il viaggio. Il pensiero di Giovanni Crisostomo non era molto diverso da quello dei suoi predecessori: non si distaccava dall’ortodossia e le sue omelie riflettevano, anche se in maniera più elevata, tutti i nuclei centrali della morale cristiana. Grande ammiratore di San Paolo, fu lui a dettare i commenti più profondi che ci siano pervenuti sulle Lettere dell’Apostolo, oggi ancora ammirati e utilizzati dagli esegeti. Tra le sue opere letterarie più importanti si possono citare “La genesi e l’Antico Testamento”, i “Commentari dei profeti e del Nuovo testamento”, i numerosi trattati sulla verginità e sul sacerdozio. Molte anche le opere nel sociale, come la costruzione di ospedali, l’evangelizzazione delle campagne, le processioni anti – ariane sotto il controllo della polizia imperiale. Ma il contributo più importante rimane sempre quello legato alla predicazione: il tono solenne, perentorio delle sue parole lo identificano come accusatore impietoso, ma quelle parole non volevano condannare: erano solo appassionate, animate dalla fede, capaci di raggiungere i cuori come dardi infuocati. Il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del Santo dal sepolcro di Comana, luogo del suo esilio a  Costantinopoli, il 27 Gennaio del 438, restituendo alla capitale d’Oriente la guida che sino ad allora aveva illuminato il suo cammino spirituale. Riguardo all’incarnazione del Verbo il Crisostomo ha considerato il Natale: lo ha guardato non tanto in sé quando in noi; nella sua esegesi la liricità è sostituita dalla drammaticità. Ciascuno accoglie il Natale con una sua specifica disponibilità che non si limita alle sfumature indotte dal temperamento ma coinvolge la ragione che è costituiva della personalità; la ragione può procedere con la tersa linearità che è insita nella sua natura, oppure sbandare sotto le raffiche oblique delle passioni. Giovanni non si è prospettato la questione delle due nature in Cristo, ma quella della natura umana nella sua duplicità di fronte a Cristo. Giovanni esordisce richiamando la sublimità del mistero della Natività, che la vuota superficialità della fatiscenza umana è proclive a banalizzare riducendola ad un festeggiare godereccio nel rilassamento della coscienza. Sottolinea quindi lo stupore insito nel fatto che Dio si sia fatto uomo, “ pensiero che fa rabbrividire”; gli angeli si riunirono in coro per portare il lieto annunzio a tutta la terra ( PG 57, Om. II,2). La meraviglia è poi ancora accresciuta dal modo con cui il Redentore è venuto: non nello splendore di un’ apparizione sfolgorante, ma attraverso l’ignobilità dell’utero di una donna. Ulteriore motivo di sorpresa è poi che, nell’inserirsi nella trafila delle generazioni umane, abbia accettato di avere come antenate delle donne peccatrici: l’abiezione della natura era aggravata dall’infamia della condotta morale. Questa sorpresa che colpisce la mente può indurre agli atteggiamenti opposti di un’adesione adorante o di rifiuto riottoso. Giovanni incarna queste reazioni nella concretezza della cronaca vissuta; non più possibilità teoriche ma drammi effettivi in persone che vivono nella realtà storica. Appare figura chiara nella sua linearità; la sua missione proviene da una designazione divina dinanzi alla quale non resta che prendere atto. Il parto fu operato dallo Spirito Santo e da lei accettato; non scelse, fu scelta; non prese un’iniziativa, che sarebbe comunque stata contingente, fu cooptata in un piano eterno ma non fu strumentalizzata; entrò ma non fu assorbita, dinanzi all’Eterno conservava la sua umana con la sua autonomia in una piena discrezionalità. Alla proposta dell’angelo rispose in una libera ossequenza : sì al piano divino di maternità, ma nella salvaguardia di quello umano di verginità. L’angelo le spiegò le modalità di effettuazione, dato che si trattava di un procedimento straordinario; di colpo, quella comunicazione “ tu concepirai e darai alla luce un figlio” ( Lc 1,31) poteva suonare oppressiva, travolge la sua personalità, turbandone l’assetto psicologico, per cui l’angelo le chiarì la componibilità dei due progetti; Dio esige l’assenso ma lo rispetta e lo motiva: la Vergine fu interpellata nella sua libertà e rassicurata nella sua razionalità; all’impossibilità della natura corrisponde l’autorevolezza dell’angelo