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Beda il Venerabile e gli Angeli PDF Stampa E-mail

Beda il Venerabile e gli AngeliBeda nacque a Jarrow nel 672-673 ed ivi morì nel 735, la sua vita fu povera di avvenimenti esteriori. Durante i suoi cinquant’anni di vita monastica non si allontanò mai dal monastero, salvo per qualche viaggio necessario ai suoi studi e alle sue ricerche teologiche.  Beda è uno dei massimi rappresentanti della cultura celtica dei monasteri irlandesi e uno dei maggiori teologi dell’Alto Medioevo. Le sue opere sono numerose e abbracciano praticamente tutti i campi dello scibile umano. Si possono dividere in tre grandi gruppi: a) le opere grammaticali e scientifiche comprendono tutte le materie del trivio e del quadrivio. In particolare emerge De Rerum natura, una specie di ampia e sistematica enciclopedia in 51 capitoli; b) le opere storiche sono fonti insostituibili e di capitale importanza. Primeggia la Historia ecclesiastica gentis Anglorum, che  narra le vicende della storia britannica da Cesare all’anno 731, attingendo talora a fonti di prima mano. Le sue biografie sono utili per la ricostruzione ... 

...  dell’attività monastica di quel tempo; c) le opere teologiche costituiscono la parte più cospicua della sua produzione letteraria. Comprendono soprattutto commenti al pentateuco, ai Salmi, ai Vangeli di Matteo, Marco e Luca, agli Atti degli Apostoli. L’esegesi viene fatta sulla Volgata e si svolge tenendo presente i quattro sensi della Scrittura: storico – letterale, allegorico, morale e anagogico, esposti con precisione in De Tabernacolo et Vasis eius (1,6).

Nella teologia di san  Beda detto il Venerabile, ma che in realtà è stato canonizzato dalla Chiesa e si festeggia il 25 maggio e che presenta la sintesi delle idee iberiche ed anglo-sassoni, un largo posto è fatto agli  angeli, così come ai loro capi celesti. Essi partecipano agli umani destini; guidano i santi loro  amici.

Come per i libri della Genesi e dei Salmi, come per la leggenda colossese, si sente, sotto l’angelologia celtica ed anglo-sassone, un retroterra, molto profondo, di religione naturale. Gli angeli di Beda appaiono nelle piogge e negli incendi; essi bruciano i cenobi peccatori; eccitano o calmano le onde dell’oceano. Buoni o cattivi, essi penetrano gli elementi, ed in questo la metafisica di Beda il Venerabile s’incrocia con la sua cosmogonia.

Beda ha una reputazione di spirito enciclopedico.  Superiore in molti punti di vista a tutti i suoi predecessori latini, che raccolgono laboriosamente le briciole della tavola dell’antichità letteraria, Beda percepisce l’Universo a modo suo, in maniera immediata e vivente.

I suoi trattati sul cielo, le stelle, la luce, le tenebre, sull’aria e le piogge non sentono affatto l’erudito morto all’intelligenza della natura. Vi è sempre presso di lui qualcosa di molto personale. La sua vita, vasta e chiara allo stesso tempo, non si perde nei dettagli.

Copiando, in parte, Isidoro di Siviglia, egli ne è comunque indipendente, quanto all’essenza; del tutto originale, quanto al suo simbolismo etico e religioso. Sapiente, egli tratta i fenomeni dei cieli e della terra, per esempio le eclissi lunari e solari, in modo più chiaro e più vero di Isidoro.

Osservatore, egli si interessa in modo più diretto, più vivente del vescovo di Siviglia. L’uomo del nord che è Beda è impressionato dal fenomeno dell’ineguaglianza dei giorni e delle notti; limitrofo all’oceano, egli s’interessa al problema del flusso e del riflusso: scimus ergo nos qui diversum Britannici maris litus incolimus … Il suo stile colorato risente la fede nella natura animata: lucis esorta umbras inclinari, noctem videlicet deprimi pellique… Sapiente, religioso, artista, portato al sublime, egli vuole abbracciare il mondo in quello che ha di grandioso, nei suoi elementi, nelle sue catastrofi. I santi delle sue leggende fanno le loro preghiere durante le piogge, quando il “Signore tuona dalle altezze dei cieli e l’Altissimo fa sentire la sua voce”.

Il sentimento dell’Universo gli era intimo allo stesso grado dell’autore degli “Scongiuri di San Patrizio”; questa opinione trovava una risonanza così armoniosa nei libri della Genesi e dei Salmi. E’ per questo che esiste un legame intimo tra il suo trattato de Natura rerum ed i suoi commenti sulla Bibbia.

