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Il culto dell'Arcangelo San Michele nell'Impero Bizantino PDF Stampa E-mail

il culto dell'Arcangelo San Michele nell'Impero BizantinoLe origini del culto dell’Arcangelo Michele, nel mondo orientale, sono state fatte oggetto di studi, spesso importanti, da circa una trentina d’anni. I contributi più recenti sono due articoli di Cyril Mango, apparsi nel 1984-1986 (C. Mango, Saint Michael and Attis, Deltion tès christianikès archaiologikis hètaireias, 1984 – 86); (C. Mango, The Pilgrinage Centre of St. Michael at Germia, Joebyz 36, 1986) e quello di Mons. Victor Saxer che pose, nel 1985, prudenti questioni sulla storia del culto di Michele in Oriente, prima dell’iconoclastia (V. Saxer, Questioni per servire alla storia del culto dell’Arcangelo San Michele in Oriente fino all’iconoclasma, Noscere sancta. Miscellanea in memoria di Agostino Amore Ofm (+ 1982), I, Storia della Chiesa, Archeologia, Arte, Roma 1985). Alcuni anni prima, nel 1977, Johannes Peter Rohland aveva dedicato un lungo studio al doppio aspetto del culto reso in Oriente a Michele, come medico e come capo di guerra, dalle origini al VII secolo (J. P. Rohland, ...

... Der Erzengel Michael, Arzt und Feldherr, Zuzei Aspekte des vor-und frühbyzantinischen MichaelsKulte, Leyden 1977). Partirò dalle loro conclusioni per porre, a mia volta, qualche pezzo nella storia del culto di Michele, dal VIII al XI secolo, nel mondo bizantino, più precisamente nell’Oriente che la lingua delle sorgenti permette di qualificare in greco: i Balcani e l’Asia Minore.

Lascerò da parte il mondo copto e la Valle del Nilo dove, da Alessandria all’Etiopia, il culto di Michele riveste forme specifiche, ben sottolineate da V. Saxer. Vi si troverà un buon resoconto in M. de Waha, L’Archange Saint Michel, Byzantion 48, 1978. Si possono menzionare alcune pagine consacrate al culto di Michele in Oriente, nell’articolo di W. Von Rintelen, Saeculum 22, 1971, così come, nel mondo siriaco, dove questo culto è stato rischiarato da un recente articolo di P. Canivet (P. Canivet, Le Michaélion de Huarte ed il culto siriano degli Angeli. Rohland ha voluto dimostrare che, nel mondo greco-bizantino, il culto di Michele è stato dapprima un culto popolare, mescolando elementi ebraici e pagani ed indirizzandosi, principalmente nel V e VI secolo, ad un Michele guaritore; sottolinea poi che, recuperato da una Chiesa inquieta dal suo monoteismo, il culto di Michele aumentò nel VI secolo, con l’appoggio imperiale, per volgersi piuttosto all’aspetto militare dell’Arcangelo; infine, grazie al favore degli avvenimenti del VII e principio del VIII secolo, Michele, la cui dimensione militare andava rafforzandosi, divenne il Patrono degli eserciti imperiali, così come lo si constata all’epoca macedone.

C. Mango ha suggerito di collegare l’apparizione dei primi luoghi di culto di Michele in Asia Minore e nella regione di Costantinopoli al culto di Cibele e soprattutto del suo compagno Attis. Michele avrebbe potuto ereditare alcuni aspetti iconografici e topografici del culto di Attis “invictus et kosmokratôr”, legato dalla sua leggenda alle montagne ed alle grotte.

Ben stabilito a Costantinopoli nel V secolo, tale “da essere esportato all’Ovest, in accordo con le caratteristiche dell’Asia Minore, prendendo residenza nelle grotte o sulle montagne, facendo fuoriuscire acqua dalla roccia, come sul Monte Gargano o sul Monte San Michele”. Appoggiandosi su di una più larga documentazione, V. Saxer cerca di seguire il “flusso micaelico”, lo vede formarsi prima del IV secolo in Frigia, dove si stabilisce su di un antichissimo culto angelico; di là irradiarsi ed andare a rinforzare già dal principio del V secolo in Caria, in Bitinia e sulle rive europee del Bosforo, un culto nel quale Michele ha preso il posto di diversi dei pagani; penetrare in Costantinopoli e fin nel Palazzo imperiale, nella seconda metà del V secolo; conoscere infine una diffusione più massiccia, sotto il regno di Giustiniano, a favore dell’interdizione del paganesimo.

“Patrono delle sorgenti curative in Asia Minore”, Michele si tramutò decisamente in archistratega degli eserciti celesti che difendevano Costantinopoli a partire dalle minacce arabe dalla fine del VII secolo: "Quando l'iconoclastia distrusse le testimonianze di questo culto, i suoi tratti principali sono fissati e buona parte di essi hanno preso radice in Occidente". Tutti, a gradi diversi, affermano dunque l’esistenza di un culto ufficiale di Michele, sufficientemente sviluppato e caratterizzato dal VI secolo ed anche prima, per poter essere "esportato" in Occidente, dove lo si ritrova con gli stessi tratti, comprese le topografiche; tutti sottolineano due funzioni devolute all'Arcangelo e presentate quasi come esclusive l'una dall'altra: la funzione militare, tendente a sorpassare la funzione curativa, soprattutto dopo l’esportazione di questo culto in Occidente. Tutti tendono a marcare un taglio nel corso del VII secolo. E’ partendo da queste conclusioni che mi sono interrogata sulla storia di questo culto a partire dal VIII e soprattutto dal IX secolo, colpita da un appunto di A. Kazhdan che rileva la quasi assenza del nome di Michele nell’onomastico greco, prima del IX secolo e la sua larga diffusione nel XI e XII secolo. La collezione di reperti greci, pubblicati da una quarantina d’anni e che comportano delle descrizioni precise, forniscono un primo insieme di riflessioni.

I reperti bizantini datano, per la maggior parte, del IX – XII secolo. Portano al diritto un motivo iconografico, epigrafato o meno, ed al rovescio il nome del proprietario del reperto e, più spesso, la sua funzione. Sono reperti di funzionari dell’Amministrazione centrale o provinciale, civile e militare, così come ecclesiastici e monastici. L’esame dei nomi dei proprietari rivela la predilezione dei Bizantini per taluni nomi. Al di fuori del frequentissimo “Giovanni”, che non tratteremo qui, in ragione della sua ambiguità, i nomi, di gran lunga più usuali sono: Basilio, Costantino, Leone, Michele e Teodoro.

Secondo i cataloghi, “Michele” viene per primo, od in seconda o terza posizione. “Nicola” e “Giorgio” sono poco frequenti. La “classifica” è confermata dai dati degli Atti della pratica, esaminata da A. Kazhdan,che constata che, negli Atti di Lavra del X – XII secolo, la frequenza delle ricorrenze del nome di Michele lo pone tra Costantino e Niceforo, poi tra Nicola e Teodoro.

Se si esamina il repertorio iconografico, si constata che i Santi o gli Angeli più volontariamente rappresentati – al di fuori della Vergine – sono Giorgio, Michele, Nicola e Teodoro. Michele è spesso in prima posizione od in seconda; Teodoro spesso in quarta posizione; Costantino è poco rappresentato, così come Basilio o Leone. Zacos-Veglery e Seals, che non trattano Michele come gli altri Santi, non lo indicano nell’indice dei reperti della loro iconografia. Se si confrontano le due classifiche, si vede che Michele e, ad un grado inferiore, Teodoro forniscono alla fede il più dei nomi ed il maggiore numero dei motivi iconografici. Il successo del nome di Costantino non accompagna un identico successo iconografico, ma appare essere di ordine politico: è più un nome imperiale che un agionimo; lo stesso accade per Basilio e Leone. Al contrario, la venerazione dei Santi Nicola e Giorgio non si è ripercossa nell’onomastica.

