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I gay non possono diventare Sacerdoti INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. ZENON GROCHOLEWSKI - Gli orientamenti, che oggi presentiamo, trattano dell’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ambito dell’ammissione e della formazione dei candidati al ministero sacerdotale. Più volte il Magistero post-conciliare si è pronunziato sull’opportunità di fare uso, in occasioni particolari, delle competenze psicologiche nel discernimento dell’autenticità della vocazione sacerdotale, prima dell’eventuale ordinazione. Il presente documento non intende risolvere questioni teoriche che riguardano i rapporti tra psicologia, teologia e spiritualità, e nemmeno vuole addentrarsi nel campo delle diverse scuole psicologiche, ma si limita ad offrire un contributo di ordine pratico. 1. All’inizio vorrei indicare due elementi che costituiscono lo sfondo dell’intero problema: a) Il documento richiama il contesto socio-culturale attuale che influisce, più o meno, ...

... sulla mentalità dei candidati che si presentano al Seminario, creando, in certi casi, delle ferite non ancora guarite o particolari difficoltà che possono "condizionare la capacità di progredire nel cammino formativo verso il sacerdozio" (n. 5e). Infatti, "coloro che oggi chiedono di entrare in Seminario riflettono, in modo più o meno accentuato, il disagio di un’emergente mentalità caratterizzata da consumismo, da instabilità nelle relazioni familiari e sociali, da relativismo morale, da visioni errate della sessualità, da precarietà delle scelte, da una sistematica opera di negazione dei valori" (n. 5c). Le conseguenze generiche di questa mentalità e di alcune particolari esperienze vissute prima di entrare in Seminario (cf. n. 5d), colpiscono la personalità dei candidati, in modo particolare la loro maturità affettiva, provocando, in certi casi, fragilità caratteriale, precarietà nelle scelte e incertezza vocazionale. Questi problemi si presentano non soltanto al momento dell’ingresso in Seminario, ma talvolta appaiono in modo accentuato anche nel momento previo all’ordinazione sacerdotale.

b) La formazione sacerdotale nella sua integrità, oltre la dimensione "spirituale" (che costituisce il cuore che unifica e vivifica l’essere prete e il fare il prete; cf. PDV 45c), la dimensione "intellettuale" ossia soprattutto teologica e la dimensione "pastorale", comprende anche la dimensione "umana" che, come specifica l’Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis, è "fondamento dell’intera formazione sacerdotale" (n. 43, inizio).

Si tratta di formare una maturità umana nel senso di responsabilità, coerenza, capacità di dominare se stesso, ecc. Il documento sottolinea elementi specifici della formazione umana in vista del sacerdozio, ossia la necessaria crescita: affinché il candidato possa "vivere sempre più la ricchezza della propria affettività nel dono di sé al Dio uno e trino e ai fratelli, particolarmente a quelli che soffrono" (n. 2d); affinché sappia superare le ferite che possono diventare un vero ostacolo "in vista di una sempre più stabile e profonda interiorizzazione dello stile di vita di Gesù, Buon Pastore, Capo e Sposo della Chiesa" (n. 5e); affinché possa vivere la castità nel celibato, senza mettere a rischio l’equilibrio affettivo e relazionale (cf. n. 10); perché abbia una maggiore conoscenza di sé stesso, delle proprie potenzialità e vulnerabilità, confrontando la propria personalità con gli ideali proclamati dalla Chiesa; affinché si senta stimolato ad una adesione personale, libera e cosciente (n. 15a).

Come si può cogliere dalle esigenze elencate, la formazione umana, nella prospettiva del sacerdozio, non è disgiunta da quella spirituale. Infatti, il documento parla di "un’efficace integrazione delle dimensioni umana e morale, alla luce della dimensione spirituale a cui esse si aprono e in cui si completano" (n. 2f). Inoltre, la formazione umana deve avere davanti agli occhi anche la dimensione pastorale della vita di un futuro sacerdote.

c) Questi due elementi – ossia l’influsso dell’odierno contesto socio-culturale e la necessità di una formazione anche umana (direi assai esigente) del futuro sacerdote – pongono la questione dell’eventuale uso delle scienze psicologiche nei Seminari.