rivelatore. Giovanni conferma quindi, categorico, che Maria rimase sempre vergine , prima e dopo il parto ( V, 3). Per Giovanni resta però da  chiarire perché Maria, “promessa sposa”, abbia concepito, non prima delle cerimonie nunziali, ma solo dopo , ed il motivo lo trova nella necessità di evitare che essa venisse sospettata. Il pubblico, vedendola respinta, l’avrebbe giudicata adultera, però, siccome Giuseppe la teneva in casa, alla gente risultava chiaro che tutto era avvenuto nella piena legalità ( IV, 3). Siamo nel clima dei sospetti che inquietano l’anima, se la Vergine, dopo la spiegazione dell’angelo, non era rimasta immune, Giuseppe vi era restato profondamente immerso. Giuseppe risulta una figura luminosa proprio perché immerso nell’ombra. Qual era la sua identità? Insomma, era padre o non lo era? Occupava un posto inconsistente? Giovanni imposta l’indagine partendo da lontano. Scorge un motivo di stupore già subito nella genealogia di Gesù: tanto Matteo ( 1,1-16) quanto Luca ( 3,23.38) recano quella che si appunta su Giuseppe che non aveva avuto parte reale alla generazione, e non quella che concerneva Maria, che di Gesù era stata effettivamente l’agente generatore. Nel fatto risulta un’evidente sconcordanza, che Giovanni immediatamente rileva ( II, 4), spiegandola con la necessità di stornare sospetti da Maria. L’ufficialità di quell’elenco anagrafico garantiva i Giudei sulla regolarità di quella nascita; alle interpretazioni maligne essi erano infatti proclivi; se non credevano a Gesù, che compiva miracoli, tanto meno avrebbero accettato il parto di una vergine ( III, 1). Giuseppe si trova subito dinanzi all’alternativa angosciosa di due precetti contraddittori: respingerla, in ossequenza alla legge mosaica che proibiva la coabitazione con un’adultera, alla quale era comminata la lapidazione, oppure attenersi all’ altro precetto mosaico che imponeva l’amore del prossimo, con l’ovvio corollario di non esporlo e pericoli. Con una sottigliezza di soluzione che era nobile finezza di spirito, Giuseppe compone i due obblighi pensando di rinviarla segretamente (IV,4). Ma a Giovanni si presenta un altro quesito ancora più intrigante: “ Perché, vedendo il suo promesso sposo turbato, Maria non ne dissolse l’ imbarazzo? Perché l’angelo non gli parlò prima, come aveva fatto con la vergine? Giovanni rispose che era per evitare che Giuseppe non gli credesse e subisse quello che era capitato a Zaccaria; davanti al fatto compiuto era più facile credere; se Maria stessa, che aveva ricevuto la rivelazione, era rimasta turbata, quanto più sarebbe rimasto nell’incertezza Giuseppe! ( Ibidem.). l’angelo parlò alla Vergine prima della concezione per evitare che fosse turbato quel grembo nel quale sarebbe entrato il Re dell’universo, a Giuseppe invece parlò dopo, così ne faceva emergere l’eccellenza spirituale mediante il suo senso di moderazione, infatti egli non volle “ cacciarla” ma solo “ lasciarla libera” ( IV, 5). Ma poi, perché sa Giuseppe l’angelo apparve in sogno e non in maniera manifesta come aveva fatto con i pastori e con Zaccaria? Motivo era che Giuseppe era naturalmente credente e non aveva bisogno di vedere: “ L’anima di Giuseppe era pronta a trasferirsi verso buone speranze, se le apparisse chi la conducesse a questa meta” ( Ibedem). La sua Disponibilità a salire più in alto non soffocava però la sua collocazione nel basso della normalità: “ Giuseppe provò quei sentimenti che era naturale che un uomo provasse” ( Ibidem); la sublimità della missione non attutiva l’emotiva della persona. L’angelo gli dice: “ Giuseppe, figlio di Davide, non temere”, infatti Giuseppe temeva di offendere Dio, qualora tenesse con sé una moglie adultera. Come, più tardi, Gesù affidò Maria a Giovanni, adesso Dio la affida a Giuseppe. Poiché l’angelo disse a Giuseppe quello che egli aveva pensato e che nessuno poteva conoscere, Giuseppe ne poteva dedurre che egli proveniva davvero da Dio ( IV, 6). Ad essere padre fu effettivamente lo Spirito Santo; Giuseppe, fisicamente, non lo fu, ma lo fu giuridicamente, in quanto fu lui che impose il nome, atto ufficiale d’inserimento nella famiglia e prerogativa del capo famiglia in quanto tale ( Ibidem). Fu Dio stesso a comunicare il nome a Giuseppe, “ il quale veniva così definitivamente rassicurato” ( IV, 7). Quando si