Onomastica ed iconografia esprimono due livelli di devozioni differenti e complementari. Se questa scelta è di moda, è perché Michele è “alla moda”; se è una scelta dovuta alla pietà, non c’è che San Michele a sembrare il miglior patrono possibile per un fanciullo di cui si ignora l’avvenire? Questa scelta dei genitori è, in un caso su tre, ratificato dal fanciullo diventato grande e che adotta su di un reperto l’effigie del suo patrono, talvolta con una toccante formula come “Michele proteggi il tuo Michele”. Il nome è così popolare che da nascita, indirettamente, nel XI secolo, al suo patronimico, quello della grande famiglia degli Angeli che accederanno al potere imperiale con Isacco II, il solo imperatore che abbia durevolmente fatto figurare l’Arcangelo Michele sulle sue monete. Michele non è tuttavia un nome imperiale: ad eccezione di Teofilo, che ebbe per figlio Michele III, nel IX secolo, nessun imperatore regnante delle grandi dinastie di quel tempo: Amoriani, Macedoni, Comneni ed anche Angeli, ha chiamato suo figlio e successore “Michele”.

L’adozione del motivo iconografico di Michele rivela un’altra devozione. E’ fatta da gente che si chiama Michele, ma anche da gente dai nomi più diversi, esercitanti varie funzioni, dappertutto nell’Impero, ad eccezione dei notabili degli imperatori. L’area di devozione del Santo è dunque larga. Gli epigrammi che accompagnano la sua effigie sono rivelatori: Michele è, con la Vergine, il solo al quale sia chiesto così spesso di vegliare, aiutare o proteggere il suo servo. La natura dell’aiuto è suggerito dai nomi dati a Michele; molto raramente invocato come “incorporale”, egli è più spesso designato come “archistratega”; qualche volta come “stratelato”, “tassiarco”, “protos”, “protos degli eserciti intellegibili”, “archeonte degli eserciti noetici”; comunque, nella schiacciante maggioranza dei casi, è chiamato “arcangelo”.

Il campo molto ristretto dei suoi qualificativi fa, qualche volta, ma molto raramente, apparire quello di “santo”. L’esame dei tratti iconografici di Michele completa questo tratto: Egli è talvolta in abito militare e munito di armi (è allora in piedi e con le ali dispiegate), non è comunque il caso più frequente. Il motivo dominante lo rappresenta in veste imperiale, in busto od a mezzocorpo, con le ali un po’ chiuse, avendo uno scettro ed un globo, crucigero o no: Michele è un kosmokratôr, la cui immagine evocherebbe quella di un imperatore, se non avesse le ali. La sigillografia mostra, infine, che sette vescovadi, probabilmente, e tre monasteri almeno dovevano avere Michele per protettore. La sua effigie appare, in effetti, sugli stemmi dei Vescovi di Filippopoli in Tracia, Chonai e Germia in Frigia, Brussa in Bitinia e Sidea in Pamfilia. Se si ignora l’origine della sua venerazione in Tracia, l’esistenza di una chiesa di Michele è attestata dall’alta epoca a Chonai e Germia. Vecchie iscrizioni in onore dell’Arcangelo sono state ritrovate in Bitinia ed in Caria, e chiese dedicate a Michele vi sono note dal VI secolo ed anche prima. Una chiesa dedicata a Michele fu consacrata a Sige verso il 780. Quanto ai monasteri, si tratta dapprima di Sôsthenion, sul Bosforo, presso Costantinopoli. La sua chiesa, nota alla fine del V  e nel VI secolo, era in rovina alla fine del IX; fu ricostruita da Basilio I e divenne il centro di un monastero che Basilio II e Costantino VIII coprirono di doni ed al quale diedero un typikon. Il secondo monastero è quello di Satyros, sulla riva asiatica del Propontide; fu costruito nel 873-874, dal Patriarca Ignazio, intorno ad una chiesa dedicata ad un’apparizione dell’Archistratega; il suo altare s’innalza in effetti al posto dove l’imperatore Niceforo (802 – 811) scoprì miracolosamente, nel corso di una caccia, una vecchia tavola sostenuta da una colonna e recante l’iscrizione: “Questo è l’altare dell’apparizione dell’Arcangelo Michele che fu fatto dall’apostolo Andrea”.

Infine, il monastero di Docheiaron sull’Athos, fondato alla fine del X secolo, fu dapprima dedicato a Gabriele e Michele, prima di essere più specificatamente posto sotto la sola invocazione di Michele nella seconda metà del XI secolo. Miracoli dell’Arcangelo vi sono attestati per l’XI secolo, particolarmente sotto Niceforo Botaniates (1078 – 1081). Si può completare la rapida presentazione di questo dossier sillografico con gli insegnamenti di un testo agiografico, composto verso la metà del XI secolo, da Michele Psellos.

Si tratta di una omelia consacrata ai miracoli operati dall’Archistratega Michele in un monastero che gli è dedicato. Si sa che la traduzione di questa omelia che si trova in Michael Psellos, è, a partire dal 1993 nella Biblioteca Teubneriana. F. Halkin ha fatto una breve presentazione di questa omelia in un resoconto degli Scripta Minora. Il testo non dice né il nome, né la localizzazione di questo monastero che, dalle rare indicazioni, doveva trovarsi non lontano dal fiume Sibari, su di una strada che porta a Nicomedia, senza dubbio la grande via che va da Cesarea a Costantinopoli, e che taglia, da Ankara, il Sibari presso Sykeôn (Il monastero è in prossimità di un ponte sul Sibari, su di una strada che porta a Costantinopoli e che passa per Nicomedia. F. Halkin suppone che questo fiume non è l’affluente del Sangarios, ma “un fiume” della vicina campagna di Nicomedia. Questa supposizione appare ancor meno fondata in quanto non si conosce nessun fiume chiamato Sibari presso Nicomedia e che Psellos parla del Sangarios a diverse volte nella sua omelia. Si è così portati a localizzare questo monastero non lontano da Sykeôn, che tenderebbe a porre questo monastero più ad est, a Cesarea). Questo monastero sembra avere giocato un ruolo in uno o più tentativi di usurpazione del potere imperiale (Diversi miracoli, di cui alcuni presentati come recenti, fanno riferimento a queste usurpazioni od a suoi tentativi. Una di loro potrebbe essere quella di Bardas Sklèros. Il testo non permette di sapere i legami che legavano Psellos a questo monastero; ricordiamo che Michele è il nome monastico di Psellos). Psellos ne ricorda dapprima la fondazione, da parte dell’imperatore Eraclio, nel VII secolo. Dopo la sua vittoria sui Persiani, riportata grazie all’assistenza di Michele, Eraclio depone, nel tempo di una tappa notturna, la reliquia della Vera Croce, che riportava a Costantinopoli, in una chiesetta della Vergine, non senza, dapprima, secondo un costume del tempo, marcarla col nome dell’Arcangelo ed Archistratega Michele. (Secondo Psellos, Eraclio, così facendo, si uniforma al costume diffuso presso gente dalla fede semplice da consacrare croci ad Arcangeli od a Martiri, per beneficiare di una doppia protezione). Ma l’indomani, i suoi servi non poterono riprendere la Croce, per portarla a Costantinopoli, perché Michele fece loro comprendere, da un immateriale incendio della Croce e del santuario, che non voleva lasciare il santuario della Vergine.