2. Avendo presenti queste due constatazioni, vorrei presentare brevemente le idee fondamentali del documento.

a. "In quanto frutto di un particolare dono di Dio, la vocazione al sacerdozio e il suo discernimento esulano dalle strette competenze della psicologia (n. 5a).

b. Siccome questo dono di Dio "non viene mai elargit[o] fuori o indipendentemente dalla Chiesa, ma passa sempre nella Chiesa e mediante la Chiesa" (n.1a), spetta alla Chiesa "discernere la vocazione e l’idoneità dei candidati al ministero sacerdotale" (n. 1b).

c. In particolare il Vescovo, come "primo rappresentante di Cristo nella formazione sacerdotale", – o il Superiore Maggiore della Casa religiosa – ha la responsabilità ultima di riconoscere e confermare la chiamata interiore dello Spirito come autentica chiamata al ministero ordinato (cf. PDV 65). Il documento ricorda il can. 1052 del Codice di Diritto Canonico, secondo il quale "il Vescovo, per poter procedere all’ordinazione, deve avere la certezza morale sull’idoneità del candidato, «provata con argomenti positivi» (§ 1) e che, nel caso di un dubbio fondato, non deve procedere all’ordinazione (cf. § 3)" (n. 11c).

d. Il documento sottolinea il ruolo fondamentale dei formatori e, quindi, la necessità della loro adeguata preparazione in materia di pedagogia vocazionale, affinché, mediante la profonda comprensione della persona umana e delle esigenze della sua formazione al ministero ordinato (cf. n. 4c), possano "essere in grado, per quanto possibile, di percepire le reali motivazioni del candidato, di discernere gli ostacoli nell’integrazione tra maturità umana e cristiana e le eventuali psicopatologie" (n. 4b). La formazione dei formatori in materia prevede anche l’implementazione di adeguati corsi specifici (cf. n. 4c).

e. Nella formazione umana, che – come ho già notato – non può essere separata da quella spirituale, il ruolo del tutto particolare ha da svolgere il padre spirituale. Infatti, per superare, con la grazia di Dio, le difficoltà proprie di un progressivo sviluppo delle virtù morali, "l’aiuto del padre spirituale e del confessore è fondamentale e imprescindibile" (n. 5b). Deve restare fermo che "la direzione spirituale non può in alcun modo essere scambiata o sostituita da forme di analisi o di aiuto psicologico e che la vita spirituale di per sé favorisce una crescita nelle virtù umane, se non ci sono blocchi di natura psicologica" (n. 14b).

f. Il documento nota l’importanza della grazia divina nella formazione dei candidati al sacerdozio. Infatti, gli obiettivi dell’adeguata formazione "si possono raggiungere soltanto attraverso la diuturna corrispondenza del candidato all’opera della grazia in lui e [...] sono acquisiti con un graduale, lungo e non sempre lineare cammino di formazione" (n. 2e), anzi il documento parla di "affidamento all’aiuto insostituibile della grazia" (n. 9c).

g. Alla luce dei principi sopra esposti, il ricorso agli esperti nelle scienze psicologiche non può che essere soltanto ausiliare, ossia utile solo "in alcuni casi" per dare il parere circa la diagnosi, o circa l’eventuale terapia, o il sostegno psicologico allo sviluppo delle qualità umane richieste all’esercizio del ministero (n. 5a). In altre parole, si deve ricorrere a loro solo "«si casus ferat» – ossia nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà" (n. 5f). In ogni modo, risulta chiaro che l’utilizzo delle competenze psicologiche non deve essere una pratica obbligatoria né ordinaria nell’ammissione o nella formazione dei candidati al sacerdozio. In questo senso, il suo ruolo è di integrazione, non di sostituzione, sia nel discernimento iniziale, sia nella formazione successiva.