trattò di portare il bambino in Egitto l’angelo parlò non a Maria ma a Giuseppe, togliendo ogni dubbio sulla realtà della sua paternità ( VIII, 2). Giuseppe non si stupì dell’ordine di fuggire in Egitto, quasi che il bambino non fosse capace di salvare se stesso, non si affannò a conoscere il tempo del ritorno, anche se l’angelo ne aveva parlato in maniera indeterminata: “ fino a quanto te lo dica” ( Mt 2,13). Giuseppe acconsente e si sottomette a tutte le prove ( VIII, 3). In Giuseppe vive una continua alternanza tra ansia e gioia; ad un grado alto è la medesima inquietudine che proviamo noi nella nostra modesta umanità. Sulla figura di Giuseppe Giovanni intreccia una fitta rete di domande e risposte; se le sue risposte, sempre ingegnose, non sono sempre risultate, sempre illuminate ed acute sono le sue interrogazioni, che trattengono il lettore del Vangelo della superficialità di una scorsa che banalizza il testo accontentandosi della materialità dei fatti. Giovanni nel racconto evangelico, apparentemente liscio, incide continue crepe che fanno intravvedere misteriose profondità; sotto quella cronaca si profila una provvidenzialità che tutto convoglia alla salvezza. Sembra che ad agire siano gli uomini nella discrezionalità delle loro decisioni, ma nel nesso degli eventi si rivela una potenza tanto più risolutiva quanto più invisibile. Giuseppe era chiamato a partecipare ad una  realtà che i magi erano destinati a ricercare e ad annunziare. La vocazione che Dio assegna si esplica nella contingenza nella quale ciascuno si trova a vivere; per Giuseppe era il laboratorio di una professione artigianale, per i Magi fu lo studio di un’astronomia fortemente tinta di astrologia. Giovanni ne segna con cura la distinzione, specificando che l’astrologia non dice che sarà colui che nasce, ma solo che d’allora in cui nasce si può arguire quello che gli capiterà. Però i Magi non erano presenti alla madre mentre partoriva; non ne conoscevano il momento.  Essi vedono la stella e vengono; ma quale motivo li ha convinti a venire ad adorare un re tanto distante? Giovanni rispose: non vennero certi per propiziarsi la benevolenza del padre del bambino o quella del bambino in  futuro. Superano i disagi di un viaggio in terra straniera, sfidano i pericoli, quali la gelosia di Erode e l’avversione del popolo di Gerusalemme. Che utilità poteva apportare un bambino in fasce? ( VI,1). Si comportano, a quanto esternamente appare, in una maniera stupida, infatti, dopo aver adorato, se ne vanno via; non hanno visto insegne regali, ma solo una capanna, una madre indigente. A chi portano doni? Perché? Andranno sempre in giro a cercare i futuri re? E perché lo adorano? Come potevano pensare che il bambino in fasce si sarebbe ricordato del loro omaggio? E poi non pensavano che, col loro omaggio, lo avrebbero messo in pericolo, provocando la rivalità di Erode? Tutto ciò è assurdo dal punto di vista umano ( VI,2). C’è però il trionfo della fede nelle irrazionalità che la logica umana non manca di sollevare: i Magi credono “ nonostante”. La stella poi apparteneva al novero delle alte stelle; anzi non era neppure una stella, “ era una potenza invisibile che assumeva la visibilità di una stella”; infatti tutte le altre stelle procedono dall’oriente all’occidente, quella in pieno meriggio, quando risplendeva il sole, ma nessuna stella resiste al sole. Sembrava che li conducesse per mano quando si recavano da Erode e quando se ne andavano via; qui c’è una potenza intelligente: cammina se dovevano camminare, si ferma quando dovevano fermarsi. Non mostra il luogo rimanendo in cielo, ma scende in basso, indicando che cosa dovevano fare. Se fosse stata una stella, non poteva fermarsi su una capanna o su un bambino ( Ibidem).  