L’imperatore aggiunse dunque, alla chiesa della Théotokos, un santuario dell’Arcangelo, dove lasciò la Croce, “angelonimo”, e ne fece il centro di un monastero (Il testo lascia supporre che il monastero possieda la reliquia della Vera Croce ma, come fa notare F, Halkin, il passaggio sembra volontariamente ambiguo. Difatti questo testo è ignorato da A. Frolow (A. Frolow, La Relique de la Vraie Croix, Recherches sur le développement d’un culte, Parigi 1961). Psellos racconta, poi, una dozzina di miracoli operati da Michele, in questo luogo; miracoli di cui alcuni sono presentati come recenti. Alcuni sono ottenuti dall’intermediazione della Croce, al nome di Michele; posta davanti ad un ponte, essa permette di contenere la crescita del Sibari che minacciava di portarlo via; applicata sulla testa ed il petto di un morente, lo strappa alla morte; gravemente ammalato ed in punto di morte, l’Igumeno Aréthas si fece portare la Croce: immediatamente può alzarsi ed abbracciare la Croce che applica, a volte, sulla testa e sul petto. L’indomani è completamente guarito.

Si può anche citare il caso di un adolescente posseduto dal demonio e che è guarito semplicemente toccando la Croce; od ancora, quello di Niceforo, il guardiano del santuario che, colpito da paralisi, è guarito per imposizione della Croce: Posta sulla testa di un ammalato, lo porta alla guarigione. Divenuto pazzo, un certo Lazzaro, è guarito dopo avere posto la sua testa sotto la Croce. Altri miracoli fanno fuoriuscire olio da una icona dell’Arcangelo.

Un contadino della regione del monastero, partito per Nicomedia per affari, divenne pazzo e perse conoscenza, dopo essere stato colpito da un fulmine. A seguito di un’apparizione notturna di Michele, a cavallo di una luce prodigiosamente bella, fu trasportato al santuario, allora privato della Croce che era stata asportata da un usurpatore imperiale. L'Igumeno fece deporre il malato presso l'icona dell'Arcangelo e gli fece delle unzioni di olio, che lo rianimò. O sono ottenuti con la sola presenza nel santuario o nell’ostello: Un giovane oblato del monastero, attaccato dal demonio, si rifugia nel santuario, dove è immediatamente guarito. Il giovane Nicétas è completamente deforme ed inerte: suo padre lo porta al monastero dove l’igumeno lo fa semplicemente riposare all’ostello, dove è guarito. Il giovane Costantino, originario del vicino chôrion di Oreiné, attaccato dalla cancrena e con i piedi completamente rivoltati, ritrova la salute e l’agilità delle sue membra, durante un ufficio al quale sua madre partecipa nel santuario.

I miracoli, di diversi tipi, concernono gente della regione alle prese con la vita quotidiana: crescita di un fiume; invasione di cavallette. Il santuario, mal pulito dai vicini, è infestato, suolo, mura e tetto, da cavallette che fuggono via dopo una invocazione dell’Arcangelo. Esse si attaccano allora ai vicini negligenti, che vengono al santuario a pregare l’Arcangelo di liberarli dal flagello. Folgori, malattie e possessioni demoniache. Alcuni riguardano la comunità monastica, la Croce ed il monastero stesso: Un certo Mouchas, non contento di insultare l’Arcangelo, vuol dare un calcio alla Croce, rimane con la gamba tesa. Durante una rivolta (recente, dice Psellos) contro l’imperatore, un certo Eutimo ruba la Croce, la nasconde nella bisaccia e parte per portarla all’usurpatore, ma, arrivato sul Sangarios, è smascherato da un pio fedele che riporta la Croce.

Un posseduto dal demonio, partito per recuperare, presso un ladro, un pezzo che mancava alla Croce, è liberato dal demonio. In una visione, il monaco Efraim vede, nel santuario, molti uomini, con vesti splendenti, comandati da una specie di gigante, illuminato da raggi e rassomiglianti all’icona dell’Arcangelo: si rivela trattarsi di Michele che tormenta l’economo del monastero, recentemente defunto, e che si era dimostrato poco scrupoloso. Michele agisce, in genere, da solo e può apparire come cavaliere di luce o come formidabile gigante, ma è chiaro che, al di fuori dell’aiuto militare, prestato ad Eraclio, Michele, che è chiamato più spesso Arcangelo anziché Archistratega ,che non si è mai qualificato aghiòs, santo, ma a volte megalòs, grande e soprattutto divino, è, prima di tutto e soprattutto, un protettore per tutte le circostanze della vita. Ciò è così vero che Michele Psellos termina, come nell’apogeo, il suo elogio dell’azione meravigliosa dell’Arcangelo in questo santuario, affermando che, grazie alla sua protezione, non c’è bisogno del dolce zeffiro per rinfrescare gli ardori del clima, comunque brucianti in questa regione: “Ed io dico ancora, per iperbole, che se una delle più grandi città avesse per ornamento il cielo, noi la vinceremmo per la grandezza della natura angelica: ed anche se il nostro clima lascia a desiderare e se l’estate è così cocente, noi ci troveremmo in migliore salute di quelli che gioiscono di buona temperatura, a causa della potenza dell’Arcangelo. Perché tutto ciò che gli zeffiri possono fare presso di loro e che questo vento soffia dal nord e rinfresca i corpi, tutto ciò l’Arcangelo lo può fare per noi, e caccia da noi i terribili mali così come le crudeli malattie, facendoci molteplici miracoli”. Così, alla luce della testimonianza di Psellos, il dossier sigillografico, che meriterebbe un trattamento più minuzioso, permette alcune conclusioni.

Socialmente, la devozione a Michele è largamente sviluppata, non solo in tutte le classi dirigenti del mondo bizantino, ma anche al di là. La generalizzazione di questa devozione coincide con ciò che Raymond Janin aveva sottolineato da parecchio, e cioè la moltiplicazione delle chiese e dei luoghi di culto consacrati a Michele nell'Impero bizantino, soprattutto a partire dalla fine del IX secolo (R. Janin, Les sanctuaires byzantins da Saint Michel). Spiritualmente, egli è venerato come qualsiasi altro Santo. Può essere rappresentato. Può apparire. Può manifestare la sua volontà. Può adombrarsi. Le sue virtù taumaturgiche si estendono al di là del registro delle guarigioni o dell’azione militare. Può agire attraverso la sua immagine od il suo nome, scritto o pronunciato. Può lasciare tracce materiali della sua apparizione. Il suo culto continua in certi luoghi di venerazioni antiche, ma esistono anche in santuari più recenti. Questi luoghi, di cui sembra essere più particolarmente patrono, non hanno alcuna caratteristica comune, geografica, topografica o funzionale: sono situati in Europa od in Asia; in pianura od in montagna; in riva al mare o ad un fiume; in città o fuori città; con o senza sorgente; sono chiese episcopali o monastiche. Infine egli non è essenzialmente invocato e descritto dalle sue virtù militari, ma piuttosto perché detiene, in Nome di Dio, una funzione che fa, di lui, in modo più particolare il protettore privilegiato degli Arconti dell’Impero.