h. È importante accorgersi della seguente frase del documento: "L’ausilio delle scienze psicologiche deve integrarsi nel quadro della globale formazione del candidato, così da non ostacolare, ma da assicurare in modo particolare la salvaguardia del valore irrinunciabile dell’accompagnamento spirituale, il cui compito è di mantenere orientato il candidato alla verità del ministero ordinato, secondo la visione della Chiesa" (n. 6d).

i. Di conseguenza tali esperti "non possono far parte dell’équipe dei formatori" (n. 6a).

j. Nel documento sono affrontati altri tre argomenti delicati, sui quali si soffermerà più diffusamente chi interviene dopo: 1) la qualità degli esperti da scegliere; 2) il diritto alla buona fama e all’intimità del candidato; 3) l’uso esclusivo delle perizie ai fini della formazione.

k. Comunque, il documento per ben tre volte cita il can. 1052, secondo il quale il Vescovo, per poter procedere all’ordinazione, deve avere la certezza morale sulla idoneità del candidato, "provata con argomenti positivi" (§ 1) e che, nel caso di un dubbio fondato, non deve procedere all’ordinazione (cf. § 3). Questo canone, infatti, ha rilevanti conseguenze, per quanto concerne la collaborazione del candidato nel far conoscere i risultati delle perizie ai suoi superiori.

INTERVENTO DI S.E. MONS. JEAN-LOUIS BRUGUÈS, O.P. - 1. Un capitolo importante della formazione sacerdotale, che aveva già acquistato un rilievo particolare negli anni settanta del secolo scorso, specie nel mondo anglosassone, riguarda l’uso delle competenze psicologiche nel processo del discernimento vocazionale. Sappiamo che l’uso di esse è diventato obbligatorio in moltissime diocesi per i candidati che desiderano entrare in seminario.

Lo studio sull’uso delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio è stato avviato, per incarico della Segreteria di Stato, da parte della Congregazione per l’Educazione Cattolica già da oltre 30 anni. La "Nota indicativa", mandata dalla Segreteria di Stato e allegata alla Lettera del Card. Villot, in data 19 novembre 1975, sottolineava la difesa della intimità della persona umana di fronte a qualunque tipo di possibile violazione.

La Congregazione avviò allora uno studio al riguardo, interpellando anche le Congregazioni per la Dottrina della Fede, il Clero e i Religiosi. Nel frattempo anche la Congregazione per la Dottrina della Fede veniva incaricata dalla Segreteria di Stato di preparare una dichiarazione in materia, ma alla fine nessun Dicastero arrivò a pubblicare il documento programmato. L’unico pronunciamento che si ebbe fu quello della Segreteria di Stato. In esso si indicavano tre criteri da tenere ben presenti:

a) A nessuno, neppure ai Superiori Religiosi o Diocesani, è lecito entrare nella intimità psicologica o morale di una persona senza averne avuto il previo, esplicito, informato ed assolutamente libero consenso; in questo senso sono pertanto da considerare illecite tutte le pratiche psicologico-proiettive e di altro tipo, che si mettono in atto durante l’ammissione o permanenza in seminari o noviziati, se manca il previo e libero consenso dell’interessato, che non può essere estorto in alcun modo.

b) Inoltre, lo psicologo non dovrà manifestare a terze persone, qualunque sia l’autorità di cui sono investite, sia religiosa che politica, senza il libero consenso dell’interessato, le conoscenze concernenti la vita intima alle quali fosse pervenuto.

c) L’analizzato è obbligato, a sua volta, a rispettare i noti principi della morale concernenti i segreti cui egli è tenuto (segreto naturale, segreto professionale e segreto commesso).

2. La necessità di riprendere da parte della nostra Congregazione lo studio del problema dell’uso dei "tests" psicologici nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, venne riproposta nella Plenaria di questo Dicastero nel 1995.