Il suo trattato “La settimana”, che comincia coi sette giorni della creazione, finisce nelle sette ere della storia universale. Per via della spiegazione simbolica dei fenomeni visibili, Beda innalza il suo lettore fino alla contemplazione di un “giorno eterno”, “al di là dei limiti delle stelle”.

Naturas rerum varias labentis et aevi
Perstrinxi titulis tempora lata citis,
Beda, Dei famulus. Tu fixa, obsecra, perennem,
Qui legis, astra super mente tuere diem…

Ma, nella sinfonia del Cosmo, dove il primo dei computisti occidentali ha stabilito il numero ed il ritmo col suo trattato “La ragione dei tempi”, la sua attenzione è stata attratta soprattutto dal tema umano: il problema della storia, Beda, pur sviluppando Isidoro ed i suoi predecessori greci, costruisce tutto un sistema storico-filosofico, dove la storia dell’umanità è presentata come una settimana laboriosa, preparazione alla beatitudine del “sabbat” eterno.

Il mondo è parso sempre molto vecchio ai pensatori che hanno avuto il coraggio di percorrere l’insieme della strada storica. Quasi fatalmente si ha la sensazione, in capo a questo sforzo, di accostarsi alla fine dei secoli. Tale era stato il caso di Sant’Agostino, tale sarà quello di Gioacchino da Fiore. Tale pare essere stata l’attitudine di Beda. Secondo i suoi calcoli, il “sesto giorno” scorre già. Con quel numero di anni o di secoli si misura il suo resto, reliquiae sextae aetatis, se il giorno del sabbat eterno è vicino? Beda lo ignora, ed anche, da uomo molto umile e molto pio, non tenta di cercarlo. Ma egli conosce gli indizi del suo avvicinarsi: la conversione degli Ebrei alla vera religione, il regno dell’Anticristo, la sua lotta finale con San Michele, arcangelo, capo del popolo ebreo, che ha inaugurato il mistero dell’Universo; tutto questo si ritrova, nel sistema di Beda, nel suo snodamenti. “E quando Egli (il figlio di Dio) o san Michele avranno precipitato il figlio di dannazione, il giorno del giudizio seguirà immediatamente”.

Ma, quale che sia l’altezza dove si pone Beda per contemplare il dramma terrestre, è uno spirito troppo realista per impoverirne la materia, per disprezzare l’esistenza presente. Posto cronologicamente tra Sant’Agostino e Gioacchino, egli vive in un’epoca penetrata di speranze. Egli si sente fermo, pieno di fede ottimistica, sul suolo della storia, in mezzo a regni cristiani che si forgino intorno a lui. Ben lungi dal salutare il crollo di un impero terrestre come quello, o di ignorarlo sdegnosamente come questi, egli vede in quell’impero uno degli strumenti del pensiero divino. Gli fa un posto onorevole nel piano dell’Universo. Sulla sua terra natia, l’Inghilterra storica, egli vede i “santi re” e le “sante battaglie” dove, nelle file dei fedeli, Cristo stesso ha combattuto”. Egli era stato testimone dell’evento indimenticabile in cui il mondo cristiano, cominciante ad organizzarsi, aveva rigettato l’invasione saracena. Noi percepiamo una risonanza gioiosa di quell’evento nella Storia ecclesiastica degli Inglesi. Essa era stata appena completata quando la battaglia di Poitiers ha avuto luogo… Beda ritorna allora sui suoi passi per scriverne la relazione nella sua Cronaca.

Egli ha assistito a ben altri eventi importanti per i destini della Chiesa. Si ricorda della partenza dei “dodici uomini, molto santi”, suoi compatrioti, in mezzo ai quali si trovava Willibrord (“egli vive ancora”), andandosene alla corte del “potente duca dei Franchi”, Pipino d’Héristai, per essere poi inviati in missione in Frisia. Dio si rivelava nelle gesta dei principi e dei missionari cristiani. Per comprendere l’opinione di Beda, occorre leggere la conclusione, così fiduciosa, della sua Storia.

L’atmosfera religiosa e politica in mezzo alla quale viveva Beda era infinitamente meglio adatta di quella che circondava Gregorio di Tours ad alimentare l’ottimismo. Vi si presente già il disegno d’un sacro impero terrestre, imperium christianum, quadro così favorevole per la religione di San Michele. Noi sappiamo già che nel fondo religioso del genio ibernico ed anglosassone, col suo profondo pensiero cosmico, con un’eredità ricca di leggende angeliche, con la sua educazione biblica ed ellenistica, vi erano ben altri elementi che potevano nutrire quella religione in quella forma sublime, che aveva forgiato il sincretismo del mondo semitico e del mondo pagano.

Don Marcello Stanzione

 
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