Conferendogli volentieri un’andatura imperiale, l’iconografia dei reperti richiama l’etimologia del suo nome: egli è “Colui che è come Dio”. Agente di Dio, la sua funzione può estendersi a tutto l’universo, cristiano e non, perché il globo che ha non sempre è crucigero. Intervenendo nella vita degli uomini come un Santo, Michele non è pertanto un Santo e non è designato come tale; è ciò che la rappresentazione delle ali richiama ed è ciò che gli epigrammi dei reperti formulano: un Angelo, il Vigilante e Protettore, Capo degli Angeli, l’Arcangelo Custode universale, ciò che sembra essere il fondamento della doppia scelta onomastica ed iconografica.

Non si ritrova nulla, in questo Michele medievale, di quello che Rohland annuncia nell’ultimo capitolo del suo libro, intitolato “Vom Archangelos zum Archistrategos”, dove egli tratta la militarizzazione del culto dell’Arcangelo, a partire dal VIII secolo, dovuta in gran parte alle inquietudini della gerarchia ecclesiastica davanti alla tracimazione di un culto popolare e realizzata a beneficio del potere imperiale. Non si ritrovano più le predilezioni di Michele per le sorgenti o per ogni altro accidente geografico. Si vede bene piuttosto il culto dell’Arcangelo, la cui protezione è augurata da larga parte della popolazione, un po’ dappertutto, e che la diversità dei suoi miracoli tende ad avvicinare i Santi al registro taumaturgico largo, senza tuttavia confondersi con essi. Per meglio comprendere queste differenze, conviene tornare prima sul dossier delle fonti riunite da V. Saxer, più complete di quelle utilizzate da Rohland, più coerenti anche e meglio analizzate (V. Saxer ha sottolineato l’esistenza di un’area culturale che necessitasse di studi specifici, mentre J.P. Rohland coordina, per appoggiare la sua tesi, fonti ricavate da tradizioni diverse). Se certi santuari consacrati a Michele sono meglio conosciuti di altri – come è il caso dei secoli successivi -, questo dossier porta soprattutto la testimonianza di una devozione diffusa e molteplice che si unisce all’Arcangelo Michele. Iscrizioni, dediche di chiese, fonti narrative che la manifestano, esprimono la riconoscenza, talvolta per una guarigione, ma anche per un successo negli esami, per una promozione politica, per un aiuto militare; ma il successo universitario, politico o militare non è presentato come natura miracolosa, è dovuto ad un aiuto, ad una protezione di cui il beneficiario si mostra riconoscente.

Grotte, anfratti, cime di montagne non attirano particolarmente Michele; in città od in prossimità di Costantinopoli, sul Bosforo, i santuari meglio conosciuti, come Chonai, Germia, Annapoli, Sôsthenion sono di accesso particolarmente facile. L’epigrafia mostra il crescere delle chiese che gli sono consacrate in siti abitati e che città e villaggi interi contano sulla protezione di Michele. Questa fiducia non ha nulla di popolare, perché, come C. Mango l’ha fatto ben notare, essa è anche, ben prima del regno di Giustiniano, è fatto anche gente di alta cultura, grandi funzionari ed imperatori; è, in ogni caso, difficile ammettere che le dediche di chiese si facciano contro il parere della Gerarchia (Saxer ne segnala delle tracce, notando che la sua inchiesta non è senza dubbio esaustiva).

Anche se gli indizi di questo sviluppo sono netti soprattutto in Asia Minore ed intorno a Costantinopoli ed al Bosforo, si può affermare che Michele non fosse venerato altrove; esistono così delle tracce di devozione in Grecia e nelle Isole e converrà studiarla da più vicino (Le iscrizioni rilevate da Saxer si indirizzano talvolta agli Arcangeli, in generale, od a Michele, accompagnato da Gabriele, solo od associato a Raffaele, ed anche ad Uriele). Così la devozione fatta a Michele, nell’Oriente greco dei primi tempi dell’Impero, sembra, su certi punti, assai vicino a quello che si constata nei secoli medievali. Se ben esistano delle differenze, non sono quelle segnalate prima.

La prima differenza è che Michele, in quanto protettore, non si distingue sempre nettamente dagli altri Arcangeli, da Gabriele in particolare. La seconda, in parte legata alla precedente, è di ordine iconografico. Esistono immagini dell’Arcangelo; ma alcuni epigrammi che l’accompagnano, sottolineano l’audacia dell’artista che ha preteso scegliere l’incorporale e l’invisibile; questa audacia rende forse conto del piccolo numero delle rappresentazioni iconografiche di Michele che ci sono pervenute per questo periodo. Queste esitazioni degli artisti spiegano senza dubbio che le testimonianze di una iconografia di Michele, per quest’alta epoca, siano ancora poche numerose. Fermo restando, le fonti di quel tempo non hanno conservato il ricordo che di rare apparizioni di Michele, che avrebbero permesso di descriverlo, dunque di circoscriverlo e di differenziarlo dagli altri Arcangeli. Al di fuori dell’apparizione di Chonai, la più importante è quella che riporta la Vita di Teodoro di Sikeôn, tradotta e commentata da J. Festugière: Degli Angeli sono già venuti incontro a Teodoro ammalato, quando egli è guarito da “un giovane di grande taglia, simile agli Angeli che sono là, ma molto superiore ad essi, nella gloria”. Teodoro, guarito, fonda a fianco del suo primo oratorio a Sikeôn, una chiesa dedicata all’Arcangelo. Sikeôn è alla confluenza del Sibari e del Sangarios, presso un ponte costruito da Giustiniano, su di un asse viario importante. La terza differenza, infine, è testuale. Come l’ha sottolineato V. Saxer, non solo non esiste alcun trattato patristico consacrato a Michele in particolare, agli Angeli in generale, ma anche i sermoni pronunciati sul tema degli Angeli sono poco numerosi e di natura generale.

Nella Liturgia, Michele interviene “soprattutto nella preghiera per i morti”. Infine, la devozione portata a Michele non ha ingenerato il minimo testo agiografico, almeno prima del VII secolo, data ritenuta dalla redazione greca del miracolo di Chonai nella recensione detta di Archippo. Ciò che distingue il Michele primitivo dal Michele medievale, è, in definitiva, ciò che contraddistingue una semplice devozione da un vero culto. La devozione agli Angeli era inevitabile, nel mondo cristiano. Senza dubbio il terreno sul quale ha attecchito “il culto di San Michele” si combina, in modo complesso, come lo nota V. Saxer, di elementi biblici, giudaici, liturgici, gnostici e pagani. La ricchezza di questo terreno ha potuto non essere dappertutto la stessa, ma gli elementi non hanno niente di specificatamente orientale o greco; la componente principale è dapprima il testo stesso della Bibbia. Così la devozione agli Angeli, in generale, ed a Michele, in particolare, è apparsa dappertutto nel mondo romano, più o meno presto, senza bisogno di stabilire necessariamente legami da un luogo ad un altro: la si ritrova in Egitto, nell’Oriente siriano e palestinese; esiste quasi subito a Roma ed in Italia. Ma devozione e culto non sono sinonimi. Si può veramente parlare di un culto dell’Arcangelo Michele nei secoli che vedono la nascita e lo sviluppo del culto dei Santi?

Il culto dei Santi, che si formò all’indomani della Pace della Chiesa e del Concilio di Nicea, nel IV secolo, quando i cristiani esaltarono i loro primi testimoni e che l’affermazione della Trascendenza divina del Cristo fece loro cercare degli Intercessori, ebbe bisogno di stabilirsi e, per durare, di realtà materiali (reliquie, tombe), di manifestazioni concrete (feste a date precise, inni), di rappresentazioni che permettano di identificare il Santo, di recite, infine – scritte e/o immaginate -, che raccontano e trasmettano i titoli di gloria specifica del Santo uomo (martire del sangue o dell’ascesi, miracoli), al fine di giustificare la sua possibile funzione di intercessore degli uomini presso Dio. Il culto degli Angeli non potrebbe essere che una variante molto particolare del culto dei Santi. Se può essere qualificato di “Santo”, nel senso lato di questa parola, un Angelo non può essere “un Santo” allo stesso titolo di un martire, di un monaco o di un vescovo. Il suo culto non può essere lo stesso. “Non uomo”, sfuggendo alle strette dello spazio e del tempo, un Angelo non ha “storia” e Michele meno degli altri, perché la Bibbia parla poco di lui. ”Grande Angelo” e “Custode di Israele”, nel Libro di Daniele, egli è, nell’Apocalisse, “l’Avversario del Dragone Satana”, al quale disputa aspramente il corpo di Mosé, nella Lettera di Giuda.

A differenza di Gabriele, l’Angelo dell’Annunciazione, o di Raffaele, il buon compagno di strada del figlio di Tobia, egli non è attore di alcun racconto biblico che lo descriverebbe, in questa occasione, in una relazione personalizzata con un uomo preciso, in una circostanza precisa. Non è esplicitamente legato ad alcun personaggio del Nuovo Testamento, non a Cristo né alla Vergine od agli Apostoli. Avversario di Satana e poco caratterizzato, Michele permette di rimpiazzare comodamente ed indistintamente diversi dei pagani, tra cui, dice Saxer, forse Attis. Michele è talvolta già riconosciuto nell’Angelo che fa ribollire le acque della piscina di Betesda. Ma poi, una volta che Satana è vinto da Michele, perché e come l’Arcangelo agirebbe là piuttosto che altrove? Egli è dappertutto dove è il demonio, è dunque dappertutto. Non ha reliquie, né tomba, né gesta proprie, né “vita” che si possa raccontare. E’ possibile collegarlo ad un luogo o sottometterlo ad una data?

L’interdizione di nominare gli Angeli e di celebrare delle feste in loro onore, è edita nel IV secolo dal Concilio di Laodicea, il che significa bene che un Angelo non può essere considerato come un Santo. Senza dubbio, puntualmente, in un contesto favorevole, si può leggere la traccia della sua azione contro i pagani, in un fenomeno naturale od in una statua; ma non c’è, lo ripetiamo, nel mondo greco di quest’alta epoca, il minimo testo agiografico che incita un pellegrinaggio, precisando una data di culto, presentando una incoraggiante catena di miracoli, o meravigliandosi delle apparizioni del Santo.

L’autentica versione del miracolo di Chonai è una fucina tardiva, riportante un miracolo etiologico rimasto senza data e senza seguito (E’ Saxer che sottolinea il carattere etiologico del racconto di Chonai. Notiamo che il racconto parla di guarigioni che si operavano “prima del miracolo”, nelle acque che scorrevano presso il santuario di Archippo, egli non ne menziona più altre, ma si accontenta di promettere la gloria a questo luogo. Anche se la redazione del testo si inscrive in un contesto di “concorrenza cultuale” tra Chonai e Cheretapa, i promotori di Chonai non hanno saputo o potuto andare molto lontano nell’esaltazione del loro santuario). I miracoli fatti ad Annapolis, agli inizi del V secolo, sono continuati per così poco tempo che si ha difficoltà, più tardi, a distinguere questo santuario da quello di Sôsthenion, anch’esso completamente in rovina nel IX secolo. Il santuario di Germia, in Galatia, fondato dal Console Stoudios verso la metà del V secolo, illuminato dai lavori di C. Mango, non è documentato da nessun testo prima della seconda metà del IX secolo. Se non si può parlare di culto di Michele, prima del VIII secolo, tutto lascia supporre, per contro, che un tale culto esista più tardi e che, vicino per certi aspetti al culto dei santi, non ha nondimeno tratti propri. Si è talvolta sottolineato il ruolo di Basilio I (867-886) nella promozione del culto di Michele. Preso da rimorsi, dopo l’assassinio del suo benefattore e predecessore Michele III, Basilio I avrebbe cominciato a fondare chiese dedicate all’Arcangelo, per farsi perdonare (I rimorsi di Basilio I sono menzionati in almeno tre fonti indipendenti l’una dall’altra). Liutprando da Cremona cita, in greco, i rimproveri indirizzati, in una visione, da Michele III a Basilio. Ciò marcherebbe l’inizio di un movimento di fondazione di chiese dedicate all’Arcangelo.

Senza negare le fondazioni di Basilio I, ci si può domandare se, in questo campo come in altri, la sua politica non testimoni soprattutto l’importanza presa dal culto di San Michele, prima del suo regno, non nell’alta epoca bizantina, ma ben piuttosto nel VIII e soprattutto nel IX. E’, in effetti, in questo momento e nel contesto creato dalla discussione delle immagini, che sembra avere gettato, nell’Oriente greco, le basi teologiche e bibliche che hanno permesso la trasformazione di ciò che non era ancora che una devozione diffusa ed un culto balbuziente in un vero culto dell’Arcangelo Custode, trattato alla stregua di un Santo senza esserne tale, come lo rilevano la sigillografia e Psellos. Non si saprebbe dire in quale momento la questione delle immagini ha indotto i cristiani ad interessarsi alle immagini degli Angeli. Ciò fu, in ogni caso, assai prima del VII secolo, poiché il Concilio iconodulo che si riunì a Nicea, nel 787, ne discusse nel corso della sua quinta Sessione; alla fine dei dibattiti, il Patriarca Taresio concluse che si potevano, ed anche che si dovevano, fabbricare tali immagini poiché gli Angeli, creature spirituali al servizio di Dio, erano apparsi a degli uomini. L’Actio V contiene un lungo passaggio di una omelia di Giovanni di Tessalonica, letta a richiesta del vescovo Nicola di Cuzico, nella quale la rappresentazione degli Angeli è giustificata dal fatto che, benché invisibili ed incorporali per natura, essi sono apparsi a “quelli cui Dio ha aperto gli occhi”. Dopo la lettura di questo passo, Taresio dimostrò che gli Angeli erano perigraptoi e potevano essere rappresentati perché erano apparsi a molti. L’Horos finale del Concilio di Nicea, che legittima l’esistenza delle immagini sante, cita, immediatamente dopo quelle di Cristo e della Vergine, quelle degli Angeli: “Come le rappresentazioni della Croce preziosa e vivificante, così le venerabili e sante immagini, che siano esse dipinte, in mosaico o in qualche atra materia appropriata, esse devono essere poste nelle sante chiese di Dio, sui santi utensili e vestiti, sui muri e quadri, nelle case e camini, così sia l’immagine di Dio, nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che quelle della nostra Signora Immacolata, la Santa Madre di Dio, dei Santi Angeli, di tutti i Santi ed i Giusti".

Il Concilio del 869 giustifica specificatamente la fabbricazione e la venerazione delle immagini degli Angeli, in ragione della loro rappresentazione nella Santa Scrittura: “Ed anche noi onoriamo e veneriamo ugualmente le immagini dei Santi Angeli, tale che la Santa Scrittura li rappresenta coi suoi insegnamenti”.

La presa di posizione del Concilio di Nicea si trova cronologicamente inquadrata negli sviluppi teologici che provano il rinnovo della riflessione sulla natura degli Angeli e sul loro posto nell’economia della salvezza. Nella prima metà del VIII secolo, Giovanni Damasceno, che si riferisce esplicitamente allo Pseudo-Dionigi, l’Areopagita, consacra agli Angeli tutto un capitolo, ed anche due, nel suo Esposto della Fede Ortodossa, che costituisce la terza parte della Sorgente della Conoscenza. Egli mostra gli Angeli, nella prontezza che conferisce loro la natura di fiamme di fuoco, vegliando incessantemente alle cose della Terra, presidiando le Nazioni ed il loro territorio, immateriali ed incorporali ma potendo cambiare di forma per apparire agli uomini e svelare loro i Misteri divini, perfetti servitori di Dio che essi vedono e non cessano di cantare. Se si può esitare ad affermare che le riflessioni di Giovanni Damasceno, scritte in terra di Islam, hanno avuto una immediata ripercussione nel mondo greco - bizantino, lo si può dire più sicuramente di quelle che, nelle Antirrétiques, il Patriarca  di Costantinopoli, Niceforo, agli inizi del IX secolo, afferma nel suo apporto nel campo dell’angelologia, dopo quello dello Pseudo-Dionigi, che è stato recentemente sottolineato. Questo approfondimento dell’angelologia doveva portare, dopo l’843, all’apparizione di temi iconografici nuovi nella rappresentazione degli Angeli. Il posto loro assegnato, e che sottolinea la Liturgia della Domenica dell’Ortodossia, è illustrato dai mosaici dell’abside di Santa Sofia dove, tra l’843 e l’855, il celebre pittore di icone Lazzaro ha raffigurato sull’arco che precede la conca, dove è rappresentata la Vergine col Bambino; l’Arcangelo Gabriele, a destra, in abito imperiale; l’Arcangelo Michele, a sinistra, molto cancellato perché lo si possa descrivere. Il mosaico datato, da C. Mango, all’epoca di Michele III e Basilio I.

Queste riflessioni non rimasero fatte dai soli teologi, ma fornirono anche materia di omelie che contribuirono a diffondere ed a semplificare questa teologia di alto livello, illustrandola tutta pedagogicamente, con numerosi racconti e, spesso, concretizzati dalla Sacra Scrittura riguardante gli Angeli. Così l’Omelia pronunciata da Teodoro Studita “per la festa degli eserciti celesti”, in una chiesa – non identificata – dedicata all’Arcangelo Michele è un vero corpus di testi vetero e neotestamentari che raccontano l’intervento degli Angeli e, in particolare, dell’Angelo di Dio, nella vita degli uomini. La stessa cosa per una Omelia di Michele il Sincelo, a torto attribuita a Giovanni Damasceno. La bellissima invocazione finale a quest’Arcangelo, di cui il Sincelo porta il nome, dimostra che, come presso Teodoro, la venerazione di Michele sembra sorpassare di molto quella portata agli altri Angeli. Vi appare una nuova tendenza, in questo testo, quella di vedere Michele come l’Angelo di Dio anonimo di certi episodi biblici (Michele è identificato nell’Angelo che aiuta il popolo Ebreo nella traversata del Mar Rosso ed a quello che apparve a Giosuè). Questa tendenza trova il suo pieno sviluppo in un terzo testo: il racconto (diègèsis) in forma di Omelia, pronunciata tra l’843 e l’867, a Costantinopoli, dal diacono ed archivista di Santa Sofia, Pantoleone (L’autore dice esplicitamente che egli visse all’epoca di Michele III). Questo testo, lungo più di una decina di fogli, è rimasto inedito; è noto soprattutto da una traduzione latina incompleta che lo data del XII secolo, così questo testo è stato utilizzato da J. P. Rohland. La diègèsis, consacrata ai grandissimi miracoli dell’archistratega Michele, fu pronunciata a Costantinopoli, il giorno della festa di San Michele, l’8 novembre, nella chiesa non identificata di Eusebion, che esisteva già nel VII secolo e possedeva una icona del Santo (Queste indicazioni sono estratte dal testo manoscritto. Janin non ha potuto localizzare il quartiere di Eusebion; il testo greco sembra autorizzare una localizzazione ai lati di Santa Sofia). L’autore, che serve in questo santuario, apparteneva ad un ceto elevato, al clericato di Santa Sofia e possedeva una cultura che gli permise di utilizzare la Bibbia, gli apocrifi, testi patristici e diversi scritti teologici; la tradizione manoscritta gli consente la composizione di altre omelie. Il racconto si presenta come una storia del mondo narrata attraverso gli interventi miracolosi di Michele. Vi si possono vedere quattro grandi parti. Dopo avere lungamente raccontato come furono creati gli Angeli e come, dopo la caduta di Lucifero, hanno ricevuto la funzione di vegliare sull’umanità, Pantoleone sottolinea che Michele, in ragione del suo rango più elevato nella Gerarchia celeste, ha ricevuto la custodia specifica di Israele, il Vecchio e poi il Nuovo. Illustra, allora, questa affermazione, raccontando tutti gli interventi di Michele, nella vita del popolo di Israele (Il miracolo della piscina probatica di Gerusalemme riveste una importanza particolare, e l'identificazione di Michele all'Angelo è antica. Forse bisogna cercare là la tendenza a fare apparire Michele guaritore presso le acque che, nel ribollire, segnalano la sua presenza. Poi vengono i suoi interventi in favore dei cristiani che formano il nuovo Israele. Infine, dopo avere sottolineato che esistono altri Arcangeli, come Gabriele e Raffaele, di cui ricorda le opere, evoca quale sarà il ruolo di Michele alla Fine dei Tempi. Non si possono che sottolineare qui gli elementi più importanti del testo. Per la prima volta un ciclo completo dei miracoli biblici è identificato, senza ombra di dubbio in Michele. Quello che trattenne la mano di Abramo, pronto a sacrificare il figlio; che si batte con Giacobbe; che cammina davanti a Mosé, nel corso dell’Esodo; che strappa a Satana, per nasconderlo, il corpo di Mosé; che appare a Giosuè e lo assiste militarmente nelle sue conquiste; che da coraggio a Gedeone per attaccare i Madianiti; che colpisce Golia; che annienta l’esercito di Sennacherib e salva il re Ezechia; che assiste i fanciulli nella fornace e Daniele nella fossa dei leoni; che libera gli Ebrei dalla prigionia dei Persiani; che fa ribollire l’acqua della piscina probatica; che libera Pietro dalla prigione e trasporta miracolosamente l’apostolo Filippo.

Inversamente, il testo sottolinea il registro limitato dei miracoli di Gabriele e soprattutto di Raffaele. A lato del ciclo biblico si sviluppa, per la prima volta, un ciclo di miracoli storici (La versione latina del testo non ha trattenuto che un solo miracolo storico, quello di Marciano). Sono cominciati dalla fondazione di Costantinopoli, nel IV secolo (Pantoleone riprende la storia della fondazione del santuario di Annapolis, all’epoca di Costantino, ed identifica questo santuario con quello di Sôsthenion; Costantino vi istituì una sinasse annuale, l’8 novembre; nel corso di una di queste, un giovane sordomuto fu miracolosamente guarito, e si prolunga fino all’epoca dello stesso autore (All’epoca di Pantoleone, sotto l’imperatore Michele e sua madre Teodora, ebbe luogo un miracolo di Michele. Marciano, il cheroforo della chiesa di Eusebion, essendo caduto ammalato, si era fatto trasportare nel santuario di Michele; egli attendeva con fede, come abitudinariamente, la guarigione e rifiutava ogni altra medicina, in particolare le pomate che un medico voleva fargli amministrare. Nel corso dell’apparizione, Michele marcò la fronte di Marciano con un segno di croce fatto con l’olio che bruciava davanti alla sua icona, poi, prima di scomparire, fece gettare le pomate nel cranio aperto del medico, che cadde gravemente ammalato. Il medico fu guarito facendosi portare, a sua volta, nel santuario dove Marciano, anch’egli salvato, lo guarì dopo avere toccato l’icona e fatta una unzione sulla sua testa).

Questo ciclo fissa il primo elemento di un calendario liturgico con la festa del 8 novembre, istituita dall’imperatore Costantino, nel santuario di Sôsthenion (Sulla data della festa di Michele, l’8 novembre, in Oriente: U. Zanetti, Le feste degli Angeli nei calendari e nei sinassari orientali). I miracoli storici di Michele si svolgono tutti nel quadro dell’Impero di Costantinopoli, di cui Pantoleone afferma che fu dato in eredità a Costantino dall’Arcangelo che presidiò il suo regno e piazzò sotto i suoi piedi dei popoli stranieri. Michele è così il Custode della Città di Costantinopoli. E’ lui che la salva, a tre riprese, nel VII secolo; dapprima dagli Avari (Durante un assedio di Costantinopoli da parte degli Avari, la folla va a pregare la Madre di Dio alle Blachernes. Gli Avari sono massacrati da Michele, che essi vedono uscire dal santuario come un uomo di fuoco, che porta una fiamma. Il miracolo è rappresentato come il rinnovarsi del massacro degli Assiri, sotto il re Ezechia. Deve essere una versione derivata dai racconti relativi alla liberazione miracolosa del 626); poi dai Persiani (I Persiani, arrivati a Calcedonia e volendo attaccare Costantinopoli, sono buttati nello stupore da Michele e si uccidono tra di loro, riproducendo così il massacro dei Madianiti sotto Gedeone. Questo miracolo è presentato come posteriore al precedente, ma deve corrispondere allo stesso periodo storico nel quale i Persiani, alleati con gli Avari, arrivarono a Calcedonia); infine dagli Arabi (Gli Arabi erano arrivati alla Magnaura ed al Kuklobion con la loro flotta, la folla va a pregare con l’imperatore Costantino IV, al santuario di Eusebion. Michele spezza e fa oscurare la flotta agarena, come aveva fatto con l’esercito del Faraone. Questa menzione del santuario di Eusebion fa risalire la sua esistenza almeno fino al 673, quando si produsse l’attacco arabo raccontato da Teofano). Egli estende la sua protezione a città (Non riuscendo a prendere Nakolea, protetta da Michele, gli Arabi immaginano di lanciare una enorme pietra contro il suo santuario. I loro visi sono allora odiosamente deformati.

Inviano dei doni per farsi perdonare e promettono di non attaccare più la città, come poi fecero. Quest’ultimo appunto permette di datare questo episodio al 782, quando Nakolea fu effettivamente attaccata dagli Arabi, che poi se ne andarono, a pace conclusa. Questo miracolo conferma l’esistenza di una chiesa dedicata a Michele a Nakolea, di cui dubitava K. Belke. (Pantoleone riprende la storia di Archippo, salvato dai pagani a Chonai, e racconta quella della guarigione del Console Studios nelle acque di Germia). Nessun luogo, nessuna città, nessuna anima è escluso da questi miracoli, afferma Pantoleone, come quelli che hanno ritenuto preesistente un santuario dell’Arcangelo: Sôsthenion, Eusebion, Chonai, Germia, Nakolea. Per altri aspetti, si può dire che questo lungo testo contiene tutti gli elementi caratteristici di una Vita di un santo, ma adattata al caso specifico di un Arcangelo. Così la vita dell’Arcangelo si confonde con quella del popolo di Dio: Michele è presente ed agisce alla sua nascita ed al suo declino, come a tutte le tappe della storia. Il quadro geografico è quello del Nuovo Israele, la cui assise territoriale e politica è l’impero ecumenico della nuova Gerusalemme, Costantinopoli: Michele si è fatto riconoscere al suo fondatore; ha ratificato con un miracolo la sinassi che ha istituito; la protegge, come braccio armato della Vergine. Michele è identificabile; appare, parla, è iscritto  in immagini che permettono di riconoscerlo. Michele non è né militare né guaritore: è indifferentemente l’uno o l’altro, ed oltre, poiché è, per eccellenza, il protettore ed il custode delle persone e delle città, contro le imprese di Satana; così facendo si distingue oramai nettamente dagli altri Arcangeli, dai miracoli così poco numerosi e sui quali la sua preminenza è a più riprese affermata. Ha luoghi di predilezione che sono i santuari a suo nome. Ha un giorno di festa, l’8 novembre. Ammette oggetti mediatici, mirra ed olio. Il testo contiene, infine, incitazioni al culto, e specificatamente alla paura; Michele può diventare molto cattivo, quando si dubita di lui; è la lezione principale che si estrapola dal lungo racconto del miracolo di Marciano, l’ultimo miracolo storico raccontato, un miracolo contemporaneo all’autore.

Le affermazioni di questo testo poggiano sulle definizioni conciliari che legittimano la fabbricazione e la venerazione delle immagini degli Angeli, sugli apporti reattualizzati dell’angelologia, sulla meditazione concreta dei testi biblici, così come sulla ripresa e l’amplificazione delle anteriori tradizioni relative a certi santuari. In diversi casi, Pantoleone si appoggia esplicitamente su testi teologici, precisamente citati e commentati, da Gregorio di Nazianzio e da Basilio di Cesarea fino allo Pseudo-Dionigi. Ci si può chiedere perché Michele, più di ogni altro Angelo, ha beneficiato di questa lunga maturazione che si pensa vedere attecchire nel corso del VIII secolo. Le risposte possono essere di ordine diverso. E’ possibile che il semplice scopo didattico abbia condotto a personalizzare troppo i racconti biblici anonimi. E, in questo caso, il carattere morbido di Michele nella Bibbia, così come la sua implicita dimensione di Capo degli Angeli, permette di applicargli, meglio che a Gabriele o Raffaele, gli episodi vetero-testamentari che hanno spesso una connotazione militare.

E’ possibile che certi ambienti iconoduli abbiano promosso il suo culto, sia per una devozione particolare per lui, sia piuttosto con lo scopo di toglierlo agli iconoclasti e/o di farne un elemento di riconciliazione religiosa. Poiché vi sono indizi che bisognerebbe approfondire, permettendo di domandarsi se l’interesse per l’angelologia non ha dapprima caratterizzato gli ambienti iconoclasti. La loro teologia, che si sviluppò a partire da Costantino IV, doveva ben accordarsi alla natura noetica degli Angeli e del loro carattere, a priori aniconico; ciò che spiegherebbe la comparsa di questioni che riguardano immagini di Angeli al Concilio del 787, gli scritti di Giovanni Damasceno e del Patriarca Niceforo e le Omelie degli iconoduli, scrupolosamente fondate sulla Bibbia. Il fatto che Costanitinopoli sia stata messa definitivamente al riparo dalla minaccia araba nel 740, a seguito della grande vittoria riportata dagli imperatori iconoclasti ad Akroinon, città protetta da Michele, ha potuto giocare un ruolo. Sono delle ipotesi, non delle certezze. Ma la devozione dell’imperatore Teofilo per Michele è ben una certezza. Egli elevò diverse chiese, a suo nome, nel Grande Palazzo di Costantinopoli; gli dedicò la chiesa del Palazzo di Bryas, da lui costruito per rivaleggiare con i mussulmani, e ne fece il patrono di suo figlio Michele, il futuro Michele III.

Non si può dire che si trattasse di una devozione personale o familiare; il padre di Teofilo si chiamava anche lui Michele e la culla di famiglia, Amorium, è vicina ai santuari micaelitici. Delle scelte iconoclaste hanno potuto, dunque, contribuire a fondare, in termini ortodossi, il culto di Michele. Di questo sviluppo dell’angelologia, di cui beneficiò Michele, un riflesso si trova in un passo del Racconto della Costruzione di Santa Sofia, monumento della letteratura patriografica del IX secolo, che mostra, in Michele, l’eterno Custode di Santa Sofia. Al fanciullo incaricato di sorvegliare gli utensili, durante l’assenza dei costruttori della chiesa, apparve subitaneo un eunuco vestito di un abito bianco risplendente, di bello aspetto, come di un inviato del Palazzo, e le cui gote gettavano fuoco al punto di trasformare il suo viso; e siccome il fanciullo esitava ad allontanarsi per portare il suo messaggio ai costruttori, l’eunuco gli disse: “Per la Santa Sapienza, cioè il Verbo di Dio, che state edificando, io non partirò da qui, perché questo è il luogo che il Verbo di Dio mi ha assegnato, per mio servizio e mia custodia, prima che tu non sia di ritorno”.

Giustiniano, avendo così avuto la rivelazione divina del nome che doveva dare alla sua chiesa, allontanò il fanciullo perché l’Angelo lo assicura, conformemente alla sua premessa, sulla custodia di Santa Sofia. Questo testo non dice esplicitamente che si trattasse di Michele, ma è con questa identificazione che è passato nelle tradizioni ulteriori al XIV e XV secolo, quando si veniva ancora in pellegrinaggio a venerare il luogo dove Michele era apparso al fanciullo. E’ possibile che, inscrivendolo in questo contesto, l’opera di Pantoleone abbia tenuto un posto non indifferente nell’evoluzione del culto di Michele. La Tradizione manoscritta del testo prova, in effetti, la sua immediata diffusione e la sua vitalità. E’ stato copiato molto presto e spesso (più di una decina di manoscritti per il X – XII secolo); è stato abbreviato in una versione lunga ed in una versione breve, è complessa. Ne esistono più di quaranta manoscritti, di cui almeno due precisamente datati. Bisogna ancora aggiungere una “Laudatio”, composta da Pantoleone, in onore degli Angeli, che ha uno stretto rapporto con la “Diègèsis”; è stato tradotto in georgiano agli inizi del XI secolo, sull’Athos (La versione georgiana fu fatta nel monastero di Iviron da Eutimo). Anzi, Martin-Hisard, sulla base di una bibliografia georgiana errata, aveva identificato questo testo di Eutimo e ricordato che alcuni avevano creduto poter faredell’originale un’opera di Germano I, Patriarca di Costantinopoli agli inizi del VIII secolo, ciò che è manifestamente impossibile. Eutimo ha effettuato la sua traduzione a partire dal manoscritto greco, copiato nel 1004 da Teofane e che apparteneva alla Biblioteca di Iviron; è stato forse imitato in Bulgaria, alla fine del IX secolo, dal Vescovo slavo Clemente d’Ocrida, al quale si attribuisce una Omelia nella quale egli racconta dieci interventi dei Santi Michele e Gabriele (Ricordiamo che Clemente d’Ocrida, uno degli ultimi discepoli di Cirillo e Metodio, fu accolto in Bulgaria dal re Bosris che aveva preso, al suo battesimo, il nome del suo padrino, che altri non era che l’imperatore Michele III, all’epoca del quale viveva Pantoleone.Si potrebbe così spiegare col passaggio in Bulgaria di testi agiografici consacrati a Michele).

Il testo di Pantoleone ha, dunque, avuto una certa risonanza. Il Sinassario di Costantinopoli che festeggia, nel X secolo, l’8 novembre gli Incorporali e consacra la sua notizia alla caduta di Satana ed alla dossologia degli Angeli, guidati da Michele, festeggia quello stesso giorno, nel XI secolo, il solo Michele come Angelo Custode ed evoca i numerosi racconti che la Bibbia gli dedica. Infine, si ricorderà che i cicli biblici e storici dei miracoli di Michele sono diventati, nel XI secolo, un tema iconografico. La prima testimonianza è rappresentata dalla Croce patriarcale di Michele Cerulario, realizzata nella metà del XI secolo. Vi è in seguito la realizzzione, a Costantinopoli, delle Porte di Bronzo di Monte Sant’Angelo ed occorre, a loro riguardo, rinviare ora alla recentissima ed eccellente opera di Smilyka Gabelic, I cicli degli Arcangeli nell’arte bizantina, stampata a Belgrado nel 1991, che studia 26 monumenti che hanno illustrato, tra l’XI ed il XV secolo, il ciclo dell’Arcangelo Michele. Non vi si dice che la Diègèsis di Pantoleone abbia direttamente ispirato tutti questi cicli, ma non si può che essere colpito dalla larga diffusione del testo negli anni che hanno preceduto l’apparizione di questo tema iconografico. Questa diffusione coincide in ogni caso con l’epoca in cui il patrocinio dell’Arcangelo Michele si è imposto a tutta una società, così come la sigillografia ce lo ha rivelato. Così, nel mondo orientale greco, tra i primi secoli in cui l’Angelo Custode Michele, invocato coi suoi confratelli, si fissa di fatto, qui o là, al grado di circostanze più o meno favorevoli, senza un vero testo, senza giustificazione, senza molte immagini, senza avvenire assicurato, ed i X e XI secoli in cui, il suo culto, vicino a quello di un Santo, si è generalizzato, radicato, materializzato nell’immagine, bisogna porre, non senza dubbio, i rimorsi di Basilio I, ma ben piuttosto i lunghi decenni nel corso dei quali l’iconodulia ha trionfato sull’iconoclasmia.

Senza pronunciarsi sul grado di affinità della coscienza morale di Basilio I, ci si può domandare se egli ebbe altrettante inquietudini sulla salvezza della sua anima, se la sua vittima non si fosse chiamata Michele. Basilio I non ha promosso un culto; sembra averlo piuttosto captato e, così facendo, avere sostenuto un movimento, cominciato molto prima di lui e che durò per molto, dopo di lui. Quando Michele VIII Paleologo riconquistò Costantinopoli sui Latini, nel 1261, fece erigere, davanti alla chiesa dei Santi Apostoli, una colonna sulla quale si innalzava una statua di bronzo dell’Archistratega, con lui stesso, ai suoi piedi, che gli porta la città di Costantinopoli e la rimette alla sua custodia.

il culto dell'Arcangelo San Michele nell'Impero Bizantino (Bernardette Martin Hisard) Traduzione di Alfonso Giusti

 
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