Tre anni dopo, la Congregazione, nella Plenaria del 1998, presentò ai Padri la prima bozza del documento intitolato Lo screening psicologico e l’uso della psicologia nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio e alla vita consacrata. Il testo ha ricevuto consensi e critiche. Alcuni richiami alla prudenza furono fatti sulla natura dell’esame psicologico e dei testi esaminati. Riserve furono espresse anche sulla pratica generalizzata dell’esame psicologico. Furono richieste inoltre delle precisazioni e degli emendamenti sul momento preciso dell’esame e sul posto ed il ruolo dell’esame psicologico nel discernimento ecclesiale globale della vocazione. Tutti i Padri ritennero che il testo poteva servire da base per un futuro documento, mediante approfondimenti e serie messe a punto.

Negli anni 2000-2002, il testo è stato sottoposto all’esame di esperti di diverse scuole per essere rivisto in funzione delle osservazioni dei Padri della Plenaria. Molte Congregazioni romane sono state invitate ad offrire i loro suggerimenti. La maggior parte degli emendamenti proposti sono stati integrati nel testo. In modo particolare sono state prese in considerazione le osservazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Il documento venne presentato nella Plenaria del 2002. Il Card. Ratzinger, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha espresso il parere positivo circa il documento presentato. Nel suo intervento ha sottolineato che il documento poteva costituire un aiuto utile per capire i problemi dell’anima umana di un candidato in fase di maturazione. Secondo lui molto importante è la scelta dello psicologo che sia un uomo credente che personalmente è capace di inserire la sua scienza psicologica in una visione di fede, dove si vede l’uomo come persona irripetibile e radicata nel mistero divino. Inoltre si deve garantire la libertà del candidato davanti alle diverse pressioni. Il giudizio dello psicologo dovrebbe essere inserito nel giudizio globale dei superiori che valutano la personalità del candidato in molti aspetti.

Nell’ottobre dello stesso anno è stata fatta una nuova consultazione delle Congregazioni interessate. Nel luglio 2004, il documento è stato inviato ancora una volta per osservazioni alla Segreteria di Stato, alle diversi Congregazioni. Il documento presentato alla Plenaria del 2005 è stato emendato secondo i suggerimenti dei Padri della Plenaria 2002 e di alcuni Dicasteri. Essi hanno contribuito a maturarlo ulteriormente, rendendo più esplicita la specificità della vocazione al sacerdozio, dono e mistero non accertabile con metodi psicologici; più prudente il ricorso a competenze psicologiche, come a un utile strumento straordinario, che deve condividere apertamente la concezione cristiana circa la vita e il sacerdozio per valutare il grado di maturità umana o di salute psichica, sempre nel rispetto della libertà e dell’intimità del candidato e sotto l’ultima responsabilità dei formatori e del Vescovo. Il documento, su indicazione dei Padri, prevede che la valutazione psicologica del candidato possa essere scritta e trasmessa dal perito ai formatori, solo con il libero consenso scritto del candidato stesso e sempre nel rispetto dell’intimità e del segreto professionale. La stragrande maggioranza dei Padri della Plenaria del 2005 ritenne il documento equilibrato e utile. Il parere positivo circa il documento è stato espresso anche dal Card. Ratzinger.

3. Il 12 giugno 2006, il Dicastero ha affidato ad uno dei suoi Consultori la bozza del documento presentata alla Plenaria 2005, con le osservazioni dei Padri e delle diverse Congregazioni. Il testo rielaborato è intitolato Orientamenti per l’utilizzo della psicologia nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, contenente i suggerimenti dei Dicasteri interessati, è stato presentato alla Plenaria del gennaio 2008. I Padri l’hanno ritenuto maturo, valido e utile; l’hanno approvato chiedendone la pubblicazione con 23 placet, 1 non placet e 5 placet juxta modum.

Avendo accolto e inserito le ultime osservazioni dei Padri, il Card. Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, il 13 giugno 2008, nel corso dell’Udienza concessa dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, ha presentato il documento chiedendo al Papa la conferma del testo e la possibilità di pubblicarlo. Il Santo Padre ha confermato il suddetto documento senza porre alcun problema, notando che un solo voto contrario non può essere ostacolo alla pubblicazione.