E perché apparve? Apparve per rimproverare la stoltezza dei Giudei; mostrandosi a stranieri dichiarava che tutto il mondo era chiamato ad adorare quel bambino ( VI,3). La provvidenza divina, dopo che li aveva condotti quasi per mano alla mangiatoia, non parlò più tramite la stella ma tramite un’ angelo, li perfeziona gradatamente ( Ibedem). I Magi arrivavano senza l’illuminazione di profeti, quali Michea che aveva indicato Betlemme ( 5,1); furono mossi da Dio tramite la stella; ma perché Dio non rivolse la sua rilevazione a tutti i Magi? Perché non  tutti avrebbero creduto; questi credettero con un’alacre fiducia, senza aver paura né dell’ira del popolo né di quella del re: in patria divennero maestri dei loro concittadini (Vi,4). “ I magi, entrati nella casa, videro il bambino insieme a Maria; si prostrarono, lo adorarono e gli offersero oro, incenso e mirra” ( Mt 2,11). Ma che cosa li spinse ad adorarlo? Là non c’era nulla che spiccasse né che attraesse; offersero i loro doni non come ad un uomo ma come a Dio ( incenso e mirra); “ li convinceva la stella ed un’illuminazione della mente che era stata loro fornita da Dio”; non avevano dubbi (VIII,1). Ma perché i Magi ed il bambino non potevano essere invitati in Persia perché ne divenissero gli evangelizzatori ( Ibidem). Il bambino andò in Egitto a portarvi buone speranze; là egli avrebbe migliorato tanto l’Egitto, quanto la Persia , quanto tutto il mondo (VIII, 2). Giovanni legge criticamente il testo, ma si avverte che nell’esegeta ferve un calore di partecipazione; in quegli stranieri misteriosamente chiamati alla fede e alla predicazione della fede scorge i suoi modelli ed i suoi garanti. Essi sono generosamente volonterosi, ma c’è presente un Altro che è amorevolmente sollecito. Matteo racconta che, alla notizia dell’arrivo dei Magi, i quali, condotti da una stella, erano venuti ad adorare il neonato re dei Giudei, “ il re Rode fu preso da spavento e con lui tutta Gerusalemme” ( 2,1-3). I Giudei erano la contrapposizione frontale dei Magi: quelli non credettero sebbene avessero i profeti, questi credettero sebbene non li avessero ( VI, 3). Ma perché Gerusalemme fu sconvolta, sebbene i profeti avessero predetto che sarebbe loro arrivato il salvatore? Lo fu perché anche in passato i Giudei si erano allontanati da Dio che li benediceva; non seguirono i Magi perché erano litigiosi ed inerti; non divennero migliori neppure quando videro che il regno del Messia incominciava con tanta splendidezza. Avrebbero dovuto riflettere che, se avevano tanta paura del nostro re quando era appena nato, quanta ne avrebbero dovuto avere quando sarebbe arrivato alla pienezza della sua forza e che allora la loro situazione sarebbe risultata più risplendente di quella di tutti gli stranieri. I Giudei erano effetti da un’indolenza inficiata di invidia ( Vi, 4). La fede è un dono che esige di essere volonterosamente accolto; può dissolversi, non soltanto per l’orgoglio del pensiero che rifiuta di accettare il ministero, ma anche per la faccia atonia dell’anima; alla generosità di Dio che dà deve corrispondere l’umile disponibilità dell’uomo chiamato a ricevere. In Giovanni la condanna si riveste di commiserazione; non è tanto che le mente sbagli scelta, è che si autodemolisce. L’ostilità contro Cristo nei Giudei suonava sorda, per un’antipatia torpida e neghittosa, in Erode stride rabbiosa per rivalità di potere. “ Erode convocò tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo e domandò loro dove doveva nascere il Messia; gli risposerò, in Betlemme di Giuda” ( Mt 2, 4-5). Fino a quando essi non provavano ancora invidia per Cristo, dissero la verità, quando però né videro la gloria e ne provarono invidia, tradirono la verità che emergeva da tutto. Si istruiscono a vicenda stranieri e Giudei; i Magi raccontano ciò ha detto la stella, “ i nemici della verità sono costretti a leggere, anche controvoglia, gli scritti che trattano della verità” ( Mt 2,7); la sua maestà regale, il suo sdegno magnanimo si riducono ad un meschino sotterfugio , fondata su una falsa supposizione; Giovanni spiega infatti il ricorso a questo espediente con l’idea che i Giudei avrebbero protetto il bambino.; considerata la lunga durata del viaggio dei Magi, Erode si cautelò uccidendo tutti i bambini sotto i due anni, in maniera che quello non gli sfuggisse, mentre fu proprio quello che li sfuggì. Giovanni denuncia l’insulsa incoerenza del procedimento: se era sincero, perché interrogò di nascosto: se tendeva insidie, non si accorgeva che i Magi, vedendolo interrogare di nascosto, avrebbero capito l’inganno? “ Un ‘anima, quando è presa dalla malvagità, diventa insuperabilmente stupida” ( VII, 3). Erode è la ferocia ottusa, la rivalità senza dignità, la mentalità chiusa in un’ angustia senza orizzonti.                    
 
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