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Dio? Per Freud è una proiezione dell'immagine del Padre PDF Stampa E-mail

Dio? Per Freud è una proiezione dell'immagine del Padre Per Sigmund Freud, Dio è una proiezione dell’immagine del Padre, come un padre trasfigurato. Ai suoi occhi, quali che siano i loro nomi, tutti gli dei non fanno che “raffigurare” il volto del padre umano. A partire da queste osservazioni critiche il fondatore della psicanalisi spiega la nascita della religione. La religione, è una nevrosi ossessiva. Freud constata in effetti che taluni malati mentali hanno delle condotte troppo rigide. Essi si lavano le mani diverse volte al giorno, mettono e tolgono i propri abiti sempre nello stesso senso, applicano tutto un cerimoniale nella vita quotidiana. E se non osservano questi “riti”, se ne sentono profondamente angosciati, al punto che tutta la loro vita è letteralmente avvelenata da questi timori, da queste costrizioni, dagli obblighi e divieti che si sono dati da se stessi. Ora, secondo Freud, le condotte religiose rassomigliano in molti punti a queste condotte malate: il credente ...

... si sottopone a tutto un rituale fatto di gesti, di parole, di preghiere alle quali si sottomette meticolosamente e meccanicamente secondo un codice che gli è imposto dall’esterno. La religione è dunque una nevrosi, una patologia della psiche.

Che cos’è una nevrosi? L’espressione di un conflitto tra un “ego” incosciente che fa intendere i suoi desideri, ed i divieti di un “super-io” che inibiscono e rifiutano queste soddisfazioni. L’io, così preso tra la spinta di questi desideri e le costrizioni del proprio super-io, inventa ogni sorta di compromesso. La religione ne è uno, tutto come la pittura, la letteratura o il votarsi agli altri.

Da dove viene questa situazione di conflitto? Dalla  infanzia. Il bambino si porta in effetti spontaneamente verso sua madre e la rivendica come essendo totalmente sua. Ma vi è anche il padre … Egli appare al bambino come un rivale nei confronti del quale prova allo stesso tempo ammirazione e timore e, finalmente, una violenta ostilità. Fino a desiderare la sua morte: per eliminazione fisica.

Ma il padre è più forte. Ed il bambino deve adottare una soluzione di compromesso. Egli si sottomette. Questa sottomissione non è in se stesso traumatizzante, perché il suo amore disponibile potrà in seguito portarsi verso delle persone ugualmente disponibili. Ma non è possibile anche che il sentimento forte dell’autorità paterna rimanga in lui, rinforzando il suo super-io: così si sentirà sempre colpevole quando prova un sentimento di gioia.

Questo fenomeno individuale di nevrosi è esistito ugualmente nell’origine dei tutta l’umanità, secondo Freud. Ed egli ha creato un trauma collettivo.

All’origine dell’umanità, in effetti, gli uomini vivevano in bande più o meno selvagge sottomesse alla potenza patriarcale del maschio, essendo il padre possessore di tutte le donne del clan. Egli cacciava i figli che cominciavano a crescere ed a diventare dei possibili rivali. Fino al momento in cui questi si allearono contro di lui, lo uccisero e lo divorarono in comune. Tale è l’origine del pasto sacrificale celebrato in seguito nelle religioni: vi si celebra l’omicidio del padre e mangiandolo ci si attribuisce le sue  forze.

Ma questo omicidio ha lasciato delle tracce nella psiche collettiva dell’umanità: sotto forma di un sentimento di colpevolezza. Tale è la rivincita del padre che, con questo sentimento, si installa di nuovo nella vita dei suoi figli! Bisogna comunque vivere … E le religioni sono dei tentativi per risolvere questo problema affettivo: il sentimento di colpevolezza nato dall’omicidio primitivo. Dio è dunque la proiezione degli attributi del padre primogenito, introdotto nel super-io.

Per Freud il cristianesimo rappresenta una delle religioni che funzionano al meglio per liberare l’uomo dalla sua colpevolezza. Comincia col riconoscerla sotto forma di dogma del peccato originale. Inventa poi il mezzo radicale di riconciliarsi col Padre: con la morte del Figlio. Estende infine questa riconciliazione all’insieme dell’umanità: quando i figli con la Comunione eucaristica partecipano a quell’atto sacrificale.

Per Freud le cose sono dunque ben chiare: la religione corrisponde ad un bisogno di padre. In ogni adulto vi è in effetti un bambino da consolare: “la vita è troppo pesante, ci infligge troppe pene, delusioni, compiti insolubili. Per sopportarla non possiamo fare a meno dei sedativi”. Così si rifugia nella religione come altri nella droga od il piacere erotico. La religione risparmia così agli uomini, ed al minimo prezzo, una piccola nevrosi individuale …

Per Freud, se la religione custodisce ancora la sua funzione tra gli uomini, è che la miseria umana non può mai essere totalmente vinta. L’essere umano ha bisogno in particolare della promessa di immortalità che lo consola dalla morte e dalle frustrazioni provate quaggiù. E’ tempo che l’umanità divenga adulta; che abbandoni le sue nevrosi infantili, come il bambino divenuto grande. In particolare che l’uomo sappia mettersi di fronte alla morte come un elemento della propria vita come la scienza gli ha appreso a conoscere: “Così, traendo dall’aldilà le sue speranze o concentrando sulla vita terrena tutte le proprie energie liberate, l’uomo perverrà senza dubbio a renderla sopportabile a tutti, e la civilizzazione non schiaccerà più nessuno. Allora potrà, senza rimpianto, dire con un confratello di incredulità: “Abbandoniamo il cielo agli angeli ed ai passeri” (S. Freud, L’avvenire di una illusione, ).

La critica di Freud non è inutile se essa ci ricorda che Dio non è solamente l’espressione dei nostri desideri infantili! Essa ci permette di verificare le nostre proprie immagini su di Lui: è supplente alle nostre impotenze? Il papà dolce? Il padre con la frusta?

Ma Freud – che riconosceva d’altronde che la maggioranza dell’umanità  non potrà elevarsi all’altezza delle sue scoperte … - non ha colto la punta fine dell’autentica Fede in Dio che rende l’uomo adulto, sviluppa le sue capacità di amare e di prendere in mano da se stesso la propria esistenza per amore e non per timore.
D’altronde, partendo dalle stesse osservazioni scientifiche, degli psicanalisti di fama hanno reintrodotto la religione come elemento costitutivo della coscienza umana adulta. Così Jung: “Tutti i pazienti dai trentacinque anni in su che ho curato non sono stati guariti che ritrovando un’attitudine religiosa”. O, più recentemente, Victor Frankl.

La religione è in effetti un dato irriducibile della natura umana. Quando si tenta di respingerla, è l’equilibrio stesso della personalità che è colpito. L’uomo senza “religione” non è neanche più “collegato” al reale: egli è disinteressato del mondo. Cade nell’angoscia o la follia. Oppure si crea dei sostituti nei quali essa risorge clandestinamente: religioni deviate dei mass-media, dello stalinismo o del nazismo, che seducono lo spirito ma perdono l’anima.

Il respingimento della pulsione religiosa nelle nostre società permissive è più pernicioso di quello della pulsione sessuale. Così bene che diversi giovani preferiscono la padronanza esigente di se: “Né tabacco, né droga, né sesso, né alcool”, si legge all’entrata di un campeggio del Guru Maharaj Ji. “Né relazioni sessuali illecite, né alcool, né eccitanti”, tale è la regola di vita dei devoti di Krishna. E noi cattolici saremo di meno?

Don Marcello Stanzione (Ri-Fondatore della M.S.M.A.)

 
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