INTERVENTO DEL PROF. DON CARLO BRESCIANI - La formazione al sacerdozio - Colui che, chiamato da Dio, vuole prepararsi al ministero non può che dare "la sua personale convinta e cordiale collaborazione" [PdV 69b: ASS 84(1992), 778], affidandosi con fiducia ai formatori (Rettore, Vicerettore - dove è presente - e Padre spirituale) che la Chiesa mette a sua disposizione sia per l’iniziale discernimento vocazionale sia per il successivo cammino formativo. Egli si rende così sempre più disponibile alla sequela quotidiana di Cristo Pastore. Questa è condizione necessaria e indispensabile di qualsiasi possibilità formativa al sacerdozio.

Il primo attore di ogni formazione è, quindi, il candidato stesso. La Chiesa si è sempre preoccupata di fornire al candidato al ministero sacerdotale formatori preparati a comprendere in profondità la sua personalità umana, formatori capaci di tenere conto anche delle situazioni storiche e culturali da cui il candidato proviene. In ciò essa è mossa da una duplice preoccupazione:

a) in primo luogo, dal bene della persona del candidato che chiede alla Chiesa di essere formato al ministero in modo da poterlo vivere nella donazione di sé e nel celibato che esso comporta;

b) in secondo luogo, dal bene della Chiesa stessa e dei fedeli che chiedono ministri maturi e ben preparati all’esercizio del ministero. È un diritto dei fedeli avere ministri in grado di guidarli con la parola e con l’esempio della vita alla sequela di Cristo.

Non si può dimenticare che persone inadatte, con inconsistenze affettivo-sessuali e relazionali provocano ricadute negative sulla Chiesa, e quindi sui fedeli, diventando ostacolo anziché ponte all’incontro con Gesù, ma soprattutto non si può dimenticare che esse vivono poi il ministero come un peso tale «da compromettere l’equilibrio affettivo e relazionale» (Orientamenti, 10b).

L’aiuto delle competenze psicologiche - Già il documento Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale (11-04-1974) della Congregazione per l’Educazione Cattolica, riconosceva che «gli errori di discernimento delle vocazioni non sono rari, e troppe inettitudini psichiche, più o meno patologiche, si rendono manifeste soltanto dopo l’ordinazione sacerdotale. Il discernerle in tempo permetterà di evitare tanti drammi» (n. 38).

La formazione al sacerdozio deve fare i conti, infatti, sia con le molteplici manifestazioni dello squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo, sia con le difficoltà proprie di un progressivo e non scontato sviluppo delle virtù umane e relazionali. «Tra i candidati si possono trovare alcuni che provengono da particolari esperienze – umane, familiari, professionali, intellettuali, affettive – che in vario modo hanno lasciato ferite non ancora guarite e che provocano disturbi, sconosciuti nella loro reale portata allo stesso candidato e spesso da lui attribuiti erroneamente a cause esterne a sé, senza avere, quindi, la possibilità di affrontarli adeguatamente» (Orientamenti, n. 5d). É questa constatazione che porta la Congregazione a ritenere che, «nei casi eccezionali che presentano particolari difficoltà», può essere di aiuto al candidato «il ricorso a esperti nelle scienze psicologiche, sia prima dell’ammissione al Seminario sia durante il cammino formativo» (Orientamenti, n. 5f). L’intervento dello psicologo avrà lo scopo di favorire «una maggiore padronanza, non solo delle proprie debolezze, ma anche delle proprie forze umane e spirituali, [la quale] permette di donarsi con la dovuta consapevolezza e libertà a Dio, nella responsabilità verso se stessi e verso la Chiesa» (Orientamenti, 9b).

In tali casi, le competenze psicologiche, con i mezzi che sono loro propri (interviste strutturate, tests, accompagnamenti e psicoterapie), devono essere considerate come un aiuto, mai come sostituzione, dei formatori propri del Seminario; esse devono, quindi, «integrarsi nel quadro della globale formazione del candidato» (Orientamenti, n. 6d).

È per questo che, nella scelta degli esperti cui fare ricorso per la consulenza psicologica, si deve aver cura che essi, oltre a distinguersi per la loro solida maturità umana e spirituale, si ispirino «a un’antropologia che condivida apertamente la concezione cristiana circa la persona umana, la sessualità, la vocazione al sacerdozio e al celibato, così che il loro intervento tenga conto del mistero dell’uomo nel suo personale dialogo con Dio, secondo la visione della Chiesa» (Orientamenti, n. 6b). Infatti, la formazione umana, «se sviluppata nel contesto di un’antropologia che accoglie l’intera verità dell’uomo, si apre e si completa nella formazione spirituale» [Pastores dabo vobis n. 45: AAS 84(1992), 736].

Se non fossero disponibili tali esperti, bisognerà provvedere alla loro specifica preparazione. Alcune questioni specifiche affrontate dal documento:

a. La tutela dell’intimità personale e della buona fama del candidato. «Il diritto e il dovere dell’istituzione formativa di acquisire le conoscenze necessarie per un giudizio prudenzialmente certo sull’idoneità del candidato non possono ledere il diritto alla buona fama di cui la persona gode, né il diritto a difendere la propria intimità, come prescritto dal can. 220 del Codice di Diritto Canonico. Ciò significa che si potrà procedere alla consulenza psicologica solo con il previo, esplicito, informato e libero consenso del candidato» (Orientamenti, n. 12a). Perciò, al candidato deve essere garantita, tra l’altro, la possibilità di scegliere liberamente tra vari esperti psicologi che abbiano i requisiti indicati. Tutto ciò, però, deve essere composto con il dovere di permettere alla Chiesa di giudicare l’idoneità al ministero secondo il prescritto del can. 1051 § 1° del Codice di Diritto Canonico e di averne la certezza morale secondo quanto prevede il can. 1052 § 1° e § 3°.

b. Nella fase del discernimento iniziale, qualora si constatasse la necessità di una terapia, questa dovrebbe essere attuata prima dell’ammissione al Seminario o alla Casa di formazione (Orientamenti, n. 8d).

c. La possibilità dei Superiori di foro esterno di accedere agli esiti della consultazione psicologica solo dietro libero consenso scritto del candidato, con l’unico obiettivo di un miglior discernimento e successiva formazione. Viene esplicitato un preciso e vincolante divieto di farne un qualsiasi uso diverso (Orientamenti, n. 13).

d. La possibilità che anche il Padre spirituale chieda al candidato una consulenza psicologica, senza comunque mai imporla, onde procedere con maggior sicurezza nel discernimento e nell’accompagnamento spirituale (Orientamenti, n. 14).

e. La condizione per la riammissione in Seminario dopo che il candidato sia stato sottoposto a una psicoterapia. Si chiede che il candidato informi i nuovi formatori della consultazione psicologica precedentemente effettuata, i quali, per quanto è possibile, prima della riammissione dovranno «verificare con accuratezza la sua condizione psichica, assumendo, tra l’altro, dopo aver ottenuto il suo libero consenso scritto, le dovute informazioni presso l’esperto che lo ha accompagnato» (Orientamenti, n. 16e).

Conclusione - Con questi Orientamenti la Chiesa, lungi dal voler affidare allo psicologo la formazione al sacerdozio, che è e resta essenzialmente di natura spirituale, intende valorizzare quanto le scienze umane, e psicologiche in particolare, possono dare come contributo alla preparazione di sacerdoti con personalità umanamente equilibrate. La Chiesa manifesta stima nelle discipline psicologiche, ma nello stesso tempo intende disciplinarne l’utilizzo in modo che risulti veramente proficuo. Essa risponde così a quanto il santo padre Giovanni Paolo II, di v. m., ha affermato nella Pastores dabo vobis: «senza un’opportuna formazione umana l’intera formazione sacerdotale sarebbe priva del suo necessario fondamento